Andato in scena al Teatro Elettra di Roma
Drammaturgo dalla scrittura colta e raffinata, Giuseppe Manfridi è tifoso giallorosso dalla testa al cuore.
Sull’epopea calcistica della Roma ha ideato il progetto Diecipartite, su impulso di Daniele Lo Monaco, in cui rievoca gli incontri storici e particolarmente significativi della squadra, inseriti nel contesto personale e sociale di quegli anni. Più volte sono stati portati in scena, spesso personalmente dall’autore o da Paolo Triestino, anch’egli di acclarata fede giallorossa.
Nella teatralizzazione, fa rivivere le partite colorate di giallo e rosso che, da tifoso viscerale, ritiene colori dell’anima, quelli dei sogni e delle passioni.
Manfridi nell’incipit elenca gli eventi significativi del 1998, che definisce “il sabato del villaggio del 2000”: vige ancora la lira, viene introdotto il prefisso telefonico nelle chiamate urbane, scoppia lo scandalo Clinton-Levinsky negli Usa, Pantani vince il Giro e il Tour.
La metafora del risultato finale dell’incontro Lazio-Roma 3-3 l’autore e attore la esprime con un didgeridoo: se tenuto fermo orizzontalmente simula un pareggio cioè una simmetria, se inclinato indica un risultato a favore di una delle due squadre.
Un pareggio con gol, sostiene, non è però una simmetria ma un’equazione nella quale il senso è il pareggio ma cambia la forma, poiché i gol di una squadra hanno una storia diversa da quelli dell’altra.
Come sostiene il matematico Graham Farmelo, le equazioni sono belle come i fenomeni che descrivono e tutto può essere espresso con equazioni. E quindi anche un pareggio con gol, che rappresenta un gioco alterno di instabilità.
Quel derby, con la Lazio che gioca in casa, segna per Manfridi il ritorno in curva Sud “dove la partita si vede male ma si sente meglio”.
Totti ha ventidue anni ed è già capitano. In tribuna autorità c’è il sindaco Francesco Rutelli.
I tifosi tremano, l’anno è iniziato con due derby di Coppa Italia persi e due di campionato persi. Adesso si accontenterebbero di un pareggio.
Al 26’ il boato giallorosso accompagna il gol di Delvecchio. L’orologio non si ferma, e dopo tre minuti ecco il pareggio, cioè un’equazione.
Segnerà ancora la Lazio e per i giallorossi, ridotti a dieci, sul 3 a 1 si spalanca il baratro della disfatta, a quindici minuti dalla fine e quattro derby di fila persi. La rimonta imprevista giunge sul filo dei minuti. Tre uguale tre, un’equazione in cui il tre romanista vale di più perché più sofferto.
L’improbabile pareggio osa trasformarsi in un’impossibile e tracotante vittoria. Il miracolo è a portata di mano, squadra e tifoseria credono nell’impresa, ne assaporano il gusto, ma l’arbitro l’annullerà.
La potenza evocatrice della parola fa affiorare l’ansia e l’emozione di un avvenimento irripetibile, di una fede calcistica che è segno di appartenenza.
Manfridi è un torrente in piena, incoercibile nell’enfasi d’attore e straripante nella passione calcistica, racconta generando un transfert emotivo che rende epico ciò che avviene in campo nella concitazione degli ultimi minuti in cui si verificano i passaggi cruciali al cardiopalma.
Unici elementi scenici le sagome di giocatori giallorossi di Antonella Rebecchini.
Il testo è pubblicato da La Mongolfiera Editrice.
Tania Turnaturi

