Un uso originalissimo del linguaggio teatrale nello spettacolo che ha illuminato l’edizione XXI del festival Opera Prima
Sta per iniziare l’edizione 2026 del festival “Opera Prima” di Rovigo, una kermesse che da più di vent’anni mette in vetrina i progetti emergenti più interessanti della scena nazionale e internazionale.
Sembra dunque utile tornare a guardare con gli occhi della memoria gli spettacoli più incisivi che hanno caratterizzato il programma dello scorso anno.
Se infatti il formato-festival rappresenta una occasione di festa per l’intera comunità, nonché un innegabile arricchimento culturale sia per gli spettatori che per gli artisti, spesso l’abbondanza di tante proposte in una finestra temporale ristretta rischia di bruciare nell’entusiasmo la dovuta attenzione che determinate opere meriterebbero.
“QUELLO CHE NON C’È” di Giulia Scotti è senza dubbio un lavoro teatrale che incarna lo spirito dei tempi: l’epoca dell’auto-fiction (dall’alto al grave, da Carrère agli youtuber), in cui le radici del teatro di narrazione incontrano un bacino fertile dando vita a proliferazioni ed ibridazioni, rimodulandosi nel migliore dei casi in soluzioni inedite ed originali.
E’ questo il merito principale di Giulia Scotti, che riesce a scavare il proprio materiale drammaturgico, fino a mettere a punto una “calligrafia” tutta propria, che fatichiamo a collocare esaustivamente nella categoria del teatro di narrazione o in un’altra classificazione. Un risultato che, per giunta, viene ottenuto non tramite la stratificazione di un codice “forte” (ad esempio, tramite l’accumulo di una molteplicità di abilità sceniche e performative o tramite l’erogazione di un’energia corporea esplosiva). No: Giulia Scotti porta in scena i mezzi vocali e corporei che caratterizzano la sua espressione consueta, il tono controllato e pacato che lei usa al di fuori del teatro e della recitazione.
Si tratta di un merito – va detto subito e con chiarezza – che prescinde dai gusti personali e dalla singola visione di teatro, perché si tratta della lingua specifica che lo spettacolo proposto richiedeva. Perché corrisponde alle caratteristiche precipue della drammaturgia e dell’impianto scenico, che convergono “all’unisono” verso la messinscena e costruiscono la struttura di un’opera coesa, solida, pur conservando il suo tratto delicato.
Non si tratta dunque della mancanza di un lavoro di formalizzazione dello spettacolo (sul piano attoriale o registico), bensì vi è in questa precisa cifra scenica l’esito di una ricerca che mostra palesemente il suo lavoro paziente, la sua gestazione lenta e prolungata. Giulia Scotti fa un uso calibrato di strumentazioni microfoniche e videoproiezione, alternate all’impiego di voce nuda e scena scarna, per una formula attualizzata di teatro povero, ove la scena e la partitura scenica contengono un insieme preciso di strumenti mai esornativi, bensì prescelti in virtù di un utilizzo diretto e specifico. Il medesimo meccanismo del code switching (l’alternanza delle diverse forme espressive) governa l’incedere dell’azione ma non cede mai al manierismo, così come l’impaginazione dei temi e degli episodi segue un andamento ondivago, fantasioso ma assolutamente funzionale.
C’è ben più, dunque, di una drammaturgia confessionale e men che meno patetica, che il nucleo tematico di partenza avrebbe potuto facilmente innescare (soggetto autobiografico della stessa Giulia Scotti, legami famigliari, un episodio doloroso rimosso che riemerge dal passato).
Il bilanciamento pressoché perfetto di inventiva e nudità fattuale, di sottrazione complessiva mai disgiunta dall’attenzione al dettaglio condensano in una “corporeità”, un abbraccio palpabile tra spettacolo e pubblico, conferendo alla trattazione di una materia fortemente privata il grado ed il tatto dell’universalità.
L’esito è palese: la platea gremita si ritrova spontaneamente in piedi, toccata al cuore, dove è difficile arrivare e la vita può far male, dove solo l’empatia con l’altro da noi può soffiare e carezzare. Dove il teatro agisce come farmaco e ritrova il suo fine specifico, originario e ogni volta originale.
Paolo Verlengia
CREDITS:
“Quello che non c’è”
testo e regia Giulia Scotti
collaborazione al progetto Andrea Pizzalis
consulenza Alessandra Ventrella
con Giulia Scotti
disegno luci Elena Vastano
suono Lemmo
prodotto da INDEX nell’ambito del progetto Vivarium
in coproduzione con Tuttoteatro.com
residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t, Ferrara Off Teatro
con il sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia; Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), Comune di Sansepolcro; Olinda/TeatroLaCucina
in collaborazione con mare culturale urbano; Ex Asilo Filangieri
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura

