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Teatro Belli, Il diario di Anne Frank

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 1 Febbraio 2023 15:22
Tania Turnaturi
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Una fine precoce e crudele ha trasformato una fanciulla normale in una ragazza speciale che ha vissuto l’Olocausto, consegnandola alla Storia.
Otto Frank, unico sopravvissuto della famiglia, pubblica nel 1947 Il diario di Anne ritrovato nel loro rifugio alla fine della guerra. L’edizione americana ebbe la prefazione di Eleanor Roosevelt, vedova del presidente.

L’accoglienza entusiastica ne favorì la trasposizione teatrale, affidata ai drammaturghi Albert Hackett e Frances Goodrich, rappresentata con successo su tutti i palcoscenici, Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1956. In Italia è stata messa in scena per la prima volta nel 1957 dalla Compagnia dei Giovani al Teatro Eliseo.

La vicenda inizia con la consegna a Otto Frank del diario nel rifugio segreto della sua ditta di marmellata in cui la famiglia si era nascosta e, sfogliandone le pagine, si materializzano i protagonisti che nel 1942, nella Amsterdam occupata dai nazisti, entrano in clandestinità perché ebrei perseguitati dai tedeschi che avevano invaso l’Olanda. Sono Otto, Edith, Margot e Anne Frank, i signori Van Daan col figlio Peter, cui si aggiungerà il dottor Dussel.
Lo spazio del palcoscenico è ripartito verticalmente su due livelli, ciascuno suddiviso in due ambienti dove entrambe le famiglie trascorrono le giornate in assoluto silenzio per non suscitare sospetti negli impiegati dei sottostanti uffici.

Camminare scalzi, non far scorrere l’acqua nemmeno in bagno, non cucinare, non parlare, se non dopo la fine dell’orario di lavoro. La quotidianità è complicata da affrontare nella convivenza forzata di otto persone che condividono tutto 24 ore al giorno: solo uno spicchio di cielo attraversato dalle nuvole che cambia colore dall’alba al tramonto è l’elemento di congiunzione col mondo esterno.
Anne, che ha ricevuto un mese prima un quaderno come regalo di compleanno, annota screzi, manie, discussioni, egoismi, malattie, antipatie e simpatie, paure e speranze. E anche lo sbocciare di un giovane amore. I buoni amici che li proteggono incontrano difficoltà sempre maggiori nel reperire il cibo razionato e la fame induce qualcuno a trafugare nottetempo le scarse provviste, scatenando la furia dei coabitanti.

In quello spazio claustrofobico dove bisogna tenere a bada istinti e bisogni per due anni si ride, si gioca, si studia, e si spera “perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo” annota Anne, che esplode di vitalità e di curiosità verso emozioni e sentimenti, si stupisce dei litigi degli adulti credendo che siano atteggiamenti da bambini e immagina la vita adulta in un mondo senza guerre, mentre il suo corpo di adolescente si trasforma.
Quando la notizia dello sbarco degli alleati fa ritenere imminente la liberazione, arriva il tradimento, l’arresto e la deportazione.
La pièce di Frances Goodriche e Albert Hackett nella traduzione di Alessandra Serra e Paolo Collo per la regia di Carlo Emilio Lerici, prodotta da Teatro Belli e Compagnia Mauri Sturno, ci tiene incollati alla poltrona, pur conoscendo già il tragico epilogo, suscitando una profonda condivisione empatica.

In ogni ambiente della scena di Vito Giuseppe Zito si svolge un momento di vita: chi studia, chi fuma, chi accende la stufa, chi legge, chi fa la fila per il bagno, chi discute e poi, insieme, si canta e si celebrano le feste religiose.

L’interpretazione corale ci restituisce lo spaccato dell’epoca al cui effetto, nella scelta registica di Lerici, contribuisce tutto lo spazio del teatro con le voci dei nazisti provenienti dal foyer, i costumi di Annalisa Di Piero, le luci e le musiche con i brani della tradizione ebraica cantati da Eleonora Tosto. Raffaella Alterio è esplosiva e inarrestabile nel ruolo di Anne, Francesca Bianco è la protettiva e amorevole mamma che si chiede perché inglesi e francesi non intervengano a fermare i treni dei deportati, Roberto Attias è Otto Frank pacato mediatore di intemperanze, Vinicio Argirò è il giovane Peter, Tonino Tosto e Susy Sergiacomo i signori Van Daan, Roberto Baldassari l’irritabile dottore Dussel, Beatrice Coppolino è la quieta Margot, Eleonora Tosto è l’amica Miep e Fabrizio Bordignon è Harry.

La messinscena al suo debutto nel 2020 con Antonio Salines nel ruolo di Otto Frank, ha ottenuto grande successo di pubblico e di critica e ha visto la presenza di oltre 2500 studenti delle scuole di Roma e provincia.
Lo spettacolo ha ricevuto il patrocinio dalle principali istituzioni ebraiche: UCEI–Unione della Comunità Ebraiche Italiane, Fondazione Museo della Shoah, Centro Ebraico Italiano “G. E. V. Pitigliani”, Associazione Progetto Memoria, Associazione Figli della Shoah e il MEIS, Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah.

Tania Turnaturi

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