In scena dal dal 14 al 19 aprile al Teatro Vascello di Roma
Uno spiraglio si apre nel tendone che nasconde l’adornato appartamento del compositore. Lui stesso, sdraiato su una poltrona settecentesca, apre il suo lungo e cervellotico monologo in forma di un esistenzialismo in bilico sull’abisso della incomprensione. Come un novello Oblomov, si tormenta inestricabilmente, domandandosi se gli affetti più cari abbiano mai compreso, e quindi apprezzato, la sua musica. Li introduce con la bacchetta che purtroppo non si rivela essere magica.
Gli arredi a poco a poco se li porta via un cinico usuraio, mentre i familiari restano lì il tempo necessario dell’ennesima disamina critica. Si comincia dalla mamma, petulante e lagnosa, donna impigliata nell’accumulo di beni a sfavore della comprensione umana, priva di equilibri emotivi, incapace di accettare persino le abitudini quotidiane del figlio. Si passa poi nel secondo atto alla moglie, di poche ma incisive frasi che affilano come un bisturi, e alla figlia nel terzo, che appare impegnata, seppur a debita distanza, in tutti e tre gli atti, a cercare di avere della privacy con un fidanzato effeminato che sembra appena uscito da un trattamento “lavato con perlana” in total-black.
La disillusione del musico verso società e famiglia, fa spazio a dubbi e tormenti riguardo lo stesso processo creativo delle proprie opere, influenzate giocoforza dall’ambiente nel quale ogni logico condizionamento ha lasciato il posto alla illogicità dell’abbandono. Ma sono nuovi strumenti a riempire quegli spazi una volta occupati volgarmente dall’opulenza borghese. Solo con i suoi strumenti, l’artista può tornare ad esprimersi in maniera autentica. Il compositore è interpretato con venata articolazione di passaggi graduali di concetti da uno straordinario Lino Musella, filosoficamente dipanati nelle accentuazioni delle relazioni semantiche tra le parole, spesso e volentieri polisemiche, sospese tra giochi di linguaggio, doppi sensi, allusioni antonimiche, tipiche della scrittura lessicalmente vivida ma non sempre nitida di Fabrizia Ramondino, qui omaggiata da Mario Martone con affidabile dedizione (ci scrisse il suo esordio nel cinema nel 1993).
I riferimenti pluriallusivi si succedono però in maniera complessa, rispetto ad una narrazione che non si schioda dai corollari del lamento e non infonde molta curiosità nel vissuto dei personaggi dei familiari – anche perché non funzionano quanto quello del compositore e sono interpretativamente più rigidi, meno convincenti a livello espressivo, ma con la veterana Iaia Forte che sa come bearsi della sua eccentrica lagnanza; e non aiutano nella fissazione degli innumerevoli riferimenti simbolici alla condizione umana dell’artista. Perché lo spettacolo di Martone che tiene sempre a curare le scenografie dei suoi lavori, sia di quelli teatrali che di quelli cinematografici, altro non è che una rappresentazione squinternata della condizione degli artisti intrappolati nelle maglie antiquate della visione scopertamente inautentica della medio-alta borghesia, imprigionata nel retrò, in tutto e per tutto.
Allora, quello che può realizzare chi fa musica, altro non è che una creazione isolata da lasciare al mondo, privata della volontà decisa di farsi comprendere da chi non ha gli strumenti per afferrare il vero attendibile.

