Giardino Basilica Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino a Roma fino al 26 luglio 2025
Nel giardino che circonda l’abside della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, belvedere sulla cupola di San Pietro illuminata nel rossastro bagliore del tramonto e sulla dorata cupola della sinagoga, cui il Tevere funge da cintura, torna ogni estate la Rassegna Pirandelliana, giunta alla XXIX edizione.
Fino al 26 luglio Marcello Amici è l’anfitrione di questo luogo magico e con la sua Compagnia delle Maschere propone a rotazione un ampio repertorio pirandelliano facendo affiorare i dilemmi, i dubbi, le ipocrisie, le follie, le razionalità venate di beffardo umorismo del drammaturgo di Girgenti con Tutto per bene, Il giuoco delle parti, Il berretto a sonagli.
Il berretto a sonagli è un cavallo di battaglia della Compagnia, che ha accompagnato gli spettatori nelle calde sere romane da questo palcoscenico per molti anni. Il tema antropologico del “pupo” e le regole socio-morali della convivenza umana codificate nelle “tre corde”, la seria, la civile e la pazza, connotano la rappresentazione più icastica di Pirandello della società siciliana del suo tempo.
Scritta in siciliano nel 1916 e rappresentata in lingua nel 1923 a Roma, tratta di un marito che accetta il tradimento della moglie per proteggere la propria onorabilità.
Lo scrivano Ciampa è ossequioso verso il datore di lavoro che gli insidia la moglie ma lo rende, tuttavia, parte attiva e rispettabile di un contesto sociale piccolo-borghese. La rivalsa scatta contro Beatrice, moglie del Cavaliere, che vorrebbe smascherare la tresca e Ciampa dovrà, figurativamente, indossare il berretto a sonagli a coprire le corna. Sagace e razionale, Ciampa suggerirà alla donna e alla sua famiglia di essere dichiarata pazza e di aver inventato il presunto adulterio.
Ne Il giuoco delle parti i battibecchi tra la capricciosa Silia e il suo dimesso amante Guido sono intervallati dalle visite di Leone, il marito che tenta di salvaguardare la morale corrente.
Separato dalla donna, la domina mentalmente. Leone Gala pratica la filosofia, ama la gastronomia e riesce a controllare i sentimenti per essere attore della sua vita e non pedina. Spiega all’amico (e amante) Guido Venanzi, con la teoria del pieno, del vuoto e del pernio, che il sentimento rende l’uomo fiacco e vulnerabile, come un uovo fresco che arrivi addosso e si frantuma, ma, se lo si prende in tempo, si fora e si beve, resta solo il guscio vuoto.
Irritata dalla continua velata derisione, Silia escogita di liberarsi di lui istigandolo a sfidare a duello un giovanotto che si è introdotto di notte in casa, mentre l’amante rimaneva nascosto per borghese prudenza. Leone lancia la sfida, ma non affronta il duello poiché il suo titolo nominale di marito non glielo consente, ma tocca al Venanzi, amante e quindi marito effettivo, lavare l’onta, secondo la corretta attribuzione delle parti nel gioco della vita.
Tutto per bene è una commedia del 1906, rappresentata per la prima volta nel 1920 da Ruggero Ruggeri. Martino Lori è vedovo inconsolabile da sedici anni e ha trascurato la figlia Palma, lasciandola alle cure del senatore Manfroni, che la sta maritando col marchese Flavio assegnandole una ricca dote. Lasciando la casa, la giovane mostra disprezzo per Lori, essendo convinta, come tutti, che egli sappia dell’adulterio della moglie con il senatore che è il padre biologico, e ne abbia approfittato per essere nominato suo capo di gabinetto. Quando Palma gli rivela la verità, Lori comprende di essere stato ritenuto un miserabile e un imbecille. La brutale rivelazione gli suggerisce di vendicarsi, accusando il senatore di essersi appropriato degli appunti del suocero esimio scienziato, pubblicandoli in una ricerca a suo nome.
Ma rinuncia, preferendo l’affetto di Palma, che adesso lo apprezza scoprendo la sincerità dei suoi sentimenti. Tolta la maschera, resta solo la verità, capace di capovolgere le prospettive. Sua moglie “muore davvero”, uccisa dal peso del suo tradimento e sua figlia finalmente lo ama al cospetto della gente. Tutto rientra nei ranghi e si ricompone la cesura fra l’essere e l’apparire.
Beatrice, Silia, Palma sono le tre figure femminili al centro di ciascuna commedia e fatalmente vittime. È questo il filo rosso delle opere pirandelliane di quest’anno, con cui la regia lega le tre rappresentazioni.
Dalle note di regia: “Nell’universo pirandelliano la donna è quella forma in cui la volontà maschile tenta di chiuderla. Nelle novelle, nel teatro, nei romanzi è una teoria infinita di donne negate, frantumate, straziate. Sono “Le donne del Kaos”, celebrate quest’anno il 14 luglio, durante la tradizionale “Gran festa del Teatro”, un appuntamento con ingresso gratuito nel quale si parlerà, con illustri partecipanti, del femminile pirandelliano e del filo rosso che percorre l’intera rassegna. Donne che nella scrittura di Luigi Pirandello vivono la crisi dell’identità e la contraddizione dei ruoli sociali che in esse esplode”.
La lunga consuetudine con la poetica pirandelliana ha operato in Marcello Amici una identificazione col drammaturgo, perfino fisiognomica, accentuata dal pizzo bianco. Quest’anno l’attore-regista getta il cuore oltre l’ostacolo, ma forse tre pièce a rotazione, senza una sera di riposo, per un mese, è un impegno gravoso.
Intorno a Marcello Amici, sul palcoscenico minimalista di Marcello de Lu Vrau addossato alle morbide linee curve della basilica, si muovono indossando gli abiti d’epoca di Felicia Crisan e Livia Ciuco, gli interpreti Marco Bellizi, Camillo Campochiaro, Francesca Di Gaetani, Fabio Galassi, Emilia Guariglia, Luca Guido, Mirella Martinelli, Massimiliano Mursia, Beatrice Picariello, Maria Raffaella Pisanu, Eva Sgalia, Marco Sicari, Maurizio Sparano, Marco Tonetti, alcuni dei quali sono presenti in tutto il repertorio.
Tania Turnaturi

