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La banalità dell’amore

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 12 Maggio 2025 18:30
Tania Turnaturi
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ph Claudia Pajewski
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In scena al Teatro India di Roma fino al 18 maggio 2025

Interno borghese di un appartamento newyorkese illuminato dal sole del tramonto in un pomeriggio del 1975, a sinistra del palcoscenico.

Hannah Arendt si riposa in poltrona rispondendo al telefono per informare della sua convalescenza dopo un infarto, tormentata dallo spasmodico desiderio di una sigaretta.

Attende la visita del ricercatore dell’archivio della Shoah, Michael Ben Shaked, che le ha chiesto un’intervista per conto dell’Università di Gerusalemme. A lui spera di chiarire il senso autentico del suo pensiero espresso nel libro La banalità del male, sul resoconto del processo ad Adolf Eichmann del 1961 come inviata per The New Yorker, messo al bando perché giudicato antisionista, mentre era solo critico verso il governo israeliano per la spettacolarizzazione del processo. La storica sosteneva che azioni terribili, quale il genocidio, possano essere compiute da persone non necessariamente malvagie intrinsecamente, ma ciecamente obbedienti all’autorità e prive di pensiero critico e quindi non in grado di percepire l’enormità del male. Da qui il paradosso che dalla banalità delle motivazioni deriva la banalità del male, che ha scatenato aspre polemiche rimaste vive per tutti gli anni Sessanta. La Arendt è stata denunciata, persino da alcuni dei suoi più cari amici, come antisionista ed esempio di “odio ebreo per se stessi”.

Si spengono le luci del salotto e a destra si illumina un ambiente, dove nel 1924 la giovane Hannah è ospite nella Foresta Nera nella baita dell’amico Raphael Mendelsohn, compagno di studi e innamorato di lei. In quella baita si concretizza l’amore tra la diciottenne Hannah e il professor Martin Heidegger, il suo insegnante di filosofia all’Università di Marburgo, trentacinquenne, sposato con due figli.  È una relazione ‘asimmetrica’ ma Martin è appassionato e non riesce a immaginare la vita senza di lei.

La relazione clandestina vive gli anni dell’ascesa di Hitler, all’inizio ridicolizzato per i baffetti e l’accento austriaco, infine idolatrato dal grande filosofo che aderirà al nazismo condividendone l’ideale antisemita e totalitario di rinascita del popolo germanico.

Hannah, ebrea, sposerà un altro e fuggirà nel 1937 in Francia, poi, col secondo marito  Heinrich Blücher,  nel 1941 negli Stati Uniti, dove diventerà la prima docente di Teoria politica dell’Università di Chicago.

Intanto giunge il giornalista e inizia un’anomala intervista. Dopo accese contrapposizioni, il giovane rivelerà di essere il figlio di Raphael, morto da tempo. Non è interessato al processo Eichmann, ma alle accuse di tradimento del popolo d’Israele per la relazione con Heidegger e alla questione dell’amore degli ebrei tedeschi per la musica e la letteratura germaniche, che non verrà meno nemmeno dopo le terribili persecuzioni razziali. Essere accusata di questa insanabile contraddizione scatena la reazione irata della donna.

Ne scaturisce un profilo sdegnoso e altezzoso di Heidegger che, da rettore dell’Università di Friburgo impediva al suo maestro Edmund Husserl di accedere alla biblioteca dell’Istituto dopo le leggi razziali, pur avendolo adulato all’inizio della carriera. Allo stesso modo si comporterà con l’amante ebrea, la cui intelligenza lo affascinava ma la cui intolleranza ideologica al nazismo lo irritava, e non la cercherà dopo la fuga dalla persecuzione nazista.

Hannah, invece, malgrado le scelte ideologiche del professore, conserverà intatta la sua passione per lui e per lo spirito hegeliano che connotava la cultura tedesca. Questa incapacità di valutare la dirittura morale dell’amnte, costituisce la banalità di un amore. Un amore che Hannah non ha tradito ma che l’ha tradita, come l’hanno tradita la Germania nazista prima e il movimento sionista poi.

La pièce di Savyon Liebrecht, andata in scena per la prima volta a Tel Aviv nel 2007 con grande successo e poi in Germania, è un viaggio nella memoria storica, ricco di contrasti.

La regia di Piero Maccarinelli rende lineare una scrittura complessa e, ripartendo lo spazio tra presente e ricordo, procede per scorci temporali mettendo contemporaneamente in scena le due versioni di Hannah, giovane e anziana, ora illuminata e ora in ombra. Da una parte Anita Bartolucci è la Hanna severa e inaridita dalle atrocità vissute, tagliente eppure ironica, dall’altra Mersila Sokoli è la vibrante studentessa sedotta dal fascino del filosofo ma non dalle sue teorie alle quali si contrappone, tuttavia incapace di arrendersi alla ragione. Claudio Di Palma è un misurato e appassionato Martin Heidegger all’inizio della relazione, ambiguo e colpevole per il tradimento intellettuale e umano verso Hanna quando la incontra in Germania, incaricata di seguire la restituzione dei beni trafugati agli ebrei. Giulio Pranno mette enfasi nel ruolo del giovane intervistatore.

Le scenografie di Carlo De Marino definiscono i due ambienti, illuminati dal disegno luci di Javier Delle Monache. I costumi di Zaira De Vincentiis denotano i periodi storici di riferimento, sottolineati dalle musiche di Antonio Di Pofi.

Scrive Piero Maccarinelli nelle note di regia: “La protagonista di quest’opera – così racconta il regista Maccarinelli – è Hannah Arendt, una delle più importanti figure del ‘900 europeo, nata in Germania e costretta ad emigrare a causa delle leggi razziali prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Nel suo appartamento di New York, Hannah riceve la visita di un giovane che le chiede un’intervista televisiva, presentandosi come un ricercatore dell’archivio della Shoah dell’Università di Gerusalemme. L’intervista le viene chiesta per darle la possibilità di chiarire molte delle sue opinioni in merito al processo Eichmann, ma, contro la sua volontà, le farà aprire molti cassetti della memoria, soprattutto quelli delle tappe del suo innamoramento per Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del ‘900 dichiaratamente Nazionalsocialista. Ebrea tedesca, Hannah è stata perseguitata dal nazismo, eppure, fin da quando era una giovane studentessa, non ha mai smesso di subire il fascino di Heidegger che a un certo punto definirà “l’ultimo romantico tedesco”, per la sua capacità di pensiero. Ma anche altre vite e altri personaggi popolano la vicenda: il giovane ricercatore svelerà una identità diversa da quella con cui si è presentato, scoprendo altri legami che lo avvicinano alla Arendt. Sapientemente costruito su più piani temporali, il testo abbina lo svolgersi di un plot quasi giallo a riflessioni ulceranti sull’amore. Da un lato quindi la storia d’amore impossibile, irrazionale e drammatica fra Hannah ed Heidegger, dall’altro le ragioni della Storia, di chi, come Michael Ben Shacked, cerca le ragioni di una storia personale che si intreccia con la grande tragedia della Shoah”.

 

Tania Turnaturi

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