In scena al Teatro India di Roma fino al 15 febbraio 2026
Un’altalena è il fulcro del flusso di coscienza, e di memoria, che Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, principessa di Lampedusa, fa affiorare dall’altrove in cui è appena giunta.
È il pomeriggio del 9 maggio 1943 e la donna attraversa una Palermo deserta e silenziosa, tra le macerie delle bombe alleate che, poche ore prima, hanno provocato centinaia di morti, dirigendosi verso il palazzo avito. Tra soffitti sfondati e librerie crollate, affiora il ricordo del passato splendore in cui viaggiatori stranieri visitavano la città e fiorivano gli amori ballando nei grandi saloni tra cristalli e tappeti preziosi. Sotto l’infuriare della guerra, è imminente lo sbarco alleato in Sicilia.
Incedendo in controluce verso l’altalena penzolante dagli archi di un’antica rovina su un campo di spighe dorate, nella scenografia di Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo, la donna sembra svolazzare aerea e leggera a piedi nudi, accarezzata dai veli dell’abito (costume di Carlo Poggioli).
Beatrice si dondola, volteggia, si mette a cavalcioni, si aggrappa alle funi, si arrampica sull’architettura, emergendo in questa diversa dimensione con l’entusiasmo e la passione dei suoi giorni più felici, quando la vita scorreva tra bellezza e sogni, nel palazzo del capoluogo e nella casa di campagna di Santa Margherita Belice (che darà al figlio Giuseppe lo spunto per immaginare la villa di Donna Fugata nel romanzo Il Gattopardo).
Sono i suoni a tracciare la profonda scia dei ricordi: il canto degli uccelli, il valzer del ballo del Gattopardo, il rimbombo dei bombardamenti, la sua voce che evoca gli interlocutori cui fa riferimento con nostalgia e seduttività. È un sogno, una visione, una rievocazione onirica, ma i sentimenti sembrano tangibili, perfino esplosivi nella complessa polifonia di immagini.
Non tralascia di sognare il futuro, Beatrice, che avrà gli occhi malinconici di suo figlio Giuseppe e la vitalità di Eugenia, appassionata di stelle e pianeti, che osserva Beatrice dalla finestra di fronte. La ragazza è affascinata dalla libertà della principessa, a lei negata dalla famiglia che l’ha obbligata a interrompere gli studi di Fisica e le vuole imporre un matrimonio di interesse, mentre lei è segretamente innamorata di un “puparo”. La principessa vorrebbe proteggerla e le dà saggi consigli per intraprendere la strada che desidera, vedendo in lei la figlia Stefania perduta tanti anni prima. Con l’aiuto della gente del quartiere organizza un ricevimento con i più bei nomi dell’aristocrazia palermitana: i Lanza di Trabia, i Florio, i Valguarnera, i Moncada.
Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore de Il Gattopardo, e autrice di un’opera di cui si sono salvate poche pagine, diventa protagonista nel romanzo di Ruggero Cappuccio, il cui adattamento teatrale è portato in scena da Sonia Bergamasco come interprete e regista.
Sonia Bergamasco, da attrice intensa e aristocratica, delinea una Beatrice eterea e raffinata che esplode in una ridda di sentimenti e dolori abitati da fantasmi, ricorrendo a vari registri vocali, modulando intonazioni e accenti e intonando canti siciliani. Risulta tuttavia un po’ innaturale l’inflessione siciliana di certi passaggi. Le luci di Cesare Accetta creano variazioni cromatiche funzionali al racconto, accompagnato dalle musiche di Marco Betta, Ivo Parlati, Charles Gounod, Nino Rota.
“Dopo la morte, agli esseri umani vengono sottratte tutte le facoltà, tranne una: la possibilità di sognare. È Beatrice di Lampedusa a scoprirlo. La principessa, bella, coltissima, straordinaria pianista, disinvolta nell’uso di tre lingue straniere, si trova di fronte a un’abbagliante rivelazione: il suo trapasso è avvenuto, ma la coscienza è intatta – commenta Ruggero Cappuccio – La sua vita terrena la assedia come un impetuoso flusso onirico. Suo figlio Giuseppe, autore del Gattopardo, le sue sorelle, suo marito, le cameriere, la giovane amica Eugenia: i fantasmi della sua esistenza tornano a materializzarsi intorno a lei con incarnazioni sensualissime, con disarmante comicità, con mille trame di vite corporee dense di eros, di segreti, di nostalgie. Beatrice considera il senso della sua vita e quello universale della vita in sé con lo sguardo di chi ha varcato la linea della morte. La forza della natura siciliana, la seduzione di oscure energie elleniche, gli dei, il sangue, le guerre e l’anelito alla bellezza, sono il campo magnetico in cui la Principessa, ancora attratta dal fascino dei corpi, apre un duello per raggiungere la liberazione”.
Tania Turnaturi

