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Intervista

Intervista a Katya Pianucci

Michele Olivieri
Ultima modifica: 18 Febbraio 2015 16:01
Michele Olivieri
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fotoKatya Pianucci nata a Lucca, inizia i suoi studi accademici di danza all’età di 6 anni in una piccola scuola alle porte di Milano. Nel 1977 a 11 anni entra alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala, dove si diploma nel 1986, e in seguito fa parte del Corpo di ballo fino al termine della propria carriera artistica, conclusasi qualche anno fa. Moltissimi i ruoli danzati come solista e prima ballerina, in teatro e in diverse tournée sul territorio nazionale e nei più prestigiosi teatri del mondo.

***

Carissima Katya, a che età hai capito che la danza poteva essere la tua passione?

A 6 anni, e come tutte le bambine di quella età ballavo in casa, in salotto. Come partner ricordo, avevo una sedia che mi accompagnava e mi sosteneva nei miei primi e insicuri movimenti. La mia vita era già segnata!

Il tuo percorso formativo com’è stato? Sei entrata direttamente alla Scuola di Ballo della Scala o precedentemente hai frequentato altre scuole?

Nel frattempo mia mamma Fabrizia mi iscrisse in una piccola scuola di danza adiacente casa, dove insegnava la signora Bianca Fogliarini, danzatrice del corpo di ballo del Teatro alla Scala. Lei mi disse di provare per l’ammmissione alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala perché avevo tutte le caratteristiche per poter passare l’audizione. Il bando di iscrizione alla scuola mi fu portato da una cantante lirica, Rosa Laghezza, che anche lei credette nelle mie doti artistiche. Fu così che superai l’audizione e divenni,come si dice a Milano, una “spinazitt”. Ricordo che eravamo in 700, siamo entrate in 14 !!!

Chi ricordi maggiormente tra i tuoi maestri?

La Signora Franca Roberto, l’insegnante di spagnolo, allora nelle Scuola di ballo si facevano anche lezione di spagnolo e danza di carattere. Lei era una persona cordiale, positiva e solare. Sapeva trasmettere passione per l’insegnamento ed io ero davvero entusiasta di lei. Poi la signora Antonietta Cozzi, anche lei, una bravissima insegnante e danzatrice del Corpo di ballo del Teatro alla Scala.

Poi sei entrata stabile nel Corpo di Ballo della Scala e lì hai trascorso tra spettacoli e tournée gli anni più importanti come danzatrice e sei rimasta fedele per tutta la tua carriera alla Scala?

Sì, penso di essere stata forse l’unica danzatrice ad essere stata fedele a questo meraviglioso Teatro, senza andare a cercare nuove esperienze all’estero. Il Teatro allora era pieno di eccellenze artistiche, di grandi personaggi della danza mondiali, un teatro davvero all’avanguardia. Anche se ho avuto delle bellissime proposte di lavoro, con grandi nomi della danza mondiale che mi hanno invitato nelle proprie compagnie come prima ballerina, da Alvin Ailey, dopo aver danzato come protagonista in “Streams”, da Paolo Bortoluzzi che mi volle in Francia, da Jury Grigorovich che mi diede subito dei ruoli da prima ballerina nella sua Raymonda in Scala, negli anni 1988/89, chiedendomi insistentemente di andare con lui al Bolshoj a Mosca, decisi che questo era il mio teatro. Poi la vita prese un altra direzione…

Come è stata in assoluta la tua prima esperienza artistica da professionista?

Bellissima! Danzavo nel Ballo Excelsior, il balletto italiano per eccellenza, dove si rispecchia l’epopea dell’Italia. Avevo 11 anni!

Dei tuoi colleghi scaligeri chi vuoi citare e perché, anche di quelli che ormai non ci sono più?

Difficile dirlo, e tantomeno spiegare il perché nessuno di loro mi ha lasciato una qualsiasi emozione, sentimento o qualche cosa che mi abbia particolarmente colpito.

Hai lavorato con i maggiori coreografi classici e moderni, raccontami qualche aneddoto, chi sono stati i tuoi preferiti?

Rudolph Nureyev, genio e sregolatezza, amico e personaggio stravagante. Un grande coreografo oltre che un indiscusso e grandissimo artista e ballerino. Non ci sono parole per definirlo. Lui amava davvero la Scala, si sentiva bene con noi, in questa nostra grande famiglia, dove a lui gli è sempre mancata. Le sue coreografie erano davvero difficili e non tutte le danzatrici sapevano danzare i suoi passi. Quante mie colleghe non erano sempre all’altezza dei ruoli assegnatogli… Poi Alvin Ailey, persona eccezionale e paterna, un grandissimo personaggio della danza moderna americana. Jury Grigorovich, George Balanchine, stupendo danzare le sue coreografie. Forse perché il mio fisico me lo permetteva e trovavo nei suoi passi una naturalezza e semplicità uniche. Era tutto così semplice e armonioso, i suoi passi erano perfetti per una ballerina. Mi dispiace solamente di non averlo conosciuto personalmente, anche se Patricia Neary, mia grandissima amica, ce lo ha fatto amare tramite i suoi magnifici balletti.

Com’era lavorare con Rudolf Nureyev?

Bellissimo, incuteva stupore e ansia, bellezza e terrore. Tutti gli opposti di una personalità vincente e appassionata!

Tra tutte le tourneé scaligere quale ricordi con più nostalgia e in quale teatro all’estero hai provato maggiori emozioni in danza?

A Tokyo,la prima grande tournèe scaligera in Giappone, al Teatro Bunka Kaikan nel 1995 con Bella Addormentata di R. Nureyev e Aida di Franco Zeffirelli all’NHK. Poi sempre in tournèe con la Scala al Bolshoj con Excelsior, dove mia figlia Susanna al termine dello spettacolo mi chiese se poteva fare danza! Questa è stata la mia ultima tournèe con il mio Teatro e dopo qualche mese terminai la mia carriera artistica alla Scala iniziata nel lontano 1977.

Nella tua carriera hai conosciuto tanti danzatori e personaggi famosi, chi ti ha colpito artisticamente per la sua genialità o personalità?

Sicuramente Rudolph Nureyev, Carla Fracci, Roberto Bolle, Olesia Novikova, Svetlana Zakharova, Denis Matvienko. Grandi artisti e soprattutto, persone a cui io ho sempre ambito e riconosciuto il proprio talento professionale e umano.

Lo spettacolo di danza che ti è rimasto nel cuore, tra quelli interpretati?

Molti gli spettacoli, tantissimi ricordi, ma quelli che maggiormente mi hanno fatto sognare ed emozionare sono stati sicuramente Etudes e Raymonda.

In teatro hai conosciuto anche tuo marito, il celebre danzatore Maurizio Tamellini e anche la vostra splendida figlia, Susanna, ha intrapreso questa carriera. Una vita dedicata alla danza a 360 gradi?

Pare proprio di sì! Non era per niente mia intenzione che Susanna intraprendesse la professione di ballerina, ma lei ha scelto, e io non ho potuto fare altro che accettare ed assecondare la sua scelta di vita. Fortunatamente per lei che ha sempre vissuto in teatro, non è stata una scelta difficile, come capire i rischi e le amicizie che si possono in qualche modo contrapporre a riguardo di persone che vivono di riflesso…

Una volta terminata la tua carriera da danzatrice hai scelto di ritirarti a vita privata. Non hai avuto voglia di trasmettere il tuo sapere e intraprendere la strada dell’insegnamento o degli stage?

L’insegnamento non fa proprio per me, anche se, il più delle volte ho l’occasione di vedere molti allievi, e d’istinto mi viene voglia di dare delle correzioni, o meglio, dei suggerimenti. Mi sarebbe piaciuto comunque trasmettere la mia esperienza artistica in compagnie o Accademie professionali. Purtroppo non è così facile accettare ed avere dei contratti. Comunque seguirò mia figlia e cercherò di trasmettere a lei la mia esperienza di danzatrice.

Quali sono i tuoi maggiori consigli per i giovani allievi, futuri danzatori del domani?

Direi a loro di non lasciarsi mai abbattere dalle delusione, che purtroppo in questo lavoro sono molte, ma la passione per quest’arte riuscirà sempre a superare i limiti e a spostare i confini delle soddisfazioni che arriveranno sempre a premiare la costanza e la caparbietà di ognuno.

Hai ancora un desiderio o un sogno legato alla danza che vorresti realizzare?

Ne avevo… Oramai il tempo è passato!

A quali ballerini e coreografi del panorama attuale riconosci l’eccellenza?

Ce ne sono moltissimi di ottimi coreografi, siamo inflazionati tra tecniche e coreografie. Mi rendo conto vedendoli, che sono molto attuali e a volte sono davvero eccezionali, ma io sono una fan del balletto classico di tradizione ottocentesca.


A chi dedichi il tuo successo e la tua carriera?

Ai miei genitori, a mio marito e a mia figlia, perché insieme siamo riusciti a superare le grandi sfide che la vita ci propone e ci mette sempre alla prova.

Per finire un tuo pensiero per definire la “Danza”?

È la vita che ho scelto di intraprendere. Non potevo fare altro!

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