Teatro Argentina di Roma, dal 14 aprile al 3 maggio 2026
L’atto unico, andato in scena in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma, è una commedia tratta dall’opera teatrale di Pierre de Marivaux, tradotta e diretta da Arturo Cirillo e interpretata da Elena Sofia Ricci.
La trama ruota attorno a un ambiguo intreccio in cui Araminte, una ricca vedova borghese, viene ingannata e indotta ad innamorarsi del suo giovane e squattrinato segretario personale, Dorante. Araminte è stata promessa al conte Dorimont dalla sua autoritaria madre, Madame Argante, per evitare una controversia legale riguardante una disputa terriera. Il conte ha un titolo nobiliare ma non è né giovane né bello, e Araminte non è entusiasta del matrimonio.
Nell’adattamento teatrale di Arturo Cirillo si percepisce da subito che si tratta di una commedia teatrale settecentesca, con i suoi dialoghi sui matrimoni combinati e la trama intricata, infarcita di servitori e di nobili. Cirillo è chiaramente consapevole che non tutto di quest’opera del XVIII secolo si presta al contesto moderno, quindi gioca con questa difficoltà, realizzando un’ambientazione ibrida che fonde gli elementi contemporanei, come la pedana girevole sormontata da un arco rivestito di specchi e ritratti consumati, che caratterizza la scenografia, con il linguaggio originale. Questo dispositivo scenico diventa metafora perfetta dell’ingranaggio maurivaudiano: un moto perpetuo di scambi, fughe e appostamenti che accompagna la drammaturgia.
Al centro del dramma resta l’implacabile e disordinata natura dell’amore, qui mediata da un sottile gioco di intrighi.
Lo stratagemma ideato dall’astuto servo Dubois – interpretato dallo stesso Cirillo – consiste nel disseminare “false confidenze” per far emergere la verità e far raggiungere ai protagonisti i propri scopi.

Elena Sofia Ricci restituisce un’Araminte affascinante, sensuale e cauta, stretta tra le ambizioni sociali della madre – una Orietta Notari magistrale nel delineare l’energica ed esilarante spregiudicatezza di Madame Argante – e i propri nascenti desideri. Al suo fianco, il Dorante di Vigentini incarna perfettamente la figura dell’innamorato “maliziosamente confuso”, pedina e al tempo stesso complice di un gioco in cui la finzione iniziale scivola gradualmente verso una verità emotiva autentica.
La forza di questa produzione risiede nel superamento del pregiudizio che spesso accompagna Marivaux, criticato per un eccessivo estetismo verbale. Cirillo e il suo ottimo cast dimostrano come le raffinatezze verbali e i malintesi non siano semplici ornamenti, ma strumenti di una graffiante indagine psicologica sui sentimenti molto interiorizzati, che coinvolgono il cuore quanto la testa.
L’inganno e l’autoinganno – che vede tra le sue vittime anche la Mademoiselle Marton di Giulia Trippetta, convinta di essere l’oggetto delle attenzioni di Dorante – eleva la commedia degli equivoci a una riflessione ironica sul potere, sul denaro e sulle barriere di classe.
Le False Confidenze di Arturo Cirillo si conferma un’opera di grande sottigliezza. Lo spettatore esce dal teatro ammirando non solo la recitazione degli attori, ma la capacità della regia di nobilitare la sostanza umana celata dietro lo stile ampolloso del Settecento. Una prova di come il teatro classico, se maneggiato con consapevolezza critica, possa ancora parlare con forza della complessità dei sentimenti umani.
Roberta Daniele

