In scena al Teatro Argentina di Roma fino al 10 maggio 2026
Un tributo al teatro e alla lunghissima carriera artistica di Umberto Orsini, ultimo grande interprete dell’arte di Melpomene, nel tempio romano dedicato alle Muse.
In un camerino dalle grigie pareti asettiche, un vecchio attore attende l’entrata in scena nella parte del Signore nel Temporale di August Strindberg.
Una giovane assistente teatrale gli consegna una busta, che sorprendentemente contiene il libro che amava leggere da piccolo “Dove corri, Sammy?”.
Inizia un flusso di memoria grondante ricordi, aneddoti, immagini, che ne mettono a nudo l’anima, mentre, oltre la porta chiusa, gli altri interpreti del dramma di Strindberg si preparano con esercizi vocali o di rilassamento.
Umberto Orsini non ha bisogno di rilassarsi, dilata il tempo dell’attesa abbandonandosi ai ricordi, che emergono tra le spire del fumo di una sigaretta. In dialetto piemontese rievoca episodi e ammonimenti familiari nella natia Novara, dove inizia a lavorare leggendo gli atti nello studio di un notaio, poi l’approdo a Roma per frequentare l’Accademia d’Arte drammatica, superando l’esame di ammissione recitando L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Ritiene un buon presagio l’aver incontrato sul treno Orson Welles.
Interrotto dalle incursioni della giovane assistente Francesca che lo ammonisce ad entrare nella parte e del vigile del fuoco Paolo addetto alla sicurezza che ribadisce il divieto di fumare, Orsini è sopraffatto dai ricordi e dalla nostalgia.
Tanti compagni di arte e di vita non ci sono più, e se per un miracolo le persone amate tornassero a vivere, lui sarebbe il più vecchio, a tutti loro sopravvissuto.
Come scorrendo in un caleidoscopio, si susseguono immagini proiettate sulle tre pareti del camerino: la ricerca della pensione a Roma, l’acquisto dell’abito per l’esame di accesso all’Accademia pagato tre anni dopo, l’herpes al labbro per lo stress che rese molto verosimile il provino. E poi, le gite in macchina con Alberto Arbasino, la sala cinematografica del fratello dove dormiva e rivedeva i film con Rita Hayworth, Barbara Stanwyck, Veronica Lake, Ava Gardner, Alida Valli, Esther Williams…
Era l’epoca dei fotoromanzi: le pareti del camerino si colorano in un mosaico di copertine di Bolero e Sogno, inghiottite in una vorticosa spirale che proietta l’attore verso i successi a teatro, al cinema e in TV. Sulle pareti scorrono le locandine, i volti delle attrici e degli attori con cui ha costruito sodalizi artistici e amicizie.
Sylvia Kristel partner in Emanuelle 2, Virna Lisi dalla bellezza irraggiungibile, Gianni Santuccio, i componenti della Compagnia dei Giovani; Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Rossella Falk, con i quali visse la grande stagione del Teatro Eliseo di Roma recitando per 60 anni in più di 40 spettacoli. A Corrado Pani amico e compagno di lavoro l’attore riserva momenti di profonda nostalgia scaturita dal grido “Mi manchi, Corrado!”.
Quando sul fondale si staglia il profilo del biondissimo Ivan nel televisivo I Fratelli Karamazov, gli si affianca il primo piano dell’attore proiettato da una telecamera che interpreta oggi, dopo quasi 60 anni, i dubbi di Dostoevskij su Dio e sul dolore dei bambini, con un’intensità da anatema contro la delirante disumanità di oggi.
Anche la vita privata si ritaglia il suo spazio, con gli amori da Ellen Kessler, conosciuta in RAI quando girava con Alice il carosello delle calze Omsa, a Rossella Falk, anche maestra e amica.
L’ossessione per la memoria lo induce a imporsi il metodo di esercitarsi con una matita tra le labbra per memorizzare perfettamente.
I ricordi si rincorrono, in un flusso di coscienza che fluttua dal trasognato al malinconico, dalla nostalgia del padre attraverso i versi della “Cavalla storna” al rimpianto per gli affetti perduti prematuramente.
Giunto il momento di entrare in scena, varcando la soglia del camerino, pronuncia le frasi del Signore, il protagonista della commedia che va a recitare, mentre una voce dice: “Mezza sala. Sala buia. Sipario”.
Si spengono le luci ed esplode l’ovazione del pubblico, tutto in piedi fino all’ultimo ordine di palchi: il Teatro Argentina è un tripudio di stucchi dorati e luci, che abbraccia e amplifica una commozione palpitante.
Umberto Orsini, con un registro espressivo sobrio e privo di enfasi o retorica, ci ha donato un’interpretazione che è summa di essenziale sinteticità e sofferta introspezione mentre evoca incontri, frammenti di vita e nostalgie.
Diamara Ferrero e Flavio Francucci spezzano il ritmo e alleggeriscono il racconto.
La messinscena nasce da un’idea di Orsini e Massimo Popolizio, che insieme hanno già realizzato lo spettacolo “Copenaghen” di Michael Frayn nel 1999.
È di Popolizio la voce degli inserti sonori, dai brani del romanzo What Makes Sammy Run? (1941) dello scrittore americano Budd Schulberg, agli annunci di scena.
Nella regia Massimo Popolizio non prevarica, ma accompagna con discrezione il fluire della memoria lasciando al centro l’artista e la persona.
Di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi la scena, di Gianluca Sbicca i costumi ,di Lorenzo Letizia i contributi video, il suono di Alessandro Saviozzi è composto di voci e musiche dal passato, le luci di Carlo Pediani delineano il contesto mentale e onirico creando un’atmosfera sospesa.
“Il titolo “Prima del Temporale” – racconta Umberto Orsini – testimonia un progetto che da tempo avevo in mente: allestire “Temporale” di Strindberg con la regia di Massimo e nove interpreti, progetto azzerato dallo scoppio della pandemia di Covid. Massimo allora mi ha spinto a raccontare la mia vita, prendendo spunto dal mio libro Sold out, ma riflettendo anche su episodi che in parte non sono nel libro, raccontandomi e dialogando con due figure tipiche del mondo teatrale, la sarta di compagnia e un addetto del teatro”.
“L’idea – afferma il regista Massimo Popolizio – nasce dal libro autobiografico di Umberto, Sold out (editori Laterza, 2019). Siamo in una città qualunque, prima dell’ultima replica del testo di Strindberg in una situazione bernhardiana. È la storia di un ragazzo italiano che, negli anni Cinquanta, parte dalla provincia con pochi soldi e arriva nella grande città, Roma, con il sogno di iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica e, nonostante il marcato accento novarese, viene accettato”.
Tania Turnaturi

