Al "Grandinetti" di Lamezia Terme, per la stagione di Ama Calabria lo spettacolo diretto e interpretato da Sergio Assisi riscuote consensi e apprezzamenti
La vita trascorre inesorabilmente. E c’è un momento in cui ti poni degli interrogativi di come tu l’abbia effettivamente passata: se tu abbia fatto tutto ciò che desideravi, se hai raggiunto degli obiettivi, se quello che sei realmente adesso corrisponda a quello che avresti voluto essere, almeno inizialmente.
Ma è soprattutto il momento in cui si coglie un dato non da poco: da quelli che eravamo a quelli che siamo diventati adesso: cos’è cambiato! Si può riscontrare come l’indifferenza, il progressivo allontanamento dei rapporti che si intrattenevano una volta tra le persone, non siano più gli stessi, più diretti, purtroppo. L’avvento dei social media, i cambiamenti climatici, le guerre in corso hanno trasformato il pianeta rendendolo quasi irriconoscibile. C’è dunque in corso una forma di “disumanizzazione” dell’uomo?
Ebbene, lo spettacolo di Sergio Assisi: “Mi dimetto da uomo”– di cui è pure il regista e che ha scritto il testo con Simone Repetto – al teatro comunale “Grandinetti” di Lamezia Terme ((Catanzaro) organizzato da Ama Calabria diretta da Francescantonio Pollice, è stato un po’ questo. Alla base di tutto, naturalmente, una grande dose di ironia ed autoironia – che non guasta mai! – e che ha fatto scivolare lo spettacolo fino alla fine tra risate e sorrisi degni di riflessione.
Si tratta di un viaggio nel vissuto di Assisi fino ai nostri giorni e che, se vogliamo, riflette un po’, con i dovuti distinguo, quello che può essere il passato di ciascuno di noi, ognuno preso ovviamente nella sua soggettività. Lo spettacolo di Assisi diventa quasi come se fosse una sorta di caleidoscopio dove, contestualmente, immagina in un attimo quella che è stata la propria esistenza.
Assisi ha costruito il tutto divenendo il protagonista di sé stesso, in cui ha fatto un lavoro introspettivo proiettandolo sulla scena iniziando a percorrere l’itinerario della sua vita in cui si parla degli amori, del lavoro, a come sia diventato attore, e degli esordi con una grande regista come Lina Wertmuller di cui ricorda una frase emblematica che si liricizza perfettamente con lo spettacolo: “La vita duri una mezzoretta!”. Il suo monologo scorre come in un fiume in piena, gli spettatori rimangono attenti perché il ritmo è incalzante.
In tutto questo un grande Assisi è affiancato da un altro grande attore: Giuseppe Cantore. “Coso” come lo chiama spesso Assisi sul palco rappresenta la “voce” della coscienza, l’anima critica: è diretto, lo richiama all’attenzione, gli spiega alcuni passaggi dell’esistenza che, evidentemente, non gli erano stati sufficientemente chiari fino a quel momento. Assisi mette a nudo pure, tra gli altri, i propri “difetti” fisici scherzando sul suo naso che diventa, a sua volta, un ulteriore protagonista.
Le battute esilaranti si susseguono e il contatto col pubblico che spesso interagisce, – grazie anche a una dose d’improvvisazione degli attori specialmente di Cantore – fa così diventare, talvolta, tutt’uno lo spettatore con l’attore e viceversa. Il pubblico diventa, pertanto, una sorta di grande commissione che poi, alla fine, avrà il compito di dover giudicare Assisi affinché egli si debba dimettere da uomo o meno. Il risultato è pressoché scontato… così come gli applausi del pubblico che inondano il Grandinetti ed il divertente fuori scena di Cantore rivolto, a sua volta, verso il pubblico a cui dichiara: “quanto siete belli!”.

