C’è un senso di ineluttabile malinconia che attraversa le assi del palcoscenico del Teatro Carignano in questo nuovo, imponente allestimento de Il Gabbiano di Anton Čechov. Una coproduzione che vede uniti i principali Teatri Nazionali italiani (Torino, Roma, Napoli, Bolzano, Veneto) sotto la direzione di Filippo Dini, il quale sceglie di affrontare il capolavoro russo non come un reperto museale, ma come un organismo vivo, pulsante di desideri inascoltati e fallimenti annunciati. Filippo Dini firma una regia densa, che scava nei silenzi cechoviani per far emergere la ferocia dei rapporti umani. Il suo Gabbiano è un gioco di specchi dove l’arte e la vita si scontrano senza sosta. Particolarmente interessante è la scelta di affidare la regia della scena del “teatro nel teatro” — lo spettacolo d’avanguardia di Kostja — a Leonardo Manzan, che porta una ventata di provocatoria modernità nel primo atto, rendendo tangibile il conflitto generazionale tra il vecchio mondo di Arkadina e le nuove, tormentate forme cercate dal figlio. Le scene di Laura Benzi e i costumi di Alessio Rosati costruiscono un’estetica raffinata ma priva di fronzoli, dove la tenuta di Sorin diventa una prigione dorata. La luce di Pasquale Mari taglia gli spazi, isolando i personaggi nei loro monologhi interiori, mentre le musiche di Massimo Cordovani sottolineano quell’atmosfera di attesa sospesa che precede inevitabilmente lo sparo finale. Il cuore dello spettacolo batte però nelle interpretazioni. Giuliana De Sio è una Arkadina magistrale: fatua, egoista, spietata eppure terribilmente umana nel suo disperato bisogno di sentirsi ancora giovane e amata. Accanto a lei, lo stesso Filippo Dini tratteggia un Trigorin complesso, un uomo schiacciato dal peso della propria mediocrità creativa, incapace di opporsi al fascino della distruzione. Edoardo Sorgente (Kostja) e Virginia Campolucci (Nina) incarnano con purezza e dolore la parabola dei giovani: il primo consumato dal bisogno di riconoscimento materno, la seconda accecata da una gloria che si rivelerà un deserto. Ma è tutto il cast corale — da Gennaro Di Biase a Angelica Leo, da Valerio Mazzucato al dolente Sorin di Fulvio Pepe — a contribuire a un’armonia scenica raramente così compatta. La traduzione di Danilo Macrì restituisce una lingua asciutta, capace di far risuonare l’ironia amara che Čechov stesso rivendicava definendo questa sua tragedia una “commedia”. In questa versione, il gabbiano ucciso da Kostja e poi impagliato per Trigorin non è solo il simbolo di Nina, ma la metafora di tutte le vite presenti in scena: esistenze che hanno provato a volare e che si ritrovano trafitte, esposte come trofei di una caccia crudele chiamata amore o ambizione. Dini ci ricorda che, alla fine, siamo tutti creature che “misurano il salto” (per citare un’altra grande opera vista di recente) verso una felicità che continua a sfuggirci per pochi millimetri. Uno spettacolo che riconferma la vitalità del teatro di prosa quando sa unire la profondità del testo a una visione registica coraggiosa e contemporanea.
Visto sabato 13 dicembre 2025
Teatro Carignano – Torino
Il Gabbiano
di Anton Čechov
traduzione Danilo Macrì
con (in ordine alfabetico) Virginia Campolucci, Enrica Cortese
Giuliana De Sio, Gennaro Di Biase, Filippo Dini, Giovanni Drago,
Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente
regia Filippo Dini
regia della scena Lo spettacolo di Kostja Leonardo Manzan
dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando
scene Laura Benzi
costumi Alessio Rosati
luci Pasquale Mari
musiche Massimo Cordovani
TSV – Teatro Nazionale
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Teatro Stabile di Bolzano
Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

