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L’importanza di chiamarsi Ernesto

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 28 Ottobre 2025 09:20
Tania Turnaturi
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In scena al Teatro Sala Umberto di Roma fino al 2 novembre 2025

Il nonsense della ‘commedia perfetta’.

Così è ritenuta questa pièce di Oscar Wilde, lieve e al contempo caustica nel tratteggiare con disincanto la frivolezza dell’alta società inglese che, volendo apparire morigerata, ricorre all’inganno per salvare le apparenze.

Nel 1895, poco tempo prima del processo per oscenità che lo condurrà in carcere, Wilde scrive queste pagine raffinate e ironiche che stigmatizzano i costumi perbenisti e l’ipocrisia dell’epoca vittoriana, avviluppata in rituali e convenevoli frivoli e stereotipati. Sarà l’ultima sua opera teatrale.

L’intreccio è tutto basato sull’assonanza tra le parole Ernesto ed onesto che in inglese hanno uguale pronuncia, ma il gioco di parole si stempera nella lingua italiana.

L’onestà è quindi il filo conduttore, che nell’alta società moralista e conformista viene millantata più che praticata, innescando una catena di equivoci che impongono altre bugie da cui scaturiscono altri equivoci, in una serie di scatole cinesi che riportano al punto di partenza, quando ogni dubbio sarà fugato e tutti saranno soddisfatti (o così fanno credere).

Una macchina comica in cui ognuno indossa una maschera, anche l’autore che, impegnato nella relazione omosessuale con Lord Alfred Douglas, vedrà la sua reputazione distrutta dalla benpensante società dell’epoca. Impossibilitati a essere se stessi, l’impostura diventa una gabbia.

Fulcro della vicenda il nome Ernesto, capace di suscitare l’amore di candide fanciulle che associano il nome a un comportamento onesto, come portatore di un destino.

L’agnizione finale da parte di una distratta governante, restituirà i nobili natali al protagonista, che fino a quel momento riteneva di essere un povero trovatello abbandonato in una borsa a Victoria Station.

In tale girandola di eventi, Wilde punta il fioretto sferzando la società che antepone il censo ai valori etici, la politica, l’arte e perfino il sistema dell’istruzione per bocca di Lady Bracknell, con una levità di aforismi ed espressioni surreali e paradossali.

Protagonista è Jack Worthing che vive in campagna, dove è tutore di Cecily Cardew. Per divagarsi si reca a Londra, dove dice di avere un fratello e assume il nome di Ernest. Il suo amico londinese Algernon per sfuggire alla noia si inventa l’esistenza dell’amico invalido Bunbury. Jack è innamorato di Gwendolen Fairfax, cugina di Algernon, che lo ricambia credendolo Ernest. Lady Augusta Bracknell, zia di Algernon e madre della ragazza nega il permesso al fidanzamento avendo saputo che il pretendente è un trovatello. Algernon si reca in campagna dichiarando di essere Ernest, il fratello scapestrato di Jack, e si innamora di Cecily che lo ricambia poiché si chiama Ernest. Quando arrivano, separatamente, anche Gwendolen e Jack, la situazione si ingarbuglia a tal punto che si può sbrogliare solo con due … battesimi.

Nessuno è Ernest e nessuno è onesto.

Geppy Gleijeses ripropone la commedia, messa in scena la prima volta nel 2000 per due stagioni con la regia di Mario Missiroli, con Gleijeses nel ruolo di John Worthing e Lucia Poli in quello di Lady Bracknell. Fu un successo strepitoso in tutta la tournée: al Teatro della Pergola di Firenze si vendettero perfino i “posti d’ascolto”, totalmente privi di visibilità.

La traduzione di Masolino D’Amico riesce a riprodurre i giochi di parole di Wilde senza tradirne lo spirito, con tempi comici perfettamente calibrati.

Lucia Poli è una deliziosa Lady Bracknell, teatrale e sarcasticamente paradossale, irresistibile nelle modulazioni vocali che esternano le sue ossessioni sociali.

Giorgio Lupano delinea un Jack-Ernest che, con brillante leggerezza, si divincola tra le pastoie delle convenzioni sociali nelle pungenti schermaglie con l’Algernon di Luigi Tabita, che gli offre il destro con abile cinismo.

La Gwendolen di Maria Alberta Navello e la Cecily di Giulia Paoletti passano dalla rivalità alla complicità con gioiosa intemperanza. Miss Prism è interpretata da Gloria Sapio, che ondeggia tra rigidità e seduttività. Riccardo Feola e Bruno Crucitti interpretano il maggiordomo e il reverendo.

 

Le scene di Roberto Crea ricostruiscono il salotto di Algernon con poltroncine, tavolini da tè e narghilè, per passare alla tenuta di campagna di Jack incorniciata da alberi frondosi, con le luci di Luigi Ascione. I costumi di Chiara Donato sottolineano la personalità e il ruolo di ciascun personaggio.

 

Tania Turnaturi

 

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