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Bubù, Babà, Bebè

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 21 Gennaio 2026 18:31
Tania Turnaturi
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Al Teatro Sala Umberto di Roma fino al 25 gennaio 2026

Sul proscenio, a sipario chiuso, Lalla Esposito in frac canta “Bubù Babà Bebé”, surreale filastrocca di giochi linguistici su tre sorelle di Rodolfo De Angelis, cantautore, drammaturgo, attore, pittore futurista e saggista napoletano degli anni Trenta, interloquendo con i musicisti che suonano dal vivo.

Inizia così, come uno scherzo giocoso su una scena spoglia con lo sfondo di un paravento d’ispirazione magrittiana che sottolinea l’approccio surreale e onirico della rappresentazione, e Peppe Barra, anch’egli in abito nero, seduto su una sedia di paglia, la passeggiata tra i vari registri del teatro del Novecento, cogliendone l’anima e le peculiarità dell’essenza napoletana.

Un pout-pourri di recitativi e canzoni che si snodano e si legano senza soluzione di continuità, evidenziando luci e ombre dell’umano sentire, analogie e contrasti di dramma e commedia nella proiezione dell’esistenza.

Canzoni, duetti e monologhi tratti da Di Giacomo, Bovio, Viviani, Moscato, Rossini, Jonesco, Eduardo, in cui basta un piccolo elemento di scena, uno scialle o un copricapo a calarsi nei personaggi.

La tradizione del Novecento napoletano, dai testi colti alla canzone popolare, viaggia leggera e profonda in questo “spettacolo a due voci che sogna di essere un assolo” come recita il sottotitolo. Ma il sogno si vivifica in una solida realtà emozionale, eclettica e visionaria, che si apre su un caleidoscopio di immagini evocate da testi entrati nel patrimonio culturale della storia del teatro partenopeo.

Un impianto di tessere della memoria, della storia e della tradizione, che accostate l’una all’altra svelano un mosaico organico e prezioso di visione e arte recitativa. Un luogo dell’anima, evocativo e sospeso, dove solo i grandi artisti sanno vivificare la materia di cui sono fatti i sogni, attraversando ogni metamorfosi.

Peppe Barra e Lalla Esposito sono i menestrelli di una liturgia profana, permeata di poetica sacralità in cui plasmano una malleabile argilla impregnata di pepite d’oro.

L’assolo del titolo è un duetto di voci che si combinano all’unisono producendo un assolo, in una circolarità di intenti, di ispirazioni e di visioni che fa esplodere un’esperienza emotiva gioiosa, anche quando i testi sono impertinenti o cantano le gesta di malavitosi.

L’istrionico Peppe Barra usa la voce con valente maestria interpretativa. Un piccolo capolavoro è il collage di citazioni da Filumena Marturano di Eduardo che, assemblate con continuità, aprono uno squarcio sulla drammaticità della vita nei bassi.

L’aneddoto del monacello, lo spiritello del folclore napoletano, suscita malinconica ilarità sulla propensione napoletana a credere nella forza magica di alcune figure. Il personaggio leggendario, infatti, può portare prosperità se trattato bene e la sua presenza è segreta, ma anche sventura.

Peppe Barra maneggia il linguaggio teatrale da interprete consumato, sensibile e misurato passando dal drammatico al ludico, dal sociale ai massimi sistemi, come il brano sul tempo, la sua essenza e l’uso, saggio o dissennato, che ne fa l’essere umano.

Lalla Esposito è un contraltare impareggiabile, assecondando e amplificando l’estro di Barra con una sintonia rodata da anni di collaborazione, attraversando tutti i registri interpretativi.

“Bammenella” di Viviani cantata in duetto, è un racconto di cronaca realistico e provocatorio, che si lega con un fil rouge alle umoristiche “Preferisco il Novecento” e “Lo penso ma non lo fo” cantate da Lalla Esposito. Perfino il salace “Fatte pittà” di Nino Taranto è reso con la nonchalance modulata dalle pause che chiede complicità esondando nel demenziale.

Peppe Barra e Lalla Esposito dominano la scrittura drammaturgica del loro spettacolo e curvano la scena sulla loro dimensione. Emozionando e suscitando ilarità, modulando parole e musica e trasformandole nel respiro di Napoli.

Il finale è un divertissement giocoso e ammiccante in cui Lalla offre a Peppe una sponda complementare di comicità che innesca un canto e controcanto di battute a raffica.

La regia di Lamberto Lambertini pone gli artisti in uno spazio minimalista dalla scarna scenografia, che colloca il flusso della rappresentazione in una dimensione atemporale.

Le musiche di Giorgio Mellone sono eseguite dal vivo dai musicisti Giuseppe Di Colandrea al clarinetto, Agostino Oliviero a mandolino e violino, Antonio Ottaviano al pianoforte; il quartetto è parte integrante della messinscena, di cui sottolinea tutte le variazioni.

 

Tania Turnaturi

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