L'ascolto della propria voce interiore alla ricerca di nuovi livelli di realtà
Three Verses of Solitude è una performance introspettiva e intima con la regia di Maya Zbib, dove la danza (coreografie di Lee Serle) si unisce al soundscape immersivo di synth e non solo (di Ben Frost) non invadente, che abita letteralmente lo spazio diventandone parte integrante.
La scena è spoglia e candida, evocativa dell’atmosfera sacra e eterea che regna nella Rothko Chapel di Houston, una sorta di tempio sacro, luogo di meditazione e arte, popolata dalle opere cromatiche di Rothko, pannelli di colore che invitano alla meditazione. La riproduzione della Rothko Chapel all’interno di questo spettacolo, accosta questo luogo sacro a un teatro e a un museo: luoghi collettivi di contemplazione al di fuori del caos della città.
Cosa succede se il luogo collettivo di contemplazione, fosse il nostro corpo, cassa di risonanza dei nostri pensieri?
Sul palco gli interpreti Lamia Abi Azar, Junaid Sarieddeen, Lee Serle e Maya Zbib, interagiscono con lo spazio scenico attraverso delle danza statiche, movimenti impercettibili come quelli dei coccodrilli sotto un temporale incessante, riprodotto in scena dal paesaggio sonoro. I performer guardano senza fare nulla, come i coccodrilli appunto, esplicitamente citati nello spettacolo, “i coccodrilli possono sopravvivere in ambienti ostili”.
La scena-teatro diventa così uno spazio-mente deserto, dove scoprire un nuovo livello di realtà determinato dall’ascolto della propria voce interiore. In questo spazio denso e profondo Maya Zbib rivive la sua storia riascoltando la sua voce attraverso il suo racconto rivolto al pubblico, partendo dalla solitudine post-covid sino al terrore della terribile guerra in Libano. “La solitudine – dice – è quel tipo di silenzio che devi creare per ascoltare ciò che sta sotto il rumore… è un tipo di silenzio difficile da raggiungere. E quando diventi madre, diventa quasi impossibile.”
Una riflessione universale sulla solitudine come habitat e scatola creativa
Three Verses of Solitude è storytelling commovente grazie al testo intenso (di Maya Zbib e Omar Abi Azar in lingua araba con sottotitoli), è riflessione universale sul dolore collettivo, sulla solitudine come luogo da abitare e scatola creativa: un concetto quasi ontologico della creazione artistica, che è spesso legata a uno stato di sofferenza o immaginazione prorompenti, la cui urgenza è l’espressione attraverso nuovi linguaggi. Si fa riferimento infatti alla danza giapponese dopo la seconda guerra mondiale: coreografie come tracce nella pelle in cerca di memoria collettiva.
“Solitudine è stare seduti con i rumori in testa” e non avere paura della propria voce. Three Verses of Solitude è un invito quindi a staccarsi dai propri cellulari, a non circondarsi di caos vuoto e incessante, a mettersi a nudo davanti a sé stessi, prima che davanti agli altri.
Lavinia Laura Morisco

