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Teatrionline > Blog > Parma > Grande attesa per la “Norma” di Bellini
Parma

Grande attesa per la “Norma” di Bellini

Vito Fabio
Ultima modifica: 9 Febbraio 2026 10:28
Vito Fabio
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La platea del Teatro Regio di Parma
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La tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani di scena al Teatro Regio il 15, 17, 20 e 22 febbraio

Norma di Vincenzo Bellini, tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani, da Norma, ou L’infanticide di Louis-Alexandre Soumet, torna in scena al Teatro Regio di Parma domenica 15 febbraio alle ore 20.00 (recite martedì 17 e venerdì 20 alle ore 20.00 e domenica 22 febbraio ore 15.30) nell’allestimento di Teatro Regio di Parma, Teatri di Piacenza, Teatro Comunale di Modena, con la regia di Nicola Berloffa, le scene di Andrea Belli, i costumi di Valeria Donata Bettella, le luci di Simone Bovis.

Renato Palumbo dirige l’opera sul podio dell’Orchestra Filarmonica Italiana e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani. Interpreti Dmitry Korchak (Pollione), Carlo Lepore (Oroveso), Vasilisa Berzhanskaya (Norma), Maria Laura Iacobellis (Adalgisa), Alessandra Della Croce (Clotilde), Francesco Congiu* (Flavio) *già allievo di Accademia Verdiana.

Coro del Teatro Regio

Per la sua quarta opera al Teatro alla Scala nel 1831, Vincenzo Bellini scelse insieme al suo librettista Felice Romani un soggetto tragico classicheggiante, che riprendeva il modello del sacrificio della protagonista, come nella Medea di Cherubini, in questo caso una sacerdotessa gallica abbandonata per una donna più giovane dal proconsole romano che l’aveva sedotta e resa madre. Alla prima reazione di Norma, quella di uccidere i figli avuti con l’uomo che l’ha tradita, subentra il pentimento, che la spinge a sacrificare se stessa sul rogo per espiare la propria colpa di empietà. L’ambientazione notturna nella foresta dei druidi rafforza il carattere autoritario e caricato di una passionalità primigenia intrisa di forte fragilità interiore della protagonista, ormai pienamente rispondente al sentire romantico di quegli anni. Partendo dalla base tradizionale belcantista, Bellini costruisce un impianto musicale sottilmente innovativo pur mantenendo la tradizionale forma a pezzi chiusi, sia sfruttando melodie che trasformano la riflessione in azione e che si dispiegano in forme ritmicamente irregolari, come nel celebre “Casta diva”; sia sostituendo i concertati di fine d’atto con catalizzanti scene, un terzetto nel finale primo e un’aria della protagonista nel secondo, che spostano il peso drammatico dalla vicenda ai personaggi, tracciando una strada che sarebbe stata proseguita dal grande teatro verdiano.

“Non è casuale la scelta di mettere ancora una volta in scena Norma, dichiara Alessio Vlad, direttore artistico del Teatro Regio di Parma. Certo, capolavoro assoluto che non si vorrebbe mai smettere di ascoltare e di scoprire, ma che necessita dell’affermazione di alcuni principi esecutivi. Principi che si identificano con la necessità di caratterizzare la personalità drammaturgica dei personaggi attraverso la definizione della loro vocalità. È quello che accade normalmente nella maggior parte delle opere della prima parte dell’Ottocento e non solo, ma che qui assume un significato particolare e svela delle prospettive. Il perno sta nel rapporto tra Norma e Adalgisa. Donna matura una, giovane l’altra. Confronto che non può non riflettersi in una raffigurazione anche vocale. Il colore di Norma dovrà infatti necessariamente essere più scuro di quello di Adalgisa, dando risalto cosi alle differenze tra i due personaggi. Differenze che sono alla radice stessa del dramma. Partendo da questo presupposto, viene naturale associare le caratteristiche vocali di Norma a quelle del soprano falcon, e quelle di Adalgisa a un soprano lirico-leggero. È un indirizzo che apre, poi, a prospettive musicologiche che inquadrano la figura di Bellini all’interno di un percorso compositivo. Percorso, in cui una corda vocale ibrida e non del tutto definibile, nata nell’ambiente parigino, si è sviluppata nelle opere di Meyerbeer e di Wagner e, passando per una parte della produzione verdiana, arriva addirittura al Novecento operistico. Le vocalità di Vasilisa Berzhanskaya e di Maria Laura Iacobellis corrispondono a queste caratteristiche cui, ai fini di un’omogeneità esecutiva, devono necessariamente uniformarsi quelle del tenore, nel nostro caso Dmitry Korchak e del basso, Carlo Lepore”.

“Con Norma, scrive Giuseppe Martini, l’opera italiana, legata ai modelli rossiniani, entrava nell’atmosfera della sensibilità romantica, e non solo per l’ambientazione della vicenda, ma soprattutto per la capacità di interpretare il presente nella sublimazione di un sentimento amoroso puro e assoluto, dotato di un’insostituibile forza, verso cui la figura maschile dapprima si rende colpevole e poi è costretta al pentimento di fronte alla superiorità morale di quella femminile. È una scelta che comporta il potenziamento assoluto della centralità della protagonista e sgombra il campo da veri antagonisti, poiché il dramma è nei sentimenti che intercorrono fra i personaggi. La grandezza di Bellini sta nell’esprimere quei sentimenti attraverso mezzi squisitamente musicali: articolazione strutturale (il duetto fra Norma e Adalgisa del primo atto, ad esempio, sfocia in un terzetto al calor bianco); finali innovativi (il secondo addirittura non ha un concertato né un’aria della prima donna); compenetrazione profonda d’invenzione melodica e colore orchestrale; abolizione delle regolarità metriche e delle simmetrie, che rendono inconfondibili le sue melodie e più percepibile il tramestio emotivo; varietà di mezzi vocali che, combinando il canto fiorito di matrice rossiniana a canto sillabico, declamato e arioso, consentono una vasta gamma di sfumature espressive; capacità di individuare l’atmosfera dell’opera attraverso una perspicua fusione di armonie, melodie e timbri, una lezione di cui l’opera italiana avrebbe subito fatto preziosissimo tesoro”.

“Del direttore, sarà il meraviglioso compito di ricreare, attraverso l’orchestra, il coro e gli artisti, il racconto e le atmosfere così ben descritte da Bellini, dichiara Renato Palumbo: valorizzare le splendide melodie di un moderno belcanto; dare la giusta importanza ai lunghi drammatici recitativi e ai momenti di aggregazione dei Galli con le loro marce e i loro rituali; descrivere Pollione come un arrogante fellone invasore; evidenziare la forza carismatica di Norma sacerdotessa e la sua debolezza nella vita privata, con il suo senso materno protettivo nel primo duetto con Adalgisa e la sua ferocia contro Pollione: il suo senso di colpa sempre presente, non potendo essere lavato con il sangue dei figli innocenti, trasforma ella stessa in vittima sacrificale, con la dolcezza e la forza di chi, finalmente, risolti i conflitti interiori, va alla morte con quella serena certezza che da quel rogo purificatore nascerà qualcosa di veramente immortale”.

“L’idea centrale è l’osservazione dei detriti di una società vinta e conquistata, sullo sfondo di una guerra continua, scrive Nicola Berloffa. Troviamo i Galli sconfitti che vivono reclusi in un palazzo ottocentesco incendiato e devastato, ultime vestigia di un potere perduto. Nessun druido con la barba, ma vecchi generali e soldati attaccano con le poche forze restanti Norma, cercando di estorcerle il segnale atto ad una agognata e penosa nuova Rivoluzione. In questo adattamento si è spostata l’azione del dramma verso un Ottocento europeo, nel periodo delle grandi lotte e delle rivoluzioni interne che hanno segnato il XIX secolo, pur rispettando perfettamente le dinamiche conflittuali tra vincitori e vinti, i deliri amorosi e le gelosie uterine delle eroine belliniane. Potremmo trovarci a Solferino o a Parigi ai tempi della guerra prussiana. Vedremo cadere Norma, da “donna del popolo” a nuova vittima designata, perché nell’arco del racconto la sacerdotessa passa da beniamina a traditrice con una logica assolutamente moderna e marziale: nessun processo l’attende, solo una condanna urlata dalla piazza con una relativa violenta esecuzione. I temi suggeriti dal libretto potrebbero portarci ad una facile attualizzazione, ma questo non è necessario perché la scrittura musicale di Bellini riesce in modo moderno a farci scoprire personaggi che, una volta liberati dai numeri di parata, provano sentimenti umani. Che sono gli stessi che proviamo noi oggi”.

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