Attore, regista, formatore e acting coach, autore del ‘Manuale pratico di recitazione’
Dai grandi maestri del Novecento Leo Coviello ha tratto ispirazione per un approccio personale alla recitazione, orientata all’autenticità e alla verità del personaggio.
Ha firmato regie di drammaturgia classica e contemporanea.
Improvvisazione e studio del personaggio sono i cardini della sua attività di acting coach in cui guida attori professionisti e allievi.
Esplica attività di formatore attraverso laboratori con compagnie teatrali e nelle scuole.
È autore del volume: L’arte di essere Personaggio. Manuale pratico di recitazione: dai metodi classici alle tecniche contemporanee
Edito da La Mongolfiera
212 pagine; prezzo di vendita € 20
Il manuale vuole essere una guida all’ascolto di sé e uno strumento di riflessione per l’attore. Ogni capitolo è dedicato a uno dei metodi storici di recitazione, corredato di esercizi pratici e schede di lavoro per approfondire la propria formazione e orientarsi a un metodo personale attraverso l’allenamento fisico e vocale, l’attivazione emotiva, la relazione con il pubblico.
Come è nata l’idea di questo volume?
Il libro nasce in laboratorio dall’esigenza di comparare i vari metodi di studio del personaggio e di mettere a frutto la mia esperienza di allievo, di formatore e di attore con oltre 40 anni di attività teatrale.
Da Stanislavskij a Strasberg, Stella Adler, Peter Brook e molti altri, lei passa in rassegna i principali metodi del Novecento e del contemporaneo, giungendo alla sintesi del Metodo Integrato per l’Attore, nato dalla sua esperienza, come percorso organico che unisce varie tecniche, basato su Immaginazione, Verità emotiva, Impulso, Relazione. Ritiene che il suo metodo sia un’impalcatura efficace anche per l’attore di cinema e televisione?
Molti dei metodi che formano l’impalcatura del Metodo Integrato sono utilizzati dagli attori di cinema e televisione. È, infatti, un metodo a tutto campo, una sorta di cassetta degli attrezzi per l’attore giunto a un certo punto della carriera, affinché formi un metodo integrato basato su quello che ha studiato, creando un modo personale di affrontare le circostanze interpretative utilizzando l’attrezzo giusto per il testo e il contesto.
Numerose star americane dichiarano di essersi formate col metodo Stanislavskij. È il metodo più apprezzato?
Il metodo Stanislavskij è molto apprezzato e utilizzato per entrare nel mondo dell’attorialità, un metodo di base da cui, per similitudine e anche per opposizione, sono derivati gli altri. Lo stesso Stanislavskij nell’ultima fase della sua vita ha invertito il risultato delle sue ricerche puntando sulle azioni fisiche; alcuni registi e formatori stanno analizzando questi aspetti per sviluppare ulteriormente questo metodo, che l’autore non è riuscito a completare essendo scomparso nel frattempo.
Cosa pensa degli attori presi dalla strada, privi di formazione accademica? Attori di fama hanno questa provenienza, quindi il talento può sopperire allo studio?
Sì è vero, ma solo con il talento non si fa troppa strada. Lo studio costituisce il bagaglio artistico, tecnico ed esperienziale di un attore. Dipende anche dall’ambito di rappresentazione: a teatro non si può improvvisare, lo spettacolo dal vivo richiede preparazione, non c’è il montaggio che può mascherare lacune tecniche. Tutto ciò che ha un valore va conquistato con lo studio e la fatica, il solo talento non basta.
Il ‘900 è il secolo delle teorie o metodi di interpretazione. Dall’inizio del secolo scorso a oggi come è cambiato l’essere attore?
È cambiato il pubblico perché l’offerta è molto varia: teatro, cinema, televisione, piattaforme cinematografiche, web, social media, ciascuno con tempi e modalità propri. L’attore oggi deve conoscere questi mezzi e comprenderne le caratteristiche, i limiti, i pregi e i difetti. È cambiata anche la modalità di fruizione e la pazienza del pubblico: una volta l’attenzione resisteva per cinque atti, adesso non oltre 90 minuti. Oggi l’attore deve essere molto curioso, preparato, deve conoscere i vari mezzi e usarli tutti mettendosi alla prova.
Quale crede sia il ruolo culturale e sociale dell’attore?
È il ruolo di colui che moltiplica le domande. Nello spazio privilegiato della sala teatrale le storie vengono raccontate seguendo dei codici, a volte antichissimi, dove c’è un patto tra attore e spettatore: l’attore fa sì che lo spettatore sia consapevole, si ponga domande su ciò che vede e sulle emozioni che prova, si metta in relazione con la sua vita e il mondo esterno. L’attore deve, cioè, svegliare e moltiplicare la consapevolezza sociale.
Le neuroscienze dimostrano che l’attore può far vivere per empatia un’esperienza reale in chi lo osserva, creando nuove reti neuronali e plasmando la plasticità cerebrale. Quindi, attore e spettatore possono percepire le stesse emozioni?
Certamente, attore e spettatore possono percepire le stesse emozioni. Ciò dipende dalla capacità dell’attore, da come sta in scena, dalla storia che si racconta, ma c’è anche la predisposizione naturale dovuta ai neuroni specchio, fenomeno supportato da basi scientifiche.
Nel neuroteatro attori e registi vengono monitorati con strumenti scientifici per studiare l’interazione tra cervello e atto creativo. Gli esiti di questi studi potrebbero far sviluppare nuove pratiche pedagogiche di recitazione?
Questo fenomeno è in fase sperimentale, ma le scoperte delle neuroscienze e il monitoraggio attraverso idonea strumentazione hanno dato esiti tali, che ci sono scuole che lavorano su metodi che tengono presente l’approccio e la conoscenza di questi studi. Siamo ai primordi, ma c’è la consapevolezza che le scoperte fatte dai grandi maestri, dal secolo scorso a oggi, hanno una base scientifica solida.
Quando ha iniziato a sentire l’emozione del teatro? Quale è stata la sua formazione attoriale? Predilige la recitazione o la formazione?
Ho conosciuto il teatro a 12 anni guardando le commedie di Eduardo in televisione. Durante gli studi di biologia all’università ho sviluppato la formazione attoriale attraverso corsi e workshop, spaziando dal teatro classico allo sperimentale a quello di ricerca, alla commedia dell’arte, a quella classica, alla regia, alla scrittura e da qualche anno alla formazione, alla pedagogia teatrale e alla pedagogia della voce. Lavoro molto sulla dizione. Nasco come attore, mentre come regista e formatore metto a cimento la mia preparazione e comprendo che ci sono aspetti che devo ancora approfondire e perfezionare. Amo i tre ruoli, con una punta di affetto in più per la recitazione.
Che suggerimento darebbe a un giovane che voglia recitare?
Il teatro non è una materia, è un mondo, in parte inesplorato. Un giovane che decida di affrontare il percorso deve chiedersi se ama quest’arte. Arte che richiede sacrifici e non dà troppe garanzie per vivere. Bisogna prepararsi su vari fronti, ampliare le competenze e le capacità (scuole, regia, formazione), lavorare con fatica, poi la passione premia sempre.
Tania Turnaturi

