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Un tram che si chiama desiderio

Alessandra Manenti
Ultima modifica: 26 Febbraio 2020 09:01
Alessandra Manenti
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Un tram che si chiama desiderio
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Un tram che si chiama desiderioProduzione Giardini dell’Arte

Di Tennesse Williams

Regia di Marco Lombardi

Con Roberta Sabatini, Fabrizio Pinzauti, Raffaella Afeltra, Aldo Innocenti, Sandra Bonciani, Gianfranco Onatzirò Obinu, Fiamma Mariscotti

Costumi di Fiamma Mariscotti

Scenografie di Lorenzo Scelsi

Disegno luci di Silvia Avigo

———

Tennesse Williams scrive A Streetcar named Desire nel 1947, alle porte di quegli anni Cinquanta che videro New Orleans protagonista, nel Sud del Nord degli Stati Uniti, nella periferia del nuovo centro del mondo. A New Orleans è diretta Blanche Dubois quando sale sul tram che si chiama Desiderio per scendere alla fermata dei Campi Elisi: i nomi le parlano dell’aristocratica, capricciosa Francia a lei così cara, più per affinità di garbo che per affettuose origini. L’incanto svanisce appena arriva di fronte al civico 634, l’indirizzo di sua sorella Stella: due stanze in un quartiere popolare, dove Stella abita con suo marito, Stanley Kowalsky. Le perle di Blanche, le sue pellicce e i suoi abiti di seta non vanno d’accordo col machismo del cognato, le sue birre e i suoi modi rozzi. Due personaggi agli antipodi, che Stella tenta di conciliare, in un’estate di rivelazioni, bugie, violenza. Il desiderio di Blanche di trovare rifugio dai suoi errori e da un passato ingombrante si scontra con la prepotenza rabbiosa di Stanley, a cui pesa un cognome polacco nella grande America ancora in guerra. Guerra Fredda già nell’aria, come tra le mura di quelle due stanze, a New Orleans, dove ognuno combatte la propria battaglia con gli altri e con sé stesso, vivendo tra le illusioni create e le brutali verità manifeste. Schiacciata tra le personalità apparentemente più forti del marito e della sorella, Stella Dubois Kowalsky rivela un attaccamento alla vita e una capacità di amare superiore agli altri, in grado di perdonare, dimenticare e perfino, quando necessario, consciamente obliare.

Un tram che si chiama desiderio racconta il sogno, l’ambizione, il riscatto. Quello che viene chiamato, appunto, desiderio, per convincersi che sia un’aspirazione come un’altra, ma è la forsennata speranza di riuscire a vivere una vita migliore, un tentativo disperato di fuggire dal dolore, provocandone ancora. Tanto Stanley quanto Blanche sono vittime di una sofferenza che li trasforma in carnefici, portandoli a esorcizzare le proprie fragilità. Chi con la violenza fisica, chi con le bugie che finiscono per ingannare sé stessa, provano a imporsi sugli altri, rifiutando qualsiasi deviazione dal percorso mentale autoimpostosi.

Sulle note inconfondibili di Sospicious mind e sullo struggente jazz di Almost Blue la compagnia Giardini dell’Arte mette in scena il capolavoro di Tennesse Williams che ha sancito il debutto di Marlon Brando – prima a Broadway e poi al cinema sotto la direzione Elia Kazan – e che ha visto anche in Italia un’importante produzione con Vittorio Gassman, Rina Morelli, Marcello Mastroianni, per la regia di Luchino Visconti e con i bozzetti scenografici di Franco Zeffirelli.

Ardua impresa affiancare il proprio nome a quelli citati, eppure la messinscena curata da Marco Lombardi tocca le corde giuste nell’interpretazione e nell’adattamento, minimo e necessario: evita forzature, mantenendo intatta la tensione drammatica che ha decretato il successo dell’opera, anticipando contenuti e linguaggi ancora contemporanei.

Mumble mumble ovvero confessioni di un orfano d’arte
Trilogia “Racconti Americani” di Muta Imago
“Racconti In-cantati” di Euthalia Vocal Art
Teatro della Dodicesima, A.K.A. – ALSO KNOWN AS di Daniel J. Meyer
Teatro dell’Opera di Roma, omaggio ad Alessandro Scarlatti

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