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Le Vacanze rumene di Mauro al Collinarea Festival e lo sguardo di Loris Seghizzi

Ines Arsì
Ultima modifica: 17 Luglio 2025 22:14
Ines Arsì
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Andato in scena presso il Teatro Comunale di Lari

 

Per la ventisettesima edizione di Collinarea Festival, nel piccolo Teatro Comunale del bellissimo borgo medievale di Lari, fra le verdi colline pisane, è andato in scena, in prima nazionale, Mauro – Vacanze rumene.

Eros Carpita, autore e interprete del monologo, è anche il figlio del  protagonista, un uomo e un padre che ripercorre la sua storia, mentre riposa cullato fra la vita e la morte, nella dimensione onirica  del coma.

Almeno così immagina Eros, che non si è mai allontanato un momento dal letto del padre Mauro, in quei giorni  di attesa e che, solo dopo, quando lo ha perso, ha ritrovato una valigia nascosta contenente i segreti, i non detti dell’uomo che gli aveva dato la vita, ma non aveva potuto spiegargliela.

Le incomprensioni, le lontananze, i silenzi: Eros, il vero eroe di questo racconto di formazione,  non cede alla banalizzazione della celebrazione, ma interpreta i sentimenti che si agitano dentro di lui e si specchia nel personaggio del padre, visto che della persona sa poco, per elaborare coraggiosamente un lutto, ricomponendolo alla luce dei frammenti biografici che è riuscito a riesumare.

In questa lezione di alta alfabetizzazione emotiva, in questo esercizio di paternità di se stessi, si indaga amorevolmente l’intimità di un genitore, l’inspiegabile altalenanza del suo umore, delle sue presenze e assenze, grazie a delle corrispondenze che erano state conservate con la cura che si deve ai documenti più preziosi.

Si scopre archeologicamente, filologicamente, con lo studio delle carte, che Mauro sapeva amare, sapeva sognare ed era soggetto a delle fragilità che forse avrebbe voluto non concedersi mai. Mauro conosceva il sentimento della mancanza, della nostalgia, dell’attesa, del desiderio; aveva trascorso, nei suoi anni di lavoro precedenti alla conoscenza della moglie, diversi periodi di felice soggiorno in Romania, dove si era intrattenuto con diverse donne, tutte molto giovani, tutte bisognose del denaro che a lui non mancava.

Ognuna di queste storie è testimoniata da lunghi rapporti epistolari, intrattenuti quando le distanze geografiche  si interponevano, perché l’amant  era costretto a rientrare in Italia.

Eros, attraverso questi reperti scopre anzitutto che l’incomunicabilità è un’avventura riservata a tutti, anche a quanti apparentemente sembrano corrispondersi e, forse, trova un alter ego nelle donne che hanno amato il padre senza riuscire in un lieto fine, ma di più, trova nel padre stesso l’uomo combattuto che un po’ gli assomiglia.

Mauro ha vacillato ed Eros lo ha interpretato, ora che lo ha riconosciuto e ha potuto comprenderlo come persona: ne indossa quindi la maschera con la finezza attoriale di un comico prestato al suo ruolo più impegnativo e autentico, quello dell’ intima tragedia, in una prova catartica di maturità artistica.

Del resto non manca un filo di sottile ironia sin dal titolo di  parodia che storpia Vacanze romane, il film del 1953 di William Wyler, ma anche un sotterraneo sottotesto kafkiano, di critica all’autorità del genitore distante  e oppressivo.

Eppure, nella sua camiciola hawaiana sbiadita, il padre, con movenze sbilenche e un pannolone che intralcia il movimento, è narrato quando oramai è indifeso, in preda alla regressione che spesso muta gradualmente l’anziano in bambino.

Fedele a se stesso, Eros, nomen omen, elabora un poetico e inconsapevole processo: tutta la sua scenografia si risolve in una sedia su cui il padre incerto si accomoda a più riprese per confessarsi, o  intorno alla quale si muove, girovagando tra le lenzuola appese, i sudari del letto e della vita, dove scorrono proiettate le parole, i pensieri, le ombre fantasma delle donne che ancora movimentano la sua coscienza.

Sono tutte sagome femminili ad animare il disegno luci (ed ombre) del racconto, non altre comparse e questo meglio definisce l’eredità che il padre ha lasciato al figlio e che il figlio degnamente colma con lo spessore provato della sua scelta artistica.

Una voce registrata ogni tanto interviene a commentare come un super-io, o forse un paziente dio e interrompe il flusso dei pensieri confusi e disorganizzati, in cui anche la dizione si fa perfetta espressione di una esausta resa espressiva: Mauro risponde stanco, affannato da esperienze che non hanno trovato soluzione, perplesso, triste, in preda a rimpianti dolorosi.

Il figlio interprete gli regala, allora, un diverso finale di riscatto, ribellione,  libertà,  riconquistato amore ed in questo rintracciamo il movente dell’opera, fra gli spettatori commossi fino a non poter trattenere il pianto.

Eros fa espiazione del ruolo del figlio,  sveste i panni del padre e li sistema a terra, ricomponendoli con cura, come fossero una vecchia armatura cimelio di battaglie; poi si rialza, si distacca, riprende le sue sembianze, si scuote la polvere bianca dai capelli che tornano scuri e chiede scusa per aver raccontato, perché dice che il padre si sarebbe arrabbiato, se lo avesse saputo.

Anche se il riverbero acustico delle voci registrate ha spesso sovrastato l’attore, rendendone a volte difficile la comprensione, la ricerca, nel complesso,  è risultata di elevata caratura.

Loris Seghizzi, Direttore Artistico del Collinarea Festival, ci ha raccontato il suo sguardo esterno su questo lavoro: “Il mio è stato uno sguardo esterno perché non mi piace, in un Festival di cui sono direttore artistico, firmare tante regie, ma non potevo  tirarmi indietro dal lavoro e dal percorso che io ed Eros abbiamo fatto insieme, un percorso suo, dove veramente mi sono messo a guardarlo. Eros è un mio allievo, è nato dai miei laboratori una decina di anni fa, dove ho visto questo grande talento ed è diventato un mio compagno di viaggi e il mio attore preferito, perché per me è l’espressione di ciò che deve essere oggi un attore contemporaneo: l’attore che sa emozionarsi, sa emozionare, senza  cadere nella finzione, tenendo sempre bene in considerazione che quando si parla di teatro, una volta finita l’azione scenica, bisogna tornare alla realtà.”

Eros Carpita, attore, costumista e insegnante di teatro, si è formato presso i laboratori diretti da Loris Seghizzi per la Compagnia Sartoria Caronte, l’Associazione culturale e di promozione sociale che opera dal 2020 a Lari, nell’ ambito dello spettacolo, della ricerca, dell’innovazione tecnologica e della formazione, guidando gli artisti ad imparare a “cucire su misura” i loro personaggi e le loro interpretazioni, attraverso un metodo di partecipazione attiva agli allestimenti degli spettacoli che ogni anno portano in scena.

In merito, racconta sempre Seghizzi: “I laboratori di formazione, in un luogo come Lari, sono una ricerca di identità, di riscoperta e di attitudine all’approcciarsi al mestiere che noi facciamo. L’attore impara realmente a sentire, ma anche a  confrontarsi con una trasposizione scenica della realtà. L’attore impara a cercare la sua verità e,  in un luogo come Lari, si ricerca la verità artistica in un clima di bellezza. La bellezza è il collegamento tra verità, umanità e il saper portarsi in scena, vivere lo spazio in funzione di chi ti guarda. Non credo in quei lavori ermetici dove l’attore si chiude in se stesso.”

Certo è che Mauro è  il naturale proseguo dell’indagine drammaturgica sulle origini già intrapresa da Seghizzi stesso con l’opera Memoria, che ha scritto e interpretato per raccontare la sua storia familiare e insieme un pezzo dimenticato della storia del teatro  italiano, delle compagnie nomadi che attraversavano l’Italia e di cui è ancora, con I Superstiti, l’ultimo testimone giunto sino a noi, come ci spiega: “Ho rifondato la compagnia storica dei Superstiti, l’ultima compagnia di giro italiana, la compagnia storica dove sono nato, dove i miei fratelli sono nati e che è nata prima di noi, perché del 1949.  L’abbiamo rifondata, con mia sorella maggiore Gabriella e due dei suoi figli, questa compagnia, rispolverando e riscoprendo l’ opera, la parodia di Romeo e Giulietta che aveva scritto mio padre nel sessantaquattro e che abbiamo rimesso insieme con la collaborazione di Marco Mencacci, caro amico, studioso d’arte e di teatro, che ora vive a Parigi e insegna alla Sorbona; insieme a lui abbiamo ricomposto i pezzi di quello spettacolo che ha fatto più di mille repliche e che ancora  va in scena, nonostante le mie reticenze a continuare a portarlo, perché è l’unico spettacolo dove io recito ancora, insieme a Memorie.”

La Compagnia di giro, oggi, ha certamente una sede a cui tornare e in cui si sviluppano progetti e appuntamenti culturali di rinomato valore sia per la comunità che per il contesto artistico nazionale e internazionale: il Collinarea Festival è cresciuto negli anni in sperimentazione e avanguardia,  attraverso una rassegna multidisciplinare dedicata al teatro, alla danza,  alla musica, al suono e alle nuove tecnologie.

Il Direttore artistico Seghizzi lo introduce così: “Il Festival esiste per Lari. Si tratta di un progetto nato proprio dall’innamoramento che ho avuto e abbiamo avuto con questo luogo. Scoprire un posto così da bambino e scoprire, poi, il suo potenziale scenico, ha ispirato la volontà di creare un grande palcoscenico a cielo aperto. La prima edizione del Festival risale a quando avevo venticinque anni e ai suoi inizi si chiamava Lariscena, un gioco di parole per riproporre già una nuova scena.”

In questo spazio felice Seghizzi, insieme al Co-direttore Mirco Mencacci,  porta avanti il suo lavoro di ricerca artistica che culmina adesso nella creazione della prima forma  innovativa di “spettacolo ubiquo”, una messa in scena dal titolo Tosca d’essai, che si svolgerà ai primi di agosto, contemporaneamente, in vari luoghi del borgo di Lari e potrà essere fruita dal pubblico grazie ad una specifica diffusione del video e del suono.

Dunque, la longeva fucina  di idee e creazioni prosegue il suo percorso fruttuoso, anche all’indomani delle assegnazioni dei contributi del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo che, quest’anno, hanno penalizzato molte realtà del mondo della cultura e del teatro, a causa di un decreto ministeriale del 2024 che è intervenuto sui criteri di valutazione di congruità gestionale dei teatri, secondo parametri che giudicano il costo totale delle attività, gli incassi, il numero degli spettatori, mettendo però a rischio innovazione e sperimentazione, a favore di una cultura generalista, più orientata a raccogliere una facile affluenza di pubblico.

Seghizzi non fa mistero della sua visione delle cose: “Confesso che nel 2017 ho iniziato ad allontanarmi per un periodo dal teatro, perché gli spettacoli erano dotati di grandi regie, dove l’interprete non aveva la stessa forza. Erano grandi regie per piccoli interpreti, non si trovava più il grande attore. Erano tutti attori che arrivavano dalla televisione, dall’Accademia. Il sistema teatrale mi aveva veramente scocciato. Consideriamo Collinarea un Festival multidisciplinare con prevalenza musicale, fatto da un Direttore Artistico che viene dal teatro, che in teatro è nato, ma ha fatto una scelta, perché il teatro, cosi come organizzato già a partire dalla Legge Franceschini, ha iniziato a chiedere numeri, pubblico, spettatori, biglietti venduti ,a scapito della qualità. Questo  equivale ad ospitare spettacoli con attori conosciuti, che spesso sono anche bravi, ma il mainstream non ha a che fare con il teatro e va a scapito di un lavoro a cui tengo moltissimo e che è un lavoro produttivo, che deve scoprire compagnie emergenti, attori emergenti.

Ricordo il progetto che avevamo instaurato con il teatro di Pontedera, che era un teatro che si era  aperto a noi grazie a Cesar Brie, dove scoprivano compagnie emergenti che poi producevano. Era veramente un circuito virtuoso quello che avevamo creato, ma un cambiamento della politica intorno alla cultura determinò il disfacimento di tutti i progetti di questo tipo. Ecco perché  cambiai strada. Il teatro in questo tipo di sistema non mi interessa. Adesso, piano piano, vuoi per vocazione, vuoi perché c’è un’emergenza che sta ritornando forte, sto rispostando il programma,  sotto una certa qualità, a livello anche teatrale e  forse stiamo tornando ad interessare il pubblico. D’altra parte dalle grandi crisi nascono le cose belle.”

 

———————-

 

“Mauro – Vacanze Rumene”

Di e con Eros Carpita

Sguardo esterno di Loris Seghizzi

Progetto sonoro di Eros Carpita e Aleksei Maier

e con la partecipazione di Ksenia Rotar

Luci di Loris Seghizzi

Scenografia e personaggi video di Eros Carpita

Produzione Sartoria Caronte

Foto di Andrea Casini

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