Andato in scena presso il Teatro della Pergola di Firenze
Al centro di una scena vuota, un’urna vitrea raccoglie, goccia a goccia, un’interminabile tributo di sangue e ogni stilla rossa, proveniente dall’alto come una manifestazione divina, fa eco di sé in tutta la sala, persuadendo al silenzio l’intera platea.
Così, nell’attesa crescente che il recipiente trabocchi, la perseveranza ritmica del suono amplificato contamina l’atmosfera di tensione già a partire dal prologo dell’ Elettra, in scena in anteprima nazionale presso il Saloncino Paolo Poli del Teatro della Pergola di Firenze, per la regia di Silvio Peroni, la traduzione di Nicola Crocetti e l’interpretazione di un cast tutto al femminile.
Maddalena Amorini, Federica Cavallaro, Beatrice Ceccherini, Anastasia Ciullini, Claudia Ludovica Marino, Nadia Saragoni, Erica Trinchera, provengono dal prolifico incubatore de I Nuovi, l’Associazione di giovani attori che collabora dal 2021 con molteplici realtà fiorentine, per diffondere iniziative culturali e laboratoriali che hanno il merito di salvaguardare la tradizione artigianale e incentivare creatività innovative, in ogni mestiere del fare teatro.
Lo spettacolo che portano in scena fa parte di un progetto drammaturgico triennale dedicato al tema della giustizia che aveva anche rappresentato, nel 2024, uno studio su Antigone di Massimo Cacciari e che si sviluppa in collaborazione con l’Università e l’Ordine degli avvocati di Firenze.
Sofocle, uno dei più grandi tragediografi della Grecia classica, ci porta a riflettere sul tremendo rapporto tra violenza e giustizia, secondo il Professore ordinario di Diritto penale presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Firenze, Roberto Bartoli e il Vicepresidente dell’Ordine degli Avvocati di Firenze, Sigfrido Fenyes, perché non c’è giustizia senza violenza, ma ogni violenza ha in sé un’ingiustizia e l’Elettra rappresenta, per questo, un’ occasione emblematica di analisi delle contraddizioni insite negli agiti punitivi.
L’opera risale alla fine del V secolo a.C., quando ad Atene tramonta il periodo di massimo splendore politico, culturale ed artistico della democrazia; l’instabilità sociopolitica e la sfiducia nelle istituzioni ateniesi, probabilmente, contaminano la rilettura del mito da parte dell’autore, che era appartenuto alla cerchia più stretta del grande statista Pericle e aveva voluto, forse, testimoniare una riflessione sulla transizione di potere e sul declino morale delle autorità.
Elettra, non a caso, è la figlia del re degli Achei Agamennone, ucciso per mano di sua moglie Clitemnestra e dell’amante di lei, Egisto.
Straziata dalla morte del padre, la figlia vive di stenti, sulla soglia del palazzo reale di Micene, privata di ogni onore dovuto alla sua stirpe e logorata dall’attesa del ritorno del fratello Oreste, che potrà vendicare il trono usurpato; ma quando le giunge, invece, la falsa notizia della morte del giovane, decide di compiere personalmente matricidio, determinata a risarcire con le sue mani il torto subito.
La trama degli eventi riconosce, dunque, dignità alla protagonista, attraverso un gesto di forte rottura che sposta il focus dell’opera sul versante femminile, come accaduto prima solo con la Clitemnestra di Eschilo.
Elettra che, a ben guardare, è priva di ogni figura di riferimento maschile, (orfana di padre, senza marito e senza figli, perché non le era consentito generare possibili eredi al trono), infrange i canoni del nostoi, dell’attesa del ritorno del fratello Oreste e raccoglie le forze della disperazione in un impeto di autodeterminazione che delinea la sua identità eroica, incarnando l’ira divina.
E gli dei, anche se avvolti nel loro mistero impenetrabile, hanno certamente parte nel racconto e nelle scelte infauste che hanno condotto al ciclo di vendetta l’antica stirpe degli Atridi, di cui l’eroina è una delle protagoniste.
Agamennone stesso, come racconta l’antefatto di Eschilo, aveva sacrificato la figlia Ifigenia, per placare la dea Artemide e partire per la guerra di Troia, anteponendo la legge di stato a quella di famiglia, prima che Clitemnestra vendicasse l’assassinio e che i suoi diretti discendenti la immolassero, a loro volta, sotto la guida di Apollo.
Nello scontro tra razionalità della giustizia e follia della violenza si esprime dunque la densità antropologica della tragedia, abitata sempre da una crisi che stravolge degli equilibri.
Il mio dolore eccede. Ma una forza violenta mi costringe, esclama Elettra: nessuno può liberarla dall’impeto dionisiaco, sino a quando non sarà compiutamente esaudito e Apollo, dio dell’ordine, lo avrà consacrato, secondo un’armonica compresenza degli opposti.
Massimo Cacciari stesso, nella sua lectio “Il dramma di Elettra“, ha rammentato l’importanza della necessità, ovvero del fato, come movente dell’opera, governata nei suoi intrecci dalla Dike, dalla giustizia oggettiva, dall’ordine naturale delle cose che deve essere mantenuto e che, quando violato, comporta la spietata punizione cieca della vendetta, il ritorno stesso dell’azione al suo esecutore, perché il sangue chiama sangue, in una spirale di violenza che si consuma sino ad autoannientarsi.
Il sacrificio è dunque l’ingranaggio centrale di questo canto del capro espiatorio e ha valore catartico, perché è in grado di raccontare, attraverso i conflitti e la morte, una riflessione sui risvolti nefasti del male.
La regia di Peroni recupera questo concetto, senza negare o respingere le influenze storiche e sociali che nei secoli hanno trasformato l’opera e certo, ne carpisce i significati profondi direttamente riconducibili agli aspetti tragici del nostro presente, senza particolari soggezioni del mito e delle simbologie sotterranee che lo animano.
Elettra, sin dagli albori della sua creazione, è stata veicolo di molteplici interpretazioni; se Eschilo l’aveva cantata come strumento vendicatore della provvidenza divina, Euripide, nella sua riscrittura coeva a quella di Sofocle, l’aveva descritta pentita e rosa dai sensi di colpa, ma impotente di fronte alla forza distruttrice del male e dunque lontana dalla versione sofoclea dell’eroina proattiva.
Molte riprese drammaturgiche successive hanno poi costantemente arricchito il mito di nuovi significati, trasformandolo e mantenendolo in vita, (si pensi a Hugo von Hofmannsthal, o Eugene O’Neill) e altrettante interpretazioni letterarie lo hanno rielaborato ( attraverso la penna di Jean Giraudoux, Jean-Paul Sartre, Marguerite Yourcenar).
Peroni, adoperandosi in una operazione più funzionale all’esplorazione del personaggio che alla ricostruzione rappresentativa, ha voluto ricercare il movente, le forze ignote e incontrollabili dell’azione tragica, recuperando filologicamente nel testo i valori e i dilemmi della contemporaneità, a cui ha sempre dedicato le sue regie, con una spiccata tendenza alla pedagogia teatrale.
Mancano tutte quelle banalità antichizzanti che favoriscono il disincanto più che essere suggestive, come nella scenografia che fu di Hugo von Hofmannsthal e lo spazio scenico è minimalista, completamente spoglio e bianco, per suggerire la sacralità e l’immortalità del mito, ma anche per essere meglio plasmato dal disegno luci di Samuele Batistoni, che struttura completamente l’opera.
I personaggi attraversano le molteplici inclinazioni di rossi intensi, blu profondi, azzurri acquei che invadono lo spazio di suggestioni monocromatiche, spesso accompagnate da nebbie per suggerire il contesto spirituale e rituale degli eventi.
Gli abiti candidi di Elena Bianchini, sono anch’essi contaminati dalla cangianza delle luci, che deformano anche i volti, lividi e cerosi in certi grigiori opachi, profondamente oscuri nei bui e intensamente aggressivi nei colori più accesi.
Elettra, in questa particolare dimensione, non è più l’icona solitaria di Sofocle, ma appare da subito parte integrante del coro, con cui entra in scena nel parodo, secondo una sincronicità simile a quella di un organismo pluricellulare.
Ciascun momento dell’atto unico, asciugato sino all’ essenzialità, è interpretato da ogni personaggio secondo un ruolo, di volta in volta, funzionale alla resa scenica d’insieme, in una tragedia degli incontri, costruita, attraverso ogni suo aspetto, per delineare l’evoluzione della protagonista.
Se Elettra parla, intorno a lei la cerchia del coro non commenta gli eventi, secondo la sua tradizionale funzione, ma partecipa del suo stato d’animo e si muove, in reazione istantanea e riflessa a ogni affermazione, in un meccanismo di restituzione corporea della parola, che ha il pregio di risultare simbiotico.
Il corpo collettivo, forse ispirato al Sophocles’ Antigone del Living Theatre, del 1967, si esprime efficacemente attraverso il linguaggio del gesto e la partitura ritmica della vocalità, in una mise en scéne sonora che alterna o accompagna alla parola il canto corale, senza l’ausilio di altro strumento audio musicale.
Del resto, le interpreti sono state allieve del corso Orazio Costa del Teatro della Pergola di Firenze e attraverso il metodo mimico dell’espressione scenica sanno farsi entità sola, per testimoniare i conflitti, le ambivalenze, le scissioni interiori del mostro a sette teste inventato da Peroni.
Così Elettra si palesa frutto di tutta una società corrotta, del popolo succube, della madre traditrice, del padre che ha sacrificato la sorella, dell’assenza del fratello, della vigliaccheria di coloro che l’hanno abbandonata; l’unica presenza affettiva, la sorella Crisotemi, Nadia Saragoni, rifiuta di aiutarla, con la remissiva pacatezza di un soggetto quasi estraneo ai fatti.
L’attesa di un riscatto ma anche, va detto, del recupero del potere, consumano quindi la protagonista nella ruminazione della vendetta e il marchingegno del risentimento si fa perfetto, nel clima di omeostasi disfunzionale.
Maddalena Amorini, nella parte di Elettra, si esprime in toni esasperati, ma senza riuscire a rendere sempre la complessità del dolore del personaggio; l’assenza della maschera e della metrica non giocano a favore dei monologhi, rimasti cristallizzati nella loro solennità, a discapito della naturalezza interpretativa necessaria a svincolarli del tutto dalla tradizione.
Impossibile non coinvolgere il pubblico nella voragine dell’umana disperazione quando invece, Clitemnestra, Federica Lea Cavallaro, piange tenendosi il grembo, alla notizia della morte del figlio Oreste, in un rigurgito di istinto materno che libera completamente il personaggio dai suoi parametri originari.
Intensa anche la modulazione emotiva nello scontro tra madre e figlia, che si odiano perché si sono amate: Cavallaro esprime insieme sia la fermezza della crudeltà che il timore proprio dei colpevoli e la Amorini rintraccia nel ruolo della figlia arrabbiata l’esposizione drammatica più autentica e riuscita.
La versione del mito è in tutto onirica e con l’arrivo di Oreste, Beatrice Ceccherini, infine si compie; la morte di Clitemnestra e poi di Egisto, Anastasia Ciullini, lasciano spazio al silenzio, come l’incubo di una notte che finisce con l’alba.
Elettra
Regia Silvio Peroni
Con Maddalena Amorini, Federica Cavallaro, Beatrice Ceccherini, Anastasia Ciullini, Claudia Ludovica Marino, Nadia Saragoni e Erica Trinchera
Costumi Elena Bianchini
Assistente ai costumi Eleonora Sgherri
Assistente alla regia Alessandra Brattoli
Organizzazione Maria Lucia Bianchi e Francesco Grossi
Disegno luci Samuele Batistoni
Datore luci Lorenzo Bernini
Suono Tommaso Tinti
Scenotecnica Macchinisti del Teatro della Pergola
Sartoria Silvia Salvaggio e Chiara Matteuzzi
Grafiche Lavinia Bussotti
Produzione Dipartimento di Scienze Giuridiche (DSG) | Università degli
Studi di Firenze, Ordine degli Avvocati di Firenze, Fondazione Forense
dell’Ordine degli Avvocati di Firenze – Scuola Forense, Associazione
i Nuovi ETS
Con il contributo della Fondazione CR Firenze
in collaborazione con Teatro della Toscana

