In scena al Teatro India di Roma fino al 2 marzo 2025
Un racconto affabulatorio, che la voce roca e instabile, a tratti monocorde, di Carlo Cecchi rende onirico e favolistico.
Pubblicato nel 1939, pochi mesi dopo la morte a Parigi dello scrittore austriaco Joseph Roth, può essere considerato il testamento del suo autore dalle forti valenze autobiografiche, misteriosamente capace di preconizzare la sua stessa fine per complicanze dovute all’alcolismo.
Una donna (Claudia Grassi) trova un libro e inizia a leggerlo: è la “Leggenda del santo bevitore”. È seduta al tavolo di un caffè parigino all’estremità del proscenio. La scena si illumina sul bancone di un bar cui sta appoggiato di tre quarti un uomo che sta finendo di scrivere su un taccuino il racconto che la donna ha iniziato a leggere, “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth, cosicché la trama autobiografica dell’autore si sovrappone alla descrizione della vita del personaggio che l’uomo si appresta a narrare.
Così, nella visione registica di Andrée Ruth Shammah, Carlo Cecchi racconta la vicenda al barista (Giovanni Lucini) passando dalla terza persona, cioè il narratore e autore Joseph Roth, alla prima persona del personaggio del racconto, Andreas, entrambi fino all’epilogo accomunati dalla stessa sorte.
Un signore ben vestito scende gli scalini di un ponte della Senna e offre 200 franchi a un vagabondo malvestito e barcollante (costumi Barbara Petrecca) che si protegge dal freddo con i giornali, in un gesto di solidarietà. Andreas Kartak tenta di rifiutare in nome della sua onorabilità poiché non potrà restituirli, poi accetta quando gli viene proposto di restituire la somma, quando potrà, alla “piccola Santa Teresa” nella chiesa parigina di Santa Maria di Batignolles.
Da quel momento, la vita di Andreas diventa un continuo pellegrinaggio verso la chiesa. I soldi arrivano e si dissolvono e sembra impossibile mantenere quella promessa fatta allo sconosciuto benefattore, distolto dagli innumerevoli pernod che beve incessantemente, sia quando incontra la donna per difendere la quale aveva ucciso il marito ed era stato imprigionato, sia un vecchio compagno di scuola e un minatore, che continuano a farlo bere o una donna che lo deruba. Gli imprevisti della vita prendono il sopravvento sulla tenace volontà di restituire il prestito onorando la promessa, e si ripristinano le vecchie abitudini aggrappate a brandelli di ricordi.
Il destino sembra irreversibile, eppure Andreas è risoluto: la domenica si reca in chiesa per onorare il suo debito, ma arriva sempre tardi cosicché va in un bistrot a bere pernod. È un ex minatore fuggito dalla Polonia dopo aver ucciso un uomo violento con la moglie. A Parigi vive sotto i ponti, finché incontra il benefattore. Andreas spende subito al bistrot i soldi ricevuti, ma il sincero desiderio di restituirli alla piccola Teresa mette in moto un circuito positivo di inaspettati benefattori che gli offrono altri franchi: un grasso signore che lo paga 200 franchi per un trasloco, un anziano che gliene regala altri 200, un portafoglio usato che svela un tesoro di mille franchi. Ogni domenica, sulla porta della chiesa incontra i fedeli che escono e si rifugia in un bar, a bere con qualcuno che ha conosciuto nell’arco della vita, incontrato per caso.
Quando, seduto a un tavolo si vede riflesso in uno specchio si ritrae spaventato, la sua immagine non riflette la sua vera natura. È un uomo d’onore e tale vorrebbe che lo riconoscessero tutti, ma l’obiettivo ogni volta gli sfugge, man mano che incontra il suo passato che lo respinge ai margini.
Il cammino di redenzione è costellato di miracoli che gli mettono più volte a disposizione la cifra necessaria, ma ogni volta le inquietudini lo distolgono.
Alla fine, dopo averla sognata, incontra una Teresa, cui cercherà di dare il denaro. Lei non lo accetta e subito dopo Andreas, invocando la piccola Teresa, dopo aver indicato con un gesto della mano la tasca interna della giacca, morirà per un attacco di cuore.
Il racconto autobiografico di Joseph Roth, scritto poco prima di morire, è una riflessione sulla condizione umana, un apologo in cui anche i santi bevitori, nella loro solitudine, hanno un “qualcuno” disposto a dar loro conforto e sostegno.
Carlo Cecchi, uno degli ultimi maestri del teatro popolare del Novecento, interiorizza il personaggio di Andreas e riempie la scena con la sua voce altalenante e biascicata, esprimendo tutta la stanchezza dell’autore e la sofferenza dell’esperienza umana, vinta dalla fatica di vivere seguendo il cuore. La sua aria straniata e l’eloquio sincopato che gli fa perdere qualche parola, lo rendono un po’ caricaturale e patetico, un burattino della vita dalla fisicità fragile che accenna maldestri passi di danza, inebriato dai fumi dell’alcol e delle sigarette.
Parole, parole, parole che inebriano volteggiando nell’aria, come gli innamorati di Chagall sospesi nello spazio, desiderosi di fuggire dalla realtà del vivere quotidiano.
Lo spazio scenico del bar dove si svolge la vicenda ideato da Gianmaurizio Fercioni, è il punto focale delle memorie e delle fantasie del protagonista, disegnato dalle suggestioni visive e proiezioni di Luca Scarzella e Vinicio Bordin, illuminato dalle luci di Marcello Jazzetti. La musica è co-protagonista e fonte di incantesimi da Stravinskij al jazz, dalle melodie yiddish e russe alla musica parigina.
Un’esperienza di teatro di prosa musicale e poetico.
Tania Turnaturi

