Quando il colore del tempo si fonde con il ritmo
Nella cornice internazionale e innovativa del FOG Performing Arts Festival
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“A Forbidden Distance” è un’interessante performance audio visiva che mette al centro il tema dell’identità, ponendo la lente di ingrandimento sul cambiamento della coscienza della propria identità sulla base della percezioni di sé nello spazio e nel tempo.
Attraverso il suono, le immagini, le parole, le luci, il pubblico viene trascinato in modo dirompente in una storia dove, come dice il testo all’interno del video, “non sappiamo nulla dei protagonisti”. A million stimulations laid upon your eyes impossible to comprehend all at once , questo testo proiettato sullo sfondo, introduce immediatamente alla performance, che è da subito, e sino alla fine, un’esplosione invadente di stimoli: colori accesi, luci stroboscopiche che abbagliano, nebbia da smoke machine.
Sul palco, gli irano-canadesi Mohammad e Mehdi Mehrabani-Yeganeh (Saint Abdullah), il musicista irlandese Ian McDonnell (Eomac), la filmmaker italo-australiana Rebecca Salvadori, con base a Londra, e – per la prima volta – il visual artist londinese Charlie Hope.
Centrale è la musica, su cui spesso si riflette all’interno del video che fa da sfondo ai performer. La percezione dell’identità è strettamente legata a una riflessione sugli elementi tecnici della composizione musicale, della traccia appunto. Il riferimento è alla musica elettronica.
Il sound sul palco avanza riempiendo lo spazio, a volte la voce nel video è dominante sui synth live, mentre altre volte sono i synth a creare un’esperienza immersiva sonora totalizzante. Il suono è urban e si muove tra trip hop con influenze dalla musica iraniana, elettro-dance e dubstep. Non è solo il sound a essere protagonista, è l’azione del registrare ogni istante della propria vita, del registrarsi attraverso una telecamera.
Guardare e guardarsi, prima, dopo, adesso.
Il video sullo sfondo è un viaggio nel tempo, dall’età infantile all’età adulta, segnato dal gesto di riprendere ogni momento della propria vita per poi fare il rewind. Mettere stop. Riguardarsi. Poi mandare avanti il video per vedere come si è oggi. Un concetto che ricorda quello antico del riavvolgere il nastro dell’audiocassetta o della videocassetta, che torna qui quanto mai attuale.
Interessante il concetto espresso all’interno del video, sulla percezione del sé nella distanza da ciò che è stato: ci si sente più connessi con sé stessi o con una dimensione della realtà, quando ci si dissocia e ci si distanzia da essa. A Forbidden Distance, appunto.
Anche il pubblico quando viene abbagliato da una luce bianca che sembra osservarlo durante la performance, viene chiamato a essere consapevole della percezione del suo esistere nello spazio-tempo della performance, ma anche a interrogarsi su ciò che è stato e su ciò che sarà.
Il tempo che passa viene associato a colori accesi e forti, come il rosso acceso o il blu elettrico.
Il colore del tempo si fonde con il ritmo per un’esperienza unica.

