Quando mi è stato chiesto di affrontare “La guerra dei Roses” ho subito individuato un primo
ostacolo: non poteva essere tratto dal film, perché il film è molto bello e tutti lo ricordano, ripeterlo
sarebbe stato inutile e pretenzioso.
Sono quindi andato a leggere il libro e ho scoperto un filo narrativo, che il film ha deciso di non
percorrere, ma che in teatro può essere molto efficace.
Lo spettacolo è costruito sul rapporto dei due protagonisti, Barbara e Oliver Rose, che si
incontrano e si sposano senza avere nulla in comune se non un forte ego che impedisce loro di
comunicare. In casa una ragazza alla pari bada ai due figli che i genitori ignorano totalmente
almeno fino a quando questi non diventano una potenziale arma per vincere il processo sul loro
divorzio. E sulle loro vite domina una figura inquietante che si traveste di volta in volta
trasformandosi in personaggi chiave che incideranno sul percorso della storia e che appare come il
carnefice della loro disfatta. In realtà tutto quel che fa è semplicemente farli incontrare e liberare il
loro egoismo, e quella parte oscura che tentano di nascondere anche a se stessi.
Nel loro cieco egoismo e narcisismo un bene materiale, la lussuosa casa in cui vivono diviene
oggetto principale della contesa fino a che non finirà per fagocitarli.
Quel che del film, così come del libro, non si è perso è il carattere grottesco e a tratti esilarante
della storia: arrivando agli estremi del rapporto di coppia il comportamento di entrambi si esaspera
a tal punto da risultare ridicolo. |