Recensione di Giosetta Guerra
ROF 2026
Pesaro, Auditorium Scavolini
(17 agosto 2026)
Le siège de Corinthe
Imponente opera corale di Rossini, presentata in veste moderna e in modo monumentale.
Per la terza volta in 47 anni di ROF è stata messa in scena l’opera francese di Rossini Le siège de Corinthe, allestita all’Auditorium Scavolini di Pesaro con la regia di Davide Livermore, che con le sue scelte registiche non ha premiato l’ambizione del festival di riproporre le grandi pagine francesi di Rossini. Il regista ha voluto denunciare l’attuale rivalità tra i popoli, prendendo spunto dalla lotta tra Greci e Turchi, presente nell’opera.
Il direttore Carlo Rizzi ha guidato l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna con rigore metronomico, favorendo l’impatto sonoro delle masse corali e l’energia bellica della partitura, sacrificando la leggerezza dell’afflato lirico e del belcanto.
Ottima la prova del Coro del Teatro Ventidio Basso, costantemente presente in scena, perfettamente preparato dal maestro Pasquale Veleno.
Il canto dei coristi è lanciato al massimo fino a provocare sonorità vigorose, dalle quali emergono gli acuti possenti delle due protagoniste femminili. Fortunatamente c’è spazio anche per momenti più delicati che ci fanno apprezzare la bellezza dei terzetti e dei quartetti rossiniani.
Sul versante vocale gli artisti hanno dato prova della loro preparazione belcantistica.
Nel ruolo di Pamyra il soprano Vasilisa Berzhanskaya offre una prova di grande temperamento e padronanza tecnica nei passi d’agilità e nei momenti drammatici, affronta una scrittura impervia con sicurezza sfoggiando acuti nitidi e agilità ben sgranate.
Il tenore Maxim Mironov, nella parte di Néoclès, ha evidenziato una voce
piena e ben proiettata, mantenendo la fluidità nella coloratura.
Il basso Adrian Sâmpetrean (Mahomet II) offre una prova autorevole per carisma e peso vocale disegnando un Maometto II con accenti nobili e un registro grave solido.
Agile nel fisico e nella voce, ha cantato arrampicato sulle impalcature, indossando un doppio petto bianco moderno che poi in parte si è tolto ed ha ben eseguito il canto di coloratura.
Matteo Roma (Cléomène) risolve con correttezza e linea di canto pulita un ruolo tenorile insidioso e faticoso sul piano dell’estensione.
Il basso baritono Simon Orfila ha conferito autorevolezza al vecchio sacerdote greco Hiéros con voce ampia e ben timbrata. La potenza della zona grave è accompagnata da una facilità a salire al registro acuto grazie a un’importante estensione e flessibilità vocali, qualità che lo rendono esperto del canto rossiniano.
Come comprimari concludono dignitosamente il cast Anna-Doris Capitelli (Ismène), Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxuefei Sun (Adraste).
Davide Livermore firma una regia complessa e concettuale, supportata dal video design firmato da D-Wok e dalle scene ermetiche di Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco, Davide Livermore con tubi, impalcature e strani ambienti di difficile comprensione presentati dentro grandi cornici barocche dorate.
I costumi di Gianluca Falaschi di varia foggia e in parte moderni, sono allineati al monocromatismo pesante delle scene.
Il largo spazio riservato ai ballabili nei grand-opéra poteva segnare un piacevole alleggerimento in questa messa in scena poco allettante, ma le coreografie di Erika Rombaldoni si sono limitate ai salti e alle corse di un gruppo di ballerini indefiniti. Di grande impatto visivo sarebbe stato riempire e colorare la scena con un corpo di ballo in costumi classici alle prese con una vera danza, oppure si poteva ripetere la magia delle danze d’epoca che le marionette dei fratelli Colla avevano eseguito nello storico “viaggio a Reims” del 1984 al Rossini opera festival.
Un po’ di poesia e di meraviglia non guasta mai.
Luci Nicolas Bovet
L’impianto scenico imponente e generico crea contrasto con la solennità della musica di Rossini,l’accumulo di simbolismi rende pesante un’opera già di per sé, impegnativa per lunghezza e complessità musicale.

