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I giganti della montagna

Alessandra Manenti
Ultima modifica: 14 Gennaio 2018 17:34
Alessandra Manenti
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I giganti della montagna è l’ultima opera a cui Pirandello lavorò, lasciandola incompiuta. Ne scrisse i primi due atti e la “premessa”, la Favola del figlio cambiato, che trasformò poi in novella. È forse il testo teatrale più oscuro dell’autore siciliano, non solo per la mancanza del terzo atto, quello di norma risolutivo, ma anche per il momento in cui viene scritto. Pirandello, ormai in piena crisi artistica, presagisce la propria morte, l’imminente conflitto globale e la vanità dei suoi testi, che hanno fallito nella missione di combattere l’ipocrisia. Non stupisce che Roberto Latini abbia scelto questi tra i numerosi inchiostri di Pirandello. Due gruppi di personaggi: gli “scalognati”, che abitano una villa decaduta, e la compagnia della Contessa, decimata brigata di attori. I primi hanno scelto di vivere nel luogo dove, ogni notte, i sogni prendono vita fuori dal corpo dei sognatori. “È la villa” che anima i fantasmi, scambiando i fantocci con le persone reali. La compagnia, invece, vaga nomade in cerca di un teatro dove rappresentare la Favola del figlio cambiato, scritta da un giovane poeta per la Contessa, di cui si era innamorato. Si incontrano, senza appuntamento ma non per caso, nella villa detta Scalogna. Hanno paura, gli uni degli altri, come dei fantasmi che ognuno si porta appresso. Ma tutto sta nel come li facciamo vivere, questi fantasmi, e se ci crediamo; perché, per esistere, esistono, questo è chiaro. “A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da sé”, dice il mago Cotrone. Ecco manifesto il dissidio tra l’immaginazione e la finzione, tra gli scalognati e i teatranti: “E il miracolo vero – continua, qualche rigo sotto – non sarà mai la rappresentazione, creda, sarà sempre la fantasia del poeta in cui quei personaggi sono nati, vivi, così vivi che lei può vederli anche senza che ci siano corporalmente”. Latini crede nei personaggi che descrive, li fa vivere secondo la sua immaginazione. Una volta realizzati, non gli resta che tirarne fuori i sogni, incoerenti come sono. Il Conte, la Contessa, la Sgricia, Diamante, ognuno col suo fantasma pesante sulle spalle. È un lavoro dietro le quinte di adattamento al testo, che mantiene le parole ma le estrapola da ciò che si può definire vicenda. Tolta la trama, rimane il fulcro.

La versione di Latini de I giganti della montagna sorvola l’originale, ma non si posa mai a terra, in piedi. Non da solo. Si mantiene a mezz’aria, calando di quota soltanto il tempo necessario per carpire dal testo le parole più evocative, più immaginifiche. Le parole sono il personaggio scelto dal regista e attore, come lui stesso scrive. Il pregio dei lavori di Latini è proprio la capacità di frugare tra le espressioni del linguaggio, sceglierne alcune e fissarle nella mente dello spettatore, ripetendole, amplificandole, fino a riempirne lo spazio. Un’analisi quasi fanatica, certo introspettiva. I giganti della montagna di Latini non è più un mito, come nelle intenzioni di Pirandello, ma una sua interpretazione, nel doppio significato di interpretazione teatrale e di accezione soggettiva. Il grande difetto di questo tipo di teatro è che rimane fuori dalla portata di chiunque non abbia letto l’originale. Certo nessuno resta indifferente alle meravigliose musiche di Gianluca Misiti, ai suoni, ai video, alle luci, all’atmosfera tutta, ma, senza il passaggio preventivo della lettura del mito, la reazione è di sorpresa confusione.

Pirandello aveva trovato una soluzione a tale confusione durante la sua penultima, tormentata notte. Il figlio Stefano ne scriverà una bozza, annotando quello che il padre gli aveva confidato. Uno scritto prezioso, ma orfano. Latini sceglie di rappresentare il conflitto tra i “fanatici della Vita” e i “fanatici dell’Arte”, non la sua conclusione. Sospesa, indefinita, la messinscena comunica al pubblico un aspetto inoppugnabile de I giganti della montagna, il più banale e insieme profondo: la sua incompiutezza.

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