Teatro Studio Melato, dal 24 al 29 marzo 2026
Teatro Studio Melato, dal 24 al 29 marzo 2026
Niccolò Fettarappa
Orgasmo
Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso
Sarà attivo il servizio di traduzione automatica in italiano e in inglese tramite tecnologia Converso®.
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Le recite del 28 e 29 marzo sono sovratitolate in inglese e in italiano
Ironico, surreale, caustico, inquietante. Niccolò Fettarappa, classe 1996, autore, attore e regista, è per la prima volta al Piccolo – al Teatro Studio Melato, dal 24 al 29 marzo – con un titolo che è una dichiarazione di intenti.
L’agenda dell’Unione Europea ha stabilito che entro il 2030 avrà luogo l’ultimo orgasmo sulla terra. L’Italia viene invasa da una orda di orsi, dagli smodati appetiti sessuali. Una coppia in crisi sopravvive all’inerzia di inutili e spenti pomeriggi, leggendo giornali e facendo ginnastica in salotto. Intanto, un Giornalista e uno Zoologo incaricato dal governo fanno luce sul mistero degli orsi. Lo spettacolo è una produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro.
Testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023.
Afflitti e innervositi, due partner di una coppia in crisi consumano i loro ultimi istanti di vita assieme, blindati in casa. Lei lavora da remoto, perseguitando al telefono clienti, per vendergli un abbonamento premium individual. Lui fa yoga in salotto e si allena a precipitare. L’appartamento è infestato dalla giubilante voce televisiva di un Giornalista, che annuncia la fine dell’orgasmo. Ovunque, però, imperversa un’invasione di orsi, che risvegliano preistoriche pulsioni sessuali nelle masse e destabilizzano l’ordine costituito. A farsi carico di questa emergenza, c’è Il dottor Fettarappa, zoologo incaricato dalla Commissione Europea, che entra ed esce dalle case delle coppie in crisi, con l’obiettivo di annientare il sesso e destinare tutti all’unico scopo concesso: il lavoro.
È proprio così. Siamo entrati in una fase di recessione sessuale. Siamo precipitati in un’era glaciale delle pulsioni. Diminuiscono gli incontri, a favore dei meeting. Il colpo di fulmine rimpiazzato da scoraggianti date con anonimi sconosciuti in chat. Al posto dei luminosi amplessi liceali, mortificanti sessioni di pilates. I preliminari sostituiti da pause caffè coi colleghi. Niente sesso, al limite stretching. Non c’è tempo neanche per una sveltina, suona la sveglia. Si torna a lavorare. Puoi flirtare allo specchio, con il riflesso di te stesso. Chi fa da sé, fa PIL. E se proprio vuoi svagarti, devi iscriverti a un sito di incontri e venderti secondo strategie comunicative, manco fossi una scarpa in sconto. È una vita in replay. Siamo al collasso. Cali di pressione, cali di zuccheri, cali di libido.
Esaurita l’energia puledra di un tempo, morta la stagione dei fauni, finita la primavera dei piaceri. Ci restano gli integratori di potassio. C’ho i problemi al crociato. C’ho la sciatica. C’ho la scoliosi. C’ho fame. Ma non esco, mi ordino una pizza a casa, così risparmio sulla vita. Ci sono sere che mi ricordo che sono ancora vivo. Sento che mi batte l’arteria e mi prende il panico. Sono vivo. Trasalisco fino ai precordi. Adesso mi faccio ricoverare.
Ci stiamo spegnendo. È un’agonia, è un letargo dei sensi.
Il corpo è un ingombro, un peso, è d’intralcio. Il corpo si addomestica in palestra. Va tonificato. Per il resto, devi stare buono e seduto, di fronte a un monitor. I corpi vanno aboliti. E così, trasferiamo sempre più quote di vita nella rete. Il virtuale assorbe l’ormonale e io non mi sento più i piedi. Mi si sono addormentate le mani.
Eccoci qua, i rammaricati d’Occidente. Res cogitans circondata di ciccia, algoritmi ricoperti di speck. Seduti, in fila, in silenzio, immobili, o se ti piace rischiare: corsetta sul posto. Ma comunque, corpi spenti, schiavi, buoni per lo yoga. Il tumulto si spegne sullo stuoino di spugna. A ciascuno, la sua giusta dose di morte e mindfulness. Vivremo per sempre così, nel nostro regno delle ombre, a sorsi di tisane ed elisir di mummia, sepolti in una casella e-mail. Ora, non voglio fare quello che dice: ah, ma che brutto questo presente. Però sì, che brutto questo presente.
Niccolò Fettarappa
In una società contemporanea sottomessa, per larghi tratti, all’imperio di griglie algoritmiche e di logiche valutativo-competitive, che imprigionano l’identità individuale e la sua (presunta) realizzazione nell’angusto perimetro della “performance” lavorativa, c’è ancora spazio per la rivoluzione, per un ribaltamento di ottiche in grado di ambire a un mondo diverso da quello esistente dove sia possibile rinunciare al primato del sé? Con lo spettacolo Orgasmo, di cui è interprete (al fianco di Gianni D’Addario, Lorenzo Guerrieri e Rebecca Sisti) oltre che autore, Niccolò Fettarappa, giovane talento della scena italiana e tra i nuovi artisti associati del Piccolo Teatro di Milano, individua questa superstite possibilità di rivolta nell’agone dell’erotismo. Attraverso un grottesco irriverente e ardimentoso, lungo una via espressiva dall’anima dadaista che tiene insieme iperboli, affondi beffardi, prospettive stranianti, schermaglie dialettiche e frammenti di un caustico cabaret, levità e mostruosità – e, di riflesso, risate e smorfie – convivono nella rappresentazione della stagnante apatia di un universo che ha sacrificato il proprio spirito ludico e la ricerca di un piacere non mediato sull’altare dell’illusoria corsa all’efficienza e al successo personale. Muovendo dalla più classica delle ambientazioni ombelicali (la stanza da letto, al contempo nido e gabbia), e proiettandosi in un futuro prossimo (che è già presente?) in cui è sancita, per decreto, la morte del sesso, Orgasmo è un appello a riconciliarsi con il corpo, proprio e altrui, per vivere la pienezza e la potenza creativa del desiderio (che non fabbrica cose né servizi ma è l’autentico tramite per il divenire), e ritrovarsi così – con le parole del filosofo Günther Anders – «mano nella mano o braccio nel braccio», nel segno non di un annullamento reciproco ma dell’«appartenenza», della grazia di «unire prossimità e distanza».
Claudio Longhi
Caro, c’è un orso in camera da letto
Intervista a Niccolò Fettarappa, dal programma di sala dello spettacolo,
a cura dell’Ufficio Edizioni del Piccolo Teatro di Milano
Di che cosa parla lo spettacolo?
Orgasmo racconta della fine del desiderio, della morte dell’eros, dell’annientamento erotico dell’individuo e del furto di vitalità che stiamo esperendo in questi anni. La scena si apre su una coppia che sta vivendo una crisi, non sappiamo di che genere: sessuale, emotiva… A loro si affiancano un giornalista, che si aggira nelle case delle italiane facendo domande e uno zoologo – il dottor Fettarappa – incaricato dalla commissione europea di sopprimere gli orgasmi in circolazione. Perché? Perché tutti dovremo avere solo una noiosissima vita lavorativa, dediti unicamente al culto di noi stessi e al profitto, così da far funzionare la macchina capitalista.
Da dove nasce l’idea per questa prosa dispiaciuta sulla fine del sesso?
È un testo che ho scritto tra il 2022 e 2023 e che, finora, non aveva mai avuto un debutto vero e proprio: dopo essere arrivato finalista al Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” nel 2023, ne era stata fatta una lettura in occasione dell’edizione 2024 di Romaeuropa Festival ed era stato inserito nel volume in cui La Sparanoia era affiancato ad altri miei lavori. Fino a questa stagione, in sostanza, Orgasmo non è mai stato prioritario nei miei pensieri. Era nato come una sorta di “esercizio di stile”: volevo scrivere utilizzando dei personaggi, un dispositivo drammaturgico che non avevo mai affrontato perché, di solito, quando sono sul palco, sono sempre “Niccolò” – non realmente me stesso, ma comunque con un’identità scenica molto aderente alla mia. Credo che la spinta a lavorare in questo modo sia nata anche dal fatto che, proprio in quel periodo, stavo leggendo molta drammaturgia “con personaggi”, autori del Novecento e, in particolar modo, Ionesco. La sua opera che preferisco è Il rinoceronte ed evidente che una qualche influenza ci deve essere stata. Ammetto, infine, che mi è sempre piaciuto parlare di sesso. Soprattutto con persone che si scandalizzano nel farlo – e io sono il primo. Ricordo che, in quel periodo della vita in cui ci si pongono le prime domande, io utilizzavo come “consulente diretto” mia nonna: cattolica di prim’ordine, reazionaria, orgogliosamente bigotta. E a me piaceva molto, durante le passeggiate di rientro da scuola, farle delle domande terrificanti, che mettevano in imbarazzo anche me. La cosa peggiore era quando mi rispondeva: lì capivo che il vero scandalizzato ero io.
Parlando del tuo spettacolo, hai fatto riferimento a dati da poco resi noti riguardo al rapporto delle italiane degli italiani con il sesso. Cosa hai scoperto?
Si tratta di una riflessione recente: nel 2025 il Censis ha pubblicato un documento dal bellissimo titolo L’italia nell’età selvaggia. Qui vengono messi in luce due dati: i nostri connazionali, stando alle statistiche, sarebbero sempre più smaniosi di fare sesso e, allo stesso tempo, sempre più favorevoli alle autocrazie. Mi sembra, quindi, che per noi vada aprendosi un secolo indubbiamente interessante! In realtà sono dati che, con un secolo di ritardo, danno ragione a Wilhelm Reich – lo psichiatra allievo di Freud, considerato folle e sovversivo a causa delle sue teorie e morto in carcere negli Stati Uniti – il cui lavoro è una delle matrici d’ispirazione intellettuali per Orgasmo. Nel bellissimo Psicologia di massa del fascismo, Reich analizza il fenomeno del fascismo a partire delle sue radici psicopatologiche: il fascismo è un problema che ha alla base il sesso, è un problema genitale, in sostanza. Cosa ci dice, invece, il report del Censis? Che italiane e italiani, tutto sommato, di sesso ne fanno molto: il 27% ammette di farlo una volta a settimana. Questo, secondo il Censis è un buon dato. Secondo me, al contrario, è un dato spaventosamente sconfortante; ma è ancora più sconfortante che ci sia qualcuno che lo consideri un risultato positivo. Se noi consideriamo il sesso come un bisogno primario – come bere, mangiare, dormire – che ci sia un italiano su tre che lo fa una volta alla settimana è avvilente, è deludente, è triste, è il segno di un cambio di passo. Io mi trovo molto
d’accordo con chi pensa che in questo periodo sia in atto una recessione sessuale, che si stia precipitando in una vera e propria età glaciale delle pulsioni. Se torniamo a guardare i numeri, la percentuale degli astinenti è molto alta e perfino in crescita: l’8,8% non ha proprio rapporti sessuali. E poi abbiamo un dato composito, di chi lo fa tra una volta al mese e una volta al semestre, che va a costituire il 37%. Se unisci i risultati, ripeto, ne esce il ritratto di un’Italia che non fa sesso e ha voglia di dittatura.
A fianco dell’argomento centrale – la crisi del desiderio nella società contemporanea – vengono messi in luce tanti altri temi: l’ansia da prestazione, lo stress generato dal lavoro, il neoliberismo e le conseguenze del capitalismo. Parlando di eros e consumo sembra quasi inevitabile non vedere un riferimento alle teorie di Herbert Marcuse…
Il primo riferimento, in realtà, è alla mia personale agonia di esistere in questo secolo. E fortunatamente, mentre agonizzo, ho il piacere di avere la compagnia di qualche filosofo, qualche scrittore, qualche reminiscenza dell’università che a volte mi illumina nel cammino. Per esempio Marcuse che, nell’Uomo a una dimensione, parla di un concetto che chiama “desublimazione repressiva”: visto che non ci conviene vivere separati nelle caverne, ci uniamo tutti e tutte in società; per fare questo, però, dobbiamo abbandonare qualcosa, ossia l’istinto di ucciderci a vicenda. Ecco la prima inibizione di un impulso. È divertente come teorici, filosofi e psicologi diano per scontato che questo sia un istinto naturale. Io francamente non sono così sicuro che, lasciato solo nella natura, ammazzerei il mio prossimo. Probabilmente ci fare altre cose: come con mia nonna, gli farei delle domande per scandalizzarlo ma non penso che l’ucciderei. Tornado a Marcuse, il filosofo – correggendo Freud e il suo Disagio della civiltà – sostiene che la volontà di eliminare l’altro non sia naturale ma storica: è il desiderio che prorompe nell’individualità capitalista. Gli esseri umani all’interno di questa società rinunciano al proprio desiderio sessuale; questo, non potendo essere semplicemente represso, dev’essere incanalato. In cosa? Nel lavoro. E questo comincia a essere qualcosa che ci piace, proprio perché cominciamo a eroticizzarlo. Ecco, quindi, perché la chiama “desublimazione repressiva”: nel lavoro stai prestando la tua forza fisica per mettere in atto un processo di valorizzazione ma in realtà quello che ne ricavi è lavoro morto, ossia salario – nel migliore dei casi, quando non stai lavorando a titolo gratuito. Così quell’energia libidica di cui siamo dotati, funzionale all’incontro con l’altro e a una vita di piaceri, finisce per essere sterilizzata.
Perché è proprio un orso l’animale che irrompe nel ménage della coppia protagonista di questo spettacolo?
Ci sono tanti motivi per l’orso, in realtà. Uno meno valido dell’altro, uno meno cogente dell’altro. Per cominciare – e mi rendo conto essere la spiegazione più deludente – gli orsi sono animali che mi sono sempre piaciuti moltissimo, mi fanno simpatia, li trovo buffi e simpatici. Da bambino mi portavano spessissimo al Bioparco a Roma – posto tristissimo, in cui gli animali perdono la propria “animalità”, l’aura selvatica insita nella loro natura – e restavo davvero impressionato dagli orsi. Inoltre, nel 2023, mentre scrivevo lo spettacolo, si era verificato l’episodio dell’uccisione di un runner in Trentino da parte di un’orsa. Da questa vicenda nacquero numerose polemiche attorno all’idea di abbattere o meno l’animale e si riaprì il dibattuto sul rapporto tra uomo e natura. Ammetto che io, da abitante di una città come Roma, è un problema che non mi pongo mai: per me la natura non esiste o, al massimo, si manifesta sotto forma di asfalto o di aiuola. Il rapporto con la natura è, al limite, quello con le formiche quando in estate mi invadono casa e io le uccido. Quindi, per me, il rapporto con la natura passa attraverso lo sterminio o l’asfaltamento. Tornando sulla questione dell’orsa in Trentino, al di là di ogni giudizio morale, mi aveva impressionato pensare a quanto l’homo sapiens si fosse trovato a vivere in un rapporto di prossimità con la natura, con gli animali, con “il selvatico” tout court. Aggiungo poi che uno dei miei film preferiti è Grizzly Man, il bellissimo documentario di Werner Herzog che racconta la storia di un esploratore statunitense che sceglie di trasferirsi in una
colonia di orsi in Alaska. Convinto di poter comunicare con gli animali, trascorre il suo tempo chiacchierandoci, dandogli dei nomi, abbracciandoli… fino a quando finisce per essere divorato. È una storia che mi ha sempre commosso tantissimo perché è metafora dell’attrazione fatale che la natura esercita sugli esseri umani: più ci si avvicina a questa, più si rischia di perdere qualcosa, fino a restarne completamente inghiottiti. Inoltre c’è anche da dire che avevo bisogno di qualcuno, di qualcosa che rappresentasse l’esplodere del desiderio carsico e dionisiaco. Negli anni dell’università lessi un saggio del critico Robin Wood in cui, analizzando il cinema horror degli anni ’50, notava che nei monster movies – a differenza di quanto accade negli alien movies successivi, in cui si interroga “l’altro stellare”, l’alieno, colui che viene da fuori – il nemico sia sempre terrigno: mantidi religiose giganti, lombrichi enormi, comunque esseri provenienti da una dimensione estremamente ctonia, terrestre e materica. Wood sostiene che questi mostri rappresentano il ritorno del rimosso e, dato che Orgasmo tenta di liberare il rimosso inconscio dello spettatore, avevo bisogno di un personaggio, di un’immagine che in qualche modo quel rimosso feroce lo rappresentasse. L’orso mi è parso l’opzione più interessante, anche perché è un animale che va in letargo e, una volta risvegliato, è preso da smodati appetiti: deve mangiare perché sono sei mesi che non mangia, deve fare i propri bisogni corporali perché sono sei mesi che non li fa e deve accoppiarsi perché sono sei mesi che non vive relazioni con gli altri. Tra l’altro, questo ci rappresenta alla perfezione, poiché anche noi siamo nel pieno di un letargo; speriamo quindi che l’orso, che ora si è risvegliato, risvegli anche noi.
Nei tuoi spettacoli sei autore, regista e interprete. In questo caso, come hai scelto il resto del cast?
Con Lorenzo Guerrieri ho instaurato una solida collaborazione, in atto ormai da sei anni: insieme abbiamo avviato un percorso di ricerca su uno specifico linguaggio in cui entrambi ci sentiamo nel nostro habitat naturale. Per me è imprescindibile continuare questa collaborazione: credo che un buon compagno in scena sia qualcuno a cui potresti affidare la tua vita in un momento di pericolo; io, a Lorenzo, so di poterla affidare. Gianni D’Addario, pur essendosi mosso in diversi generi, viene da una tradizione di teatro “comico”: ha un’attitudine scenica meravigliosamente debordante e, fin da subito, mi ha colpito la sua capacità espressiva. Di Rebecca Sisti, infine, mi ha notevolmente impressionato la precisione.
Nelle didascalie del testo, scene e costumi sono presentati con aggettivi tanto lapidari quanto incisivi: «un dispotico muro di cemento» accoglie personaggi abbigliati con «un pigiama da sconfitto» e con «la tuta degli infelici»… Come si sono tradotte nella messa in scena dello spettacolo?
Le didascalie in realtà le ho scritte dopo aver messo in scena lo spettacolo, dopo averlo visto. Questo perché il mio processo di scrittura parte da un momento di ideazione personale che ha subito bisogno di essere completata dal momento teatrale. Per me la scrittura drammaturgica è incompleta se non viene integrata dalla messa alla prova fisica con le persone che dovranno realizzarla. Quindi, dopo aver visto come si andava componendo lo spettacolo, ho scritto le didascalie che sono una descrizione vivace, eloquente e coerente con il tema dello spettacolo. Anche negli altri miei lavori ho cercato di operare così, di scrivere didascalie ex post che fossero parte integrante del testo e che quindi ne mantenessero lo stesso linguaggio, senza risultare algide o meramente informative. Credo molto in una forma spontanea di creazione – si crea mentre si fa – né voglio ingabbiare gli interpreti in una determinata struttura. Per quanto riguarda i costumi, sapevo che i due protagonisti dovevano indossare un pigiama o comunque una sorta di divisa casalinga. A pensarci bene, anche nei miei precedenti Apocalisse tascabile e La Sparanoia, i personaggi indossavano dei pigiami, portati però come una divisa da carcerato, un «pigiama da sconfitto», per l’appunto. La scenografia invece è nata da un dialogo tra me e le bravissime maestranze di ERT. Sapevo di volere in scena un letto, che però non
fosse solo questo. Volevo che riuscisse a evocare l’incubo di stare in un letto matrimoniale, che fosse un oggetto che nasconde delle aperture, dei trabocchetti, delle botole…
A questo punto, però, è inevitabile giungere alla domanda più insidiosa: qual è la forma di amore di questa nostra epoca?
Aleksandra Kollontaj, a inizio ’900, nel suo saggio Largo all’Eros alato!, invita i compagni comunisti a superare il pregiudizio di considerare l’amore come un sentimento borghese e a tentare di capire che cosa sia esattamente. La sapientissima bolscevica aggiunge che di per sé l’amore non esiste, non in quanto sentimento assoluto. Esistono forme storiche di amore: di secolo in secolo, di epoca in epoca, questo ha sempre assunto delle forme funzionali a muovere gli ingranaggi della storia. Per esempio, l’amore cavalleresco per una donna angelicata, impossibile da raggiungere, serviva a motivare il cavaliere a indossare l’armatura e mettersi in marcia per la crociata… In che modo, quindi, l’amore che noi oggi stiamo vivendo è imparentato con la forma storica in cui ci troviamo, ossia tardocapitalista? Io credo si tratti di un amore sempre più individuale, sempre più rivolto a se stessi e chiuso nei confronti della cura verso l’altro. Viviamo delle esistenze blindate, “bunkerizzate” dentro a un io sempre più povero di esperienze, relegando l’altro all’esterno. È una forma di amore molto impoverita, egoriferita e che si muove di pari passo con una forma di libertà sfrenata cui pensiamo di aver diritto. Autoassertiva la definiva Günther Anders, il filosofo compagno di Hannah Arendt, sottolineando come la libertà del tardo capitalismo fosse in realtà una libertà che serviva a nuocere agli altri. Io penso che nell’amore autentico ci sia una forma di sacrificio, di spreco: come evidenzia Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso, la differenza tra Werther e Albert – i due uomini che, nel celebre romanzo epistolare di Goethe, si contendono il cuore di Charlotte – è che il primo ama realmente, di un amore la cui economia è quella della disperazione, dello sperpero dell’energia. L’orgasmo, infatti, è un bellissimo sperpero di energia perché, dopo che è avvenuto, non ti restituisce nulla. Invece il pensiero economico che sottende tutte le nostre mosse è quello della strategia: faccio una cosa per ottenerne un’altra. L’amore odierno mi sembra proprio questo, più business che sentimento. Infatti, grazie alle app di dating, l’amore ha assunto i connotati di un desiderio adrenalinico poiché inserito all’interno di un mercato in cui puoi conoscere sempre più persone, quindi strutturato a partire da un calcolo di costi e benefici: quanto tempo posso investire per conoscere più persone e quindi quella giusta? Siamo all’esatto opposto dell’amore a cui eravamo educati da bambini, quello del “colpo di fulmine”. Il falso mito in cui stiamo cadendo adesso è che l’amore possa essere ricreato in laboratorio, frutto di un algoritmo. Con questo non voglio lanciarmi nell’apologia del colpo di fulmine né in un pianto elegiaco nei confronti del passato, però anche questa odierna versione di amore francamente non mi convince.
Non hai ancora trent’anni e, a partire da questa stagione, sei stato inserito tra gli artisti associati al Piccolo Teatro. Cosa si prova?
Ovviamente avverto il carico di responsabilità che questo comporta perché penso che il Piccolo sia un punto di arrivo sognato da moltissimi artisti e artiste. Trattandosi di un’istituzione con un’amplissima visibilità e con uno spessore artistico enorme, mi sento motivato a concentrarmi nel mio lavoro con una maggiore responsabilità politica.
E qual è il teatro che ti piace vedere?
I miei spettacoli del cuore sono due. Uno è Arlecchino servitore di due padroni, e non lo dico per piaggeria; è il primo spettacolo che i miei genitori mi hanno portato a vedere, al Teatro Argentina di Roma, quando avevo sette anni. Il protagonista era Ferruccio Soleri e mi piacque così tanto che mi feci regalare la videocassetta, per poterlo rivedere a casa. Mi piaceva moltissimo il corpo di Soleri, l’agilità anarchica con cui si agitava in scena. Uno dei motivi per cui ho fatto teatro da bambino era
proprio perché mi sentivo ispirato dal tormento fisico di Arlecchino. Aggiungo, a margine, che i saggi dei corsi e dei laboratori per bambini e bambine raggiungono dei picchi artistici che nessun artista potrà mai toccare. L’altro spettacolo che mi colpì da bambino fu SLAVA’S SNOWSHOW. In conclusione, posso affermare che il teatro che amo è quello che riesce a coniugare il lato politico-rivoluzionario con l’incanto della presenza.
Oltre la scena
| PAROLE IN PUBBLICO – DOBBIAMO PARLARE!
Orgasmo è la metafora dell’amore?
Niccolò Fettarappa incontra Francesco Bianconi
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? E di sesso? O del sesso che (non) si fa? Niccolò Fettarappa, autore e regista di Orgasmo. Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, “interroga” Francesco Bianconi, cantautore e anima dei Baustelle, scrittore e compositore tra i più apprezzati del panorama italiano, in una conversazione intorno alle forme della scrittura. Un dialogo tra generazioni, alla ricerca di parole-chiave, indizi, suggerimenti e immagini per navigare un tempo segnato dalla trasformazione – e, forse, dalla sparizione – dell’eros. Modera Anna Piletti.
mercoledì 25 marzo, ore 18, Chiostro Nina Vinchi
con Francesco Bianconi, Niccolò Fettarappa. Modera Anna Piletti.
Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli 6 – M2 Lanza), dal 24 al 29 marzo 2026
Orgasmo
Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso
di Niccolò Fettarappa
con (in ordine alfabetico) Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti
regia Niccolò Fettarappa
disegno luci Tiziano Ruggia
costumi Elena Dal Pozzo
sound design Massimo Nardinocchi
aiuto regia Lorenzo Guerrieri
assistente alla regia Roberta Gabriele
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale,
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale,
Agidi, Sardegna Teatro
Testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023
Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica, ore 16. Lunedì riposo.
Durata: 1 ore e 20 minuti senza intervallo.
Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro
Informazioni e prenotazioni www.piccoloteatro.org

