Si è svolta dal 06 al 16 giugno la ventunesima edizione del Biografilm Festival in vari cinema e luoghi all’aperto di Bologna. Il festival che “celebra le vite” continua ad essere un punto di riferimento non solo per gli addetti ai lavori ma anche per un pubblico sempre alla ricerca dello strumento audiovisivo come mezzo per il racconto del mondo che ci circonda.
Undici giorni pieni di proiezioni, alcune importanti prime nazionali e non solo e gli amati incontri con registi e affini. Questa edizione ha avuto al centro le variazioni di colore, fra bianco e nero. Come spiegano Massimo Benvegnù e Chiara Liberti, direttori artistici del festival, «le storie che ci raccontano (gli artisti) ci ricordano che siamo esseri umani e non semplici pedine da muovere su una fredda scacchiera, e che le scelte che facciamo ogni giorno non devono per forza essere solamente tra il bianco e il nero.» Sette i film da me visti quest’anno fra le diverse location del festival, dalla “base” del grande Cinema Arlecchino alle due salette più intime del Cinema Lumière alla new entry centralissima del Cinema Modernissimo sotto il cuore pulsante della città, recentemente ristrutturato e riaperto al pubblico.
Si parte con Like Tears in rain, emozionante omaggio all’attore olandese Rutger Hauer da parte della nipote Sanna Fabery de Jonge. Attraverso archivi personali e di famiglia, la regista narra la vita dell’iconico volto di Blade Runner, portando gli spettatori a scoprire l’uomo oltre l’attore, in un commosso e profondo racconto in cui spiccano le voci degli amici e colleghi Whoopi Goldberg e Mickey Rourke, fra gli altri. Di tutt’altro stampo è Life After, documentario investigativo che scava nelle ultime vicissitudini delle persone richiedenti il suicidio assistito negli USA, svelandone interessi economici ben nascosti dal governo. Il regista Reid Davenport, persona disabile, dà voce alla comunità delle persone con disabilità che lottano ogni giorno per i loro diritti. Life After insinua pian piano nello spettatore l’idea che il suicidio assistito non sia sempre una scelta libera da parte di chi lo richiede. Un tema molto caldo, una questione urgentissima che riguarda sempre più persone, introdotta al festival con la collaborazione di Disability Pride Bologna.
Si procede con The Guest, di Zvika Gregory Portnoy e Zuzanna Solakiewicz. L’antefatto: nel 2021 un’area di confine fra Polonia e Bielorussia larga tre chilometri diventa zona militare e i migranti che tentano di entrare in Europa da lì vengono cacciati indietro dalle guardie. Un giovane che vive con la famiglia sul lato polacco accoglie in casa sua un rifugiato siriano: da qui parte il racconto della loro convivenza e delle strategie volte a farlo scappare, dell’attesa estenuante di capire la prossima mossa da fare per non farsi beccare, dell’impossibilità di decidere liberamente dove andare.
Un documentario per certi versi nudo e crudo, ma che a tratti strizza l’occhio ad un’idea di cinema che va oltre il puro racconto realistico. Per la “quota italiana” c’è poi Toro, di Rocco di Mento. Un documentario girato fra la Germania, dove il regista vive, e Salò, dove abita invece il protagonista. Angelo, che si definisce un “toro” e incarna tutto quello che Rocco non è: virilità esplicita, determinazione nelle relazioni, decisioni prese con convinzione (forse troppa). Seguiamo così la vita di questo ragazzo, amico d’infanzia del regista, fra lavori precari e la relazione sentimentale storica che sfocia poi nella gravidanza della ragazza. La vita di Rocco invece continua fra storie d’amore che non durano una stagione, traslochi improvvisati quanto necessari e il rapporto con il padre in terra natia fra borbottii e sorprendenti momenti rivelatori. Partendo dallo scontro fra due mondi completamente opposti di vivere l’essere “maschio”, Toro rivela in maniera genuina e a tratti sorprendente il valore dell’amicizia, quella vera, frizzante, che va al di là di tutte le differenze. C’è poi un’interessante opera prima, Claudia fa brutti sogni, dei registi Eleonora Sardo e Marco Zenoni. Protagonista è la sorella della regista, dipendente dal crack. Non accettando che i loro percorsi di vita possano essere diventati così diversi e difficili, Eleonora invita Claudia a percorrere insieme il cammino della Via Francigena, in Sicilia. Il viaggio delle sorelle si rivela difficile e procede fra incazzature e battute d’arresto da parte di Claudia, ma fornisce loro lo spunto per cercare di ritrovarsi, forti della loro appartenenza e del loro affetto. Un documentario sicuramente vero, che non ha paura di mostrare al mondo gli effetti nefasti di una dipendenza purtroppo ancora oggi così
diffusa fra i giovani. Si parla inevitabilmente anche di guerra al festival con Dear audience, di Enrico Baraldi. Un documentario tutto bolognese, o quasi. Yulia e Natalia, due attrici di Kyiv, sono rifugiate politiche nella città felsinea. Qui lavorano ad uno spettacolo su Cechov (ironia della sorte) quando, a distanza di un anno dal loro arrivo, decidono di tornare per un po’ nel proprio Paese. A casa trovano cinema e teatri di nuovo aperti, ma alle prese con le mille difficoltà dovute alla guerra: l’assenza di molti attori impegnati al fronte, la mancanza di elettricità e di altri beni essenziali per la riuscita di uno spettacolo, i continui allarmi che interrompono le messinscene e via dicendo. Una
di loro decide di tornare in Italia, e l’altra di rimanere temporaneamente a casa per unirsi a chi resiste, cercando di far sopravvivere l’arte sulle brutture della guerra. Un documentario intimo e necessario al giorno d’oggi, dove le guerre sono più che triplicate, un racconto della bellezza dell’arte e dei rapporti umani che tentano di resistere alle bombe e all’oblio. Di arte si parla anche nell’ultimo film da me visto, Evanescent moments. Protagonista è la ballerina, coreografa e insegnante di origine ungherese Susanna Egri, ben 99 anni. Famosa perché
autrice della coreografia Istantanee, prima trasmissione sperimentale della RAI nel 1953. Oggi vive a Torino e attraverso la videocamera dei registi Gàbor Zsigmond Papp e Zsuzsanna Bak racconta le grandi tappe della sua vita: la persecuzione razziale subita in Ungheria nel 1944, la tragica morte del padre, celebre allenatore del Grande Torino, e il fallimento del suo matrimonio con un uomo italiano. Con grande ironia, dolcezza e malinconia, Egri dimostra come ci si possa sollevare dalle proprie delusioni e disgrazie rimanendo fedeli a sé stessi. Un grande esempio di donna, oltre che di artista, ancora oggi attiva nella sua scuola di danza. La ventunesima edizione di Biografilm ha registrato oltre 14000 presenze di pubblico per i 73 film in programma, confermandosi una stella ancora in ascesa nel circuito dei festival cinematografici.
Lunga vita a Biografilm allora, che racconta storie importanti e ben ancorate al presente in cui siamo immersi.
Erika Di Bennardo

