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Teatrionline > Blog > Senza categoria > Il colore dei ricordi, le poesie di Angela Ragozzino
Senza categoria

Il colore dei ricordi, le poesie di Angela Ragozzino

Redazione2
Ultima modifica: 15 Aprile 2021 15:10
Redazione2
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Pubblicato il libro “Il colore dei ricordi”; con poesie di Angela Ragozzino, fotografie di Enrico Raimondo, Marica Raucci, Benedetto Scaravilli; prefazione di Nazario Pardini, nella prestigiosa collana “Parallelismo delle Arti”, Guido Miano Editore, Milano 2021.

Le memorie accompagnano la poetessa in un viaggio di vita, di affetti, di amori e speranze.

Poesia di vita, vita in poesia, questa di Angela Ragozzino, e si sa che la vita si dipana su un climax di ampio respiro attraverso giochi di amore, di incantesimi, di riflessioni sul perché noi siamo qui e non là, perché amiamo un luogo, una condizione, restando aggrappati a speranze che ci danno il carburante giusto per tirare avanti. Una navigazione, una vera impegnativa navigazione in mare aperto, dove non si vedono più le sponde che tanto ci attraevano e ci hanno attratto coi loro giochi estivi. È qui che la Nostra vorrebbe tornare a vivere, respirare aria di casa, aria di una natura che tiene vivo il ricordo di antiche primavere, luoghi e incontri che tanto l’hanno turbata, emozionata.

Leit motiv di un percorso polivalente e plurale, il ricordo di persone che ci hanno lasciati con un palpito di melanconia, di sana e generosa saudade che alimenta il canto: “… Negli anni trascorsi / ora inverno, ora estate / ora primavera di dolci speranze / o malinconici autunni, / una costante mi è stata compagna / di vita: un legame atavico / e un affetto tenace e profondo / che fa del tuo volto solcato / da mille rughe, / un volto d’eterna giovinezza: / è il volto di mia madre!” (Il volto di mia madre).

D’altronde il memoriale è un sentimento a double face: da una parte ti dice che la vita scorre implacabile e indifferente alle tue emozioni, dall’altra ti porta immagini che continuano a vivere nella tua anima, che pungono, e che lasciano inquieti di fronte a quel nulla contro cui niente possiamo. La cosa migliore è tenerci quei ricordi come un prolungamento dell’esistere, dacché sono proprio quelli a farci tornare giovani, aitanti, in compagnia di persone care, di amici a riflettere sul quando e il dove del nostro esser-ci: “…Di quante vicende / silenzioso e partecipe / testimone sei stato? / Scivolano i giorni / come grani di rosario / tra le dita, mentre / gli anni scolorano le pietre / e rivoli di pioggia segnano le crepe, / lacrime di un amore perduto…” (Vecchio casolare). Mi diceva un mio vecchio professore che i ricordi sono materiale buono per tornare ad amare o a rafforzare un legame che il tempo tenderebbe a distruggere. E non bisogna sottometterci al tempo, che tutto annulla implacabilmente senza alcun rispetto del nostro esistere. Ma c’è la natura a riportarci insieme, a riunirci ad un tavolo che ora è vuoto, senza quei colori e quelle voci che più forti o meno forti ci scuotevano facendoci vivere: “… E mi dico che non tutto / è perduto, / se brandelli di luce / si fanno strada / tra le ombre, / mentre lentamente / la nebbia evapora / ed un pallido sole / sorge all’orizzonte. / Che sia l’alba di un giorno / di primavera” (Alba di primavera). Splende il sole, il cielo si fa azzurro, una brezza primaverile ci sfiora le guance, quindi andiamo avanti non ci tormentiamo più di tanto, la primavera porta con sé luce e amore.

Navigare lontani da quelle sponde, da quei boschi, da quelle visioni che tanto avevano inciso sul nostro andare, ci fa male, come a volte ci fa male vivere. Va bene, navigare significa anche incontrare giorni di tempeste, di burrasche, in cui è facile andare a cozzare contro scogli imprevedibili. La barca non è detto che regga a tale impatto, si potrebbe sfasciare, è proprio allora che nel pericolo imminente volgiamo animo e spirito a quelle voci che se ne sono andate lasciandoci un po’ soli: “Nemico invisibile, / strisciante / si insinua nel corpo / e nella mente. // Come nebbia fitta / cala e soffoca, / toglie l’aria / toglie la vita. // E il terrore serpeggia / e avvolge nelle sue spire / inchioda… si guarda il fratello, / si teme per lui, per sé…” (Nemico invisibile).

La solitudine fa pensare, fa meditare, forse ci dimentichiamo anche del pericolo passato se riportiamo a galla volti che tanto ci amarono. Ma non è detto anche che non possiamo chiamare in soccorso persone della nostra vita, presenti, vive, che noi amiamo con tutto il cuore: “…Se indietro ritorno / nel tempo e nei ricordi / rivedo solo il tuo volto, / sento il respiro caldo / sulla pelle, / le sensazioni uniche / ed il dolce rifugio / del tuo abbraccio. / L’unica luce nella mia notte / che illumina e conforta, / là dove è solitudine / e oscurità sei tu, / il mio Amore” (Al mio Amore). La lontananza ci impedisce di abbracciarle, di baciarle, di recuperare gli affetti che ancora bussano al cuore. E noi andiamo in questa navigazione che tanto rassomiglia alla vita: trabucchi, pericoli, amori, onirici ritorni, richiami, melanconie, o gioie di vivere, sorrisi: “…Quanto costa un sorriso? / Tanto, se un dolore / ti lacera l’anima / e ha spezzato il cuore. // Quanto costa un sorriso? / Poco, se sorridi…/ Sarà un nuovo inizio, / un nuovo giorno…un’altra vita!” (Quanto costa un sorriso?).

Forse è la natura con tutto il suo carico esistenziale a fornirci il linguaggio giusto per esprimere il nostro pathos, dacché la parola ha bisogno di corpo, di sostanza per reificare gli stati d’animo. Non è detto che non tentiamo di fare un’inversione di marcia, di rifare il cammino inverso, senza proseguire in questo arduo viaggio; ci vuole coraggio, occorre forza d’animo e prontezza, visto che l’isola a cui ambiamo oramai è in vista; ma tornare indietro significa anche poter rivedere quei luoghi, quelle spiagge, quei volti che si sono materializzati in panorami terrestri che vivemmo uniti: “… Sul prato, cinto da siepi, il tiglio guardiano accoglie il passero / al riparo dalla calura estiva / e ti dà il benvenuto. / Più in là, / il cespuglio della vecchia rosa rossa / rende omaggio alla terra / e alle mie antiche radici…/ Qui è la mia casa!” (La rosa antica).

Poesia dell’home, delle radici, della casa, che tanto incide sul percorso poematico della Ragozzino. D’altronde la barca è oramai impotente, per tornare indietro, come lo è per proseguire. Restare immobili in mezzo ad una tempesta a pensare sul da fare non è la scelta giusta. Tanto vale prendere una decisione: proseguire o tornare?
Sono i ricordi a suggerirci di tornare ad abbracciare quelle persone che lasciammo a terra, ambiziosi solo di andare, di imprese nuove, di avventure atte a spezzare il ritmo monotono della quotidianità: “…Voglio spezzare i lacci / impregnati / di paura ed incertezze. / Guardinga mi avvio / e come triste presagio / vedo una nuvola nera / che beffarda si profila /all’orizzonte. / Dio fa che sia / solo passeggera” (Voglia di uscire).

Silloge corposa, questa della Ragozzino, plurale, polisemica, dove gli input della vita sono tutti marcati con grande elasticità emotiva e dove i versi con il loro andamento di euritmica consonanza danno vigore ai significanti. Versi brevi, e più ampi si succedono a equivalere il diagramma della musicalità; la poetessa prende dalla voce dell’anima i motivi della versificazione. Tutto si fa umano, fortemente umano e trasversale in questo messaggio di vertigini emotive. L’opera segna momenti di melanconico abbandono, ma l’autrice, vive con amore, con energica spiritualità, con affetti di tradizionale positura, la sua storia fino ad una conclusione di memoria eraclitea, dove la vita, nolenti o volenti, scorre portandosi dietro amori e passioni: “…E là un airone s’invola, / e ancora vedi uno stormo / di anatre selvatiche / sull’acqua planare, / trovano rifugio e ristoro / dopo il lungo migrare. / E il Fiume scorre e va…// Il tempo passa / traccia il suo corso, / di uomini e storie / tante ne ha viste e sentite, / ma niente distoglie / il suo lento fluire…/ L’eterno Fiume scorre e va!” (Il Fiume scorre e va).
In fin dei conti è proprio la natura a simboleggiare gli stati d’animo della poetessa, e, se si vuole, la sua filosofia di vita.
Nazario Pardini

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004), Essere nel tempo (2018). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 – Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.

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