In scena al Teatro Sala Umberto di Roma fino al 24 maggio 2026
La commedia più divertente della stagione. In scena da quasi vent’anni, fa ridere di gusto come alle prime rappresentazioni, ormai un cult.
Ma anche capace, intrecciando ironia e riflessione, di denunciare un fenomeno criminale che ha impregnato di sangue e lacrime la nostra “isola bella, prigioniera di uno Stato nello Stato”.
Anno 1992. In un paesino della Sicilia la caserma dei carabinieri pulsa di un cicaleccio condito da battute, sfottò e vicende personali. Cui si aggiunge la denuncia quotidiana di tale Parerella che, piuttosto distratto o forse troppo solo, dichiara di aver smarrito il portafoglio o qualche altro effetto personale, esprimendosi in un dialetto così stretto e ingarbugliato che a fatica l’appuntato riesce a scrivere il verbale.
I carabinieri provengono da diverse regioni a causa dei trasferimenti, esprimendo un crogiuolo di inflessioni, espressioni gergali e senso dell’umorismo, ma si amalgamano, tuttavia, in una sintonia cameratesca e ridanciana. Oggetto di lazzi quotidiani è il maresciallo Antonino Chichierchia, maniaco del lotto e compagno d’infanzia a Napoli del brigadiere Vincenzo D’Onofrio che lo deride con bonarie angherie.
Il carabiniere Francesco è fidanzato, nonostante il regolamento lo vieti, con la panettiera del paese Sara. Il carabiniere scelto Remo Moroni, romano e guascone, è in fibrillazione per il matrimonio della sorella, l’appuntato Giorgio Milito è impensierito per il ballo che dovrà affrontare con la figlia.
L’attività quotidiana scivola fra denunce strampalate, schermaglie tra i due giovani innamorati in contrasto sui preparativi del matrimonio, permessi di caccia che urtano la sensibilità ecologista del brigadiere Vincenzo, spesso sopraffatto da impeti di irruente e logorroiche esternazioni emesse tutte d’un fiato.
Tra la piccola comunità si nasconde un pericoloso latitante: l’informazione è riservata, ma corre di bocca in bocca tra tutti i paesani.
La routine spassosa e leggera subisce uno scossone con l’arrivo del tenente Prisco, uomo rigidamente rispettoso dei regolamenti, inviato dal Comando Generale. L’ufficiale dovrà districarsi nel ginepraio di piccole omertà e malcelate menzogne che i sottoposti mettono in atto per dissimulare la relazione del carabiniere con la fornaia, prima di rivelare la delicata missione di cui è incaricato: assegnare la scorta di due carabinieri a un noto magistrato minacciato dalla mafia.
Luci psichedeliche fanno seguito a un boato. È il maggio del 1992.
Sui pannelli scorrono le foto di tante vittime di mafia, camorra e n’drangheta, da Peppino Impastato a Falcone e Borsellino, sulle note della canzone “Fango” di Jovanotti.
La commedia vira dalla leggerezza ridanciana delle gag alla drammaticità della cronaca che ha insanguinato l’isola e segnato indelebilmente la Storia del Paese.
L’interpretazione corale esprime grande energia e affiatato tempismo, attraversati da una vena di malinconico rincrescimento per dover rischiare la vita per poche lire.
Antonio Grosso, autore e regista, nei panni del napoletano brigadiere Vincenzo D’Onofrio è incontenibile, ottimamente coadiuvato dall’intero cast: Adriano Aiello, Gaspare Di Stefano, Francesco Nannarelli, Delia Oddo, Antonello Pascale, Giuseppe Renzo, Paolo Roberto Ricci, Franco Scascitelli, Mariano Viggiano, Martina Zuccarello e Natale Russo nel ruolo irresistibile di Parerella che mastica parole incomprensibili ai più.
La scenografia di Alessandro Chiti ricostruisce l’essenzialità di una caserma, i costumi sono di Alessia Garofalo, il ight designer di Gianluca Cappelletti crea le atmosfere.
La scrittura di Antonio Grosso tratteggia una commedia dagli incastri perfetti, supportata da dialoghi incalzanti conditi di slang e grammelot che scatenano risate e applausi. Nel finale l’impianto drammaturgico vira verso la tragedia, e la commozione per le vite spezzate nella realtà della vita e sul palcoscenico esplode in un lungo applauso catartico.
Antonio Grosso, figlio di un ex maresciallo dei carabinieri, aveva dodici anni nel 1994 quando guardava col padre la finale di Sanremo del 1994, vinta da Aleandro Baldi e Giorgio Faletti giunse secondo con la canzone di denuncia “Minchia, Signor tenente”.
La canzone lo ispirò e nel 2008 si tramutò in scrittura teatrale, anche sotto la suggestione dei delitti di mafia che avevano mietuto vittime tra le forze dell’ordine.
Dalle note di regia: “La libertà è l’essenza di ogni individuo, l’espressione più autentica di ogni persona. È ciò che ci rende veramente vivi. ‘Minchia Signor Tenente’ esplora il concetto di libertà attraverso l’amore, l’amicizia e l’onestà, raccontando una storia universale che ognuno di noi può vivere e soffrire nella propria esistenza. Questa storia attraversa un’Italia che ha conosciuto momenti bui, ma anche una profonda resilienza… Dopo vent’anni, ritorno alla regia di questo cult teatrale italiano, cercando di fondere comicità, poesia, dramma e verità. Ho cercato di mettere insieme vent’anni di storia di questo spettacolo straordinario, sperando di esser stato all’altezza”.
Tania Turnaturi

