San Francisco Ballet, Mere Mortals: il corpo umano nell’era dell’algoritmo
Uscendo da Sadler’s Wells dopo Mere Mortals, la sensazione che mi è rimasta non è tanto quella di aver assistito a un balletto sul futuro, quanto a uno spettacolo che parla, in modo sorprendentemente diretto, del nostro presente.
Il San Francisco Ballet porta in scena un universo in cui il confine tra naturale e artificiale si fa progressivamente più sfumato. I danzatori si muovono come un organismo unico: impeccabili, sincronizzati, quasi governati da un’intelligenza invisibile. Eppure, proprio quando tutto sembra diventare perfettamente controllato, emerge qualcosa di irriducibilmente umano. Un gesto che sfugge alla geometria, un corpo che si separa dal gruppo, una pausa. Sono questi piccoli scarti a catturare maggiormente l’attenzione.
È qui che Mere Mortals mi è sembrato più interessante: non quando cerca semplicemente di stupire, ma quando mette in discussione la nostra idea di individualità in un mondo sempre più modellato da algoritmi e sistemi capaci di apprendere, prevedere e persino imitare ciò che facciamo. Quanto della nostra spontaneità siamo disposti a cedere in cambio di efficienza e perfezione?
La coreografia di C. H. Lam è fisica, potente e spesso vertiginosa. I corpi si moltiplicano nello spazio, si accalcano, si disperdono e poi tornano a comporre figure di impressionante precisione. La musica di Floating Points contribuisce a creare un’atmosfera ipnotica, mentre il sofisticato impianto visivo trasforma Sadler’s Wells in un ambiente sospeso tra il reale e il digitale.
A tratti, però, l’apparato visivo rischia di imporsi sulla danza. È uno spettacolo costruito per essere visto, e in alcuni momenti si ha quasi la sensazione che la tecnologia voglia rubare la scena ai danzatori. Ma quando il corpo torna al centro, senza effetti a sostenerlo, il balletto ritrova tutta la sua forza.
Ed è proprio il corpo, alla fine, quello che ricordo di più. La precisione quasi algoritmica dei danzatori rende ancora più evidente la loro fragilità. Dietro la perfezione c’è la fatica, dietro la sincronizzazione c’è una scelta, dietro ogni movimento apparentemente programmato c’è un essere umano.
Mere Mortals non offre risposte facili, e forse non pretende nemmeno di farlo. Piuttosto, lascia una domanda sospesa: in un mondo in cui l’intelligenza può essere sempre più facilmente simulata, cosa rimane di irriducibilmente umano?
È una domanda profonda, e profondamente teatrale. E forse è questo il merito maggiore dello spettacolo: ricordarci che la danza nasce proprio dall’imperfezione, dall’errore, dalla vulnerabilità. Da un corpo che, per quanto possa sembrare perfettamente programmato, non lo è mai davvero.
image credit: Jane Hobson

