I Laghi cornice dello spettacolo di Giovanna Lombardi
Nell’area spettacoli del complesso residenziale e portuale dei Laghi di Sibari, realizzato negli anni ’70 dalla bonifica di una palude, si è svolta dal 22 al 24 agosto, la 18ª edizione del Festival Internazionale delle Arti e delle Culture. Intorno, le quattro penisole affollate di barche, delimitate dalla spiaggia alluvionale del mar Ionio sul golfo di Taranto sovrastata dal profilo del monte Pollino, che conserva memoria della Magna Grecia.
Direttore artistico è Giovanni Spedicati, che da oltre un trentennio dirige l’Editrice Alternativa La Mongolfiera, nata dall’esperienza della Rivista ecopacifista “La Mongolfiera” che inizia le pubblicazioni nel settembre 1987 come strumento di controinformazione dei fermenti culturali che si sviluppavano tra i giovani intellettuali della Piana di Sibari su tematiche di ecologia, non violenza e vita quotidiana calabrese, sfociata, nel 1988, nell’Editrice Alternativa. La Rivista continua con la pubblicazione bimestrale, trattando tematiche relative ad ambiente e territorio, diritti dei cittadini, salute e medicina naturale, ecologia, crescita sostenibile ed economia circolare, nonviolenza, solidarietà, arte, cultura e vita quotidiana che gravitano nel contesto calabrese.
Il tema di quest’anno del Festival “La Cultura per la Libertà dei Popoli – Restiamo Umani: NO a tutte le Guerre!” ha permeato le proposte delle tre serate, veicolando il messaggio che la cultura offre soluzioni anche territoriali, come impegno civile e tensione etica per creare una società più giusta e più libera.
Oltre a “Poesia è Libertà”, omaggio al poeta sibarita Alfredo Bruni, il dibattito a cura del Collettivo La Mongolfiera “No a tutte le guerre! Restiamo Umani” ha ricordato il reporter Vittorio Arrigoni, cui hanno fatto seguito letture sceniche di tre autori da una propria opera: Giuseppe Manfridi con “La Ribelle”, Paolo Bignami con “Se la guerra non fosse” e Umberto Romano con “Palestina Diario di Guerra”.
Il Collettivo della Rivista ecopacifista La Mongolfiera, insieme ad altre Associazioni del territorio, avevano precedentemente avviato iniziative pubbliche con lo scrittore Umberto Romano leggendo il suo libro “Palestina Diario di Guerra”: il 9 luglio a Schiavonea di Corigliano, il 20 luglio a Torre San Angelo di Rossano, il 28 luglio a Cropalati e il 20 agosto a Mirto Crosia.
Il 24 agosto, nella sezione “Sociale ed Individuale” è stato reso un tributo al drammaturgo Mario Moretti, con la presentazione del libro di Maurizio Di Giacomantonio “Mario Moretti- Pensare, Scrivere, Fare Teatro”.
A seguire lo spettacolo teatrale di e con Giovanna Lombardi “La mia Celestine” liberamente tratto da un adattamento teatrale di Mario Moretti dal Romanzo di Octave Mirbau “Journal d’une Femme de Chambre”.
Suggestioni, emozioni e impulsi erotici, legati a storie scabrose di una compromessa borghesia, delle quali è testimone una estranea cameriera, mettono a nudo una incontenibile ribellione alla morale che cambia per sempre qualsiasi regola imposta dall’amore…
Un sabato sera di turbamenti, una cena peccaminosa, un vino rosso come la passione, fanno da cornice ad uno spettacolo travolgente e passionale.
Dalle note di regia di Giovanna Lombardi: “Eccomi qua nel nostro caffè di Cherburg. Sai dove si trova Cherbourg, no? In Normandia.”
Così inizia la mia Célestine, spavalda, cresciuta, consapevole. Bella femmina come piace al suo Joseph, uomo “assassino”, rude, che la intriga, con quello strano tic sulle labbra, tanto da portarla, subito dopo le nozze, a fare la puttana in un caffè sul porto.
Célestine attira marinai e soldati con i suoi giochi seduttivi, tra la nebbia, la pioggia, i tuoni tipici del clima nordico.
La protagonista ammicca al pubblico coinvolgendolo in un’atmosfera macabra e sensuale e volteggiando spensierata, libera, in un mondo brutto e orripilante, tra profumi inebrianti miscelati a Whisky, cuoio e tabacco.
Il suo percorso di maturazione parte dalla villa La Priora, dove la cameriera vede tutto, osserva tutto ma resta impenetrabile.
Con lo sguardo cinico e clinico, e a volte spietato, ma con toni sempre semplici e ironici, Célestine conduce lo spettatore nelle sue stanze “segrete”.
Con morbosità racconta degli stivaletti rossi di Monsieur Rabour, con aria impertinente dei seni cadenti di Madame Lefranc, con toni scanzonati delle manie e ossessioni dei suoi padroni “Lallero Lallera La’ la’ la’”, fino a giungere alle notti d’amore con il suo George, turbercolotico dalle mani diafane, a cui Célestine dona vita e felicità con i suoi baci folli e criminali, con il suo corpo seducente inebriato dall’odore del laudano e dall’incenso di morte.
Come una pantera nera si aggira anche nei boschi e nelle foreste che vengono squarciate dal mistero dell’assassinio e dello stupro della petite Claire, trovata morta nella foresta di Raillon, fil rouge di tutta la pièce.
Tra il macabro erotismo e il giallo irrisolto è il corpo stesso di Célestine che parla, e con la sua voce ammaliante dà vita a situazioni e ambientazioni, a giochi di lingua e a doppi sensi adolescenziali, con una schiettezza vera più del vero, intrisa di trasparenze, che rasenta il grottesco.
Fanno da cornice musiche rock trasgressive e ribelli che rompono ogni schema di bon ton.
Tutto è compiuto. Célestine trionfa come una Regina, dea ieratica, ultraterrena, vestita di Rosso e nessuno mai cambierà il colore del suo vestito.

