Oggi ultima recita per l’emozionante trittico contemporaneo che rilegge tre capolavori dei Ballets Russe
Una serata interamente dedicata ai grandi Ballets Russes e al suo fondatore Sergej Djagilev nel Trittico contemporaneo in scena al Teatro dell’Opera di Roma (oggi ultima recita ore 16.30) con Afternoon of a Faun di Jerome Robbins, Petruschka di Marco Goecke, Le Sacre du printemps di Pina Bausch.

Tre capolavori della danza, intrinsecamente legati al Teatro Costanzi per un trittico particolarmente attrattivo per il pubblico (per la leggendaria Le Sacre di Pina Bausch), ma che non tradisce la vocazione di Eleonora Abbagnato, diretttrice da oltre dieci anni del Corpo di Ballo capitolino, nel lavoro di crescita della compagnia e di educazione del pubblico.
Una serata dai toni e dall’umore totalmente diversi che che apre sulla poesia pura in Afternoon of a Faun, balletto neoclassico del 1953 di Jerome Robbins,su musica di Debussy: un titolo del grande coreografo americano che torna a Roma dopo ben 22 anni di assenza. Un piccolo gioiello di grazia che coglie l’attimo, il momento di un incontro e che ripensato in una nuova ambientazione, all’interno di una sala prove delineata dal tulle bianco su sfondo azzurro. Due danzatori si incontrano e abbattono la quarta parete danzando davanti al pubblico: Andrea D’Ottavio (si alterna a Giacomo Castellana) è il fauno che trascorre il pomeriggio stiracchiandosi e sonnecchiando quando viene richiamato dalla presenza suadente e leggiadra della ninfa Marianna Suriano (si alterna a Elena Bidini). Un incontro fra due ragazzi in eleganti, sensuali, dolcissimi passi a due. Come è apparsa, la ninfa svanisce e il fauno torna a sonnecchiare. Poesia pura.

Si cambia completamente tono, ritmo e colore nel secondo lavoro proposto: il Petruschka diede tedesco Marco Goecke, versione contemporanea del 2016 per il Ballett Zürich, scardina l’originale balletto, eliminando colori e folklore. trasformando in un lavoro minimalista e quasi astratto.
Il palco è quasi completamente buio e i danzatori emergono piano piano dall’oscurità: resta il triangolo amoroso della marionetta Petruschka che prende vita e che si innamora, non ricambiato, della Ballerina sedotta dal prepotente Moro (sempre superbo Alessio Rezza) che ucciderà Petruschka. La musica di Stravinskij. Goecke ripensa Petruschka come un outsider condannato a vivere nell’osscurità, ai margini della società: resta in scena il triangolo amoroso (forse evocato dal triangolo di luce che si fa spazio nell’oscurità) che si muove fra la finzione e la realtà e si fanno spazio i sentimenti di Petruschka evocati da una coreografia nervosa, i movimenti scattosi e quasi disarticolati a richiamare le marionette (la Ballerina è Federica Maine, Giacomo Castellana si alterna con Luca Giovanetti come Petruschka), in alternanza con che si muovono su linee geometriche.Un adattamento che richiede notevole capacità tecnica del Corpo di Ballo e che che stravolge l’originale puntando alla contemporaneità della storia e del dolore.

In un crescendo emotivo la serata si chiude con il lavoro forse più atteso, la leggendaria Le Sacre du printemps di Pina Bausch creata nel 1975, per la prima volta al Teatro Costanzi: la Compagnia capitolina l’aveva già interpretata, prima compagnia italiana, nel 2025 sul palco delle Terme di Caracalla con grande successo, ora replicato.

“Portare Le Sacre du printemps a Caracalla è un sogno che si realizza. Sono tanti anni che penso a questo titolo perché l’ho danzato per la prima volta con Pina Bausch all’Opera di Parigi nel 1997 ed è stato un momento che rivoluzionato il mio modo di essere, su come amare la danza e come amare la vera interpretazione” aveva dichiarato Eleonora Abbagnato intrinsecamente legata a questo mitico titolo, scelta dalla stessa Bausch a soli 19 anni.
Sulle celebri note di Stravinskij con l’orchestra diretta da Andrew Litton, il Corpo di Ballo offre al pubblico un’interpretazione intensa e sconvolgente danzando sulla terra nuda (pensata da Rolf Borzik e che viene preparata durante l’intervallo davanti al pubblico) che rende difficile imprevedibile ogni volta ogni movimento che deve farsi sempre più energico, scattoso, diverso, veloce.
Il racconto di un antico rituale russo con il sacrificio dell’Eletta e che coinvolge l’intera comunità di donne, in abiti leggerissimi, quasi impalpabili, e uomini a torso nudo, è un crescendo di emozioni è spaventoso e inquietante, accompagnato dalla musica carica di dissonanze di Stravinskij.

Le donne entrano in scena poi arrivano gli uomini: dei danza sulla terra che si attacca sempre di più ai loro abiti, alla loro pelle che li trasforma rendendo visibile la loro fatica, la loro angoscia. Se il sacrificio è vita, ma anche fatica, la Basuch mette non scena anche la lotta imperitura e innegabile fra i sessi uniti solo nella scelta della vittima, l’Eletta, di rosso vestita.

Mentre gli uomini restano in disparte, le donne, l’una dopo l’altra, appaiono sfuggenti e terrorizzate. La danza diventa più energica, estenuante, ossessiva, ma il sacrificio deve compiersi preceduto dall’ossessiva danza di morte dell’Eletta, circondata dalla comunità: un sacrificio che cerca di rifuggire. Inutilmente. La danza di morte dell’Eletta che precede il sacrifico è necessario, violenta e brutale fino al buio totale.

Uno spettacolo che sconvolge ogni volta lo spettatore per il forte impatto visivo ed emotivo che provoca.
Affascinante e spaventosa, Le Sacre resta un titolo straordinario che travolge ogni volta lo spettatore. Trionfo di pubblico.
Fabiana Raponi

