In scena al Teatro Vittoria di Roma fino al 7 dicembre 2025
Le gesta di un eroe moderno raccontate a un bambino. Da un padre a un figlio, la storia di Giovanni Falcone. Per non dimenticare.
Ispirato al romanzo di Luigi Garlando, “Per questo mi chiamo Giovanni” è la narrazione di un padre che spiega al figlio che compie dieci anni il motivo del suo nome. Il bambino è nato il 23 maggio 1992 e il padre gli rivela che quel giorno, in macchina con un amico, correva sull’autostrada per giungere all’ospedale di Palermo in tempo per vederlo venire al mondo. All’altezza di Capaci (cioè ‘qui c’è la pace’) sorpassa una macchina con un uomo sorridente al volante e una donna gioiosa accanto, seguita da un’altra Croma con tre persone. Quando le vetture nello specchietto retrovisore appaiono molto lontane, un boato.
La concomitanza di quella morte vissuta in diretta imporrà l’urgenza di quel nome al suo bambino.
Il sipario si apre su un lungo lenzuolo che fluttua con ampie onde e infine si poggia sugli oggetti presenti sul palcoscenico, che verranno scoperti dal papà man mano, come il peluche Bum, con le zampe bruciacchiate, suo fedele amico.
Mentre il bambino riversa il suo interesse sulle figurine dell’album dei calciatori, con il linguaggio semplice e chiaro del papà, i momenti cardine della vita del giudice prendono corpo: il metodo investigativo, la visione sull’uso dei pentiti, le sconfitte, le vittorie che cambiarono la storia del Paese culminando nel maxiprocesso (1986-1987). Per la prima volta la mafia veniva riconosciuta come un’associazione verticistica di potere capace di condizionare la politica e l’economia. La sua tragica fine nella strage di Capaci lascerà un’eredità morale che ha segnato le ultime generazioni.
La figura di Falcone oltre a far comprendere al bambino cosa è stato il fenomeno mafioso in Italia, è il tramite per insegnargli l’importanza di combattere l’ingiustizia e il bullismo nella vita quotidiana e anche nell’ambiente scolastico.
Il piccolo Giovanni, infatti, a scuola è costretto a soggiacere ai ricatti di un compagno prepotente che estorce i soldi della paghetta a lui e agli altri bambini. Il racconto sul magistrato diventa metafora delle prepotenze con cui bisogna misurarsi quotidianamente, e adoperarsi per combatterle come fecero tanti altri quali Rocco Chinnici, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, barbaramente trucidati.
Il bambino diventa consapevole che la sua identità deve svilupparsi nel solco della legalità, perché il padre non parla di fatti astratti, e lui la mafia la sperimentata anche a scuola con le prepotenze di Toni e il silenzio complice di tutti. Questo fenomeno va contrastato subito, senza aspettare di diventare grandi, senza paura di denunciare l’ingiustizia, anche a costo di conseguenze sgradevoli.
“I vili muoiono tante volte, l’uomo coraggioso una volta dola” è la summa dell’insegnamento e dell’esempio di Giovanni Falcone.
Alla fine, Giovanni, prendendo spunto dalla lezione ricevuta, si ribella alle prepotenze del bullo, che gli fa un occhio nero. Sul fondale, dove sono state proiettate immagini di Falcone e spezzoni di sue dichiarazioni, appaiono le parole che ne rappresentano il lascito: “Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”.
L’adattamento di Gianni Clementi, sempre attento alle tematiche storico-sociali, è un’opera di teatro civile, che rievoca un momento storico per educare i giovani e tenere viva la memoria.
Oltre a interpretare il ruolo del padre, Stefano Messina firma con sensibilità la regia, dirigendo anche il figlio Giacomo che, pur con qualche impaccio, riesce ad esprimere curiosità e coinvolgimento per il messaggio paterno.
Nel finale, sul fondale stormisce al vento l’Albero di Falcone davanti alla casa del giudice, su cui Giovanni deposita il suo album di figurine finalmente completato.
Tania Turnaturi

