Andato in scena presso la Casa di Reclusione della Fortezza Medicea di Volterra
L’attesa agli ingressi dell’antica Rocca Medicea di Volterra, la lunga coda per raggiungere gli interni delle prigioni di Stato, dove dal 1988 si esibisce la Compagnia di detenuti e attori della Fortezza, sono già premessa iniziatica allo spettacolo di Armando Punzo, che ci accoglie nell’atrio dei giardini, facendosi avanti attraverso una foresta di simboli di baudelairiana memoria.
Tutto l’ambiente scenografico, curato da Punzo insieme ad Alessandro Marzetti, è un suggestivo rimando alle corrispondenze segrete che intercorrono tra gli elementi naturali e mentre Punzo stesso propaga e distribuisce delle ceneri anche ai palmi aperti degli spettatori, siamo riportati immediatamente alle atmosfere degli antichi riti religiosi funerari, dedicati al trapasso verso gli inferi, alla metamorfosi, alla purificazione.
Come potrei rinnovarmi senza prima essere ritornato cenere, esordisce l’autore protagonista già vincitore del Leone d’oro alla carriera alla Biennale Teatro di Venezia: il recipiente, che sostiene come un grembo tra le mani, è lo strumento centrale di raccolta del sapere di tutte le generazioni e la grigia polvere al suo interno commemora l’annientamento della vita che concima ancora la vita stessa, in una catarsi biblica.
Gli alberi incappucciati di bianco e poi impregnati di vernice nera, come ombre di presagio sulle future trame degli eventi, sono testimoni di una ricerca filosofica e artistica che Punzo ha intrapreso, a partire dal 2023, con Atlantis, uno studio sperimentale che si è dato il tempo di crescere e maturare fisiologicamente e concettualmente, come un ecosistema di credenze e speculazioni che vogliono esplorare compiutamente, con Cenerentola, la materia ancestrale dell’esperienza umana.
Ad Atlantis risale già la scelta bicroma del bianco e del nero, dei colori estremi e opposti che evocano i principi di complementarietà dell’antichissima filosofia taoista e che sono interpretati secondo una precisa riscrittura della ricettività femminile e oscura dello Yin e dell’azione luminosa e maschile dello Yang.
Cenerentola, alter ego femminile di Punzo, è Viola Ferro, la giovane attrice che incarna, in una relazione di comunione percettiva con lo spettatore, un concentrato di purezza del potenziale espressivo, la femme enfant felliniana, il viaggio di scoperta nel carrolliano Paese delle meraviglie e lo stesso Stupor Mundi che si scorge negli occhi di Punzo.
La sua famosa scarpetta perduta è l’oggetto dell’utopia: un’assenza, un solido nulla che rivela nella vita degli uomini il fatto che qualcosa è rimasto cavo, che si è formato uno spazio cavo in cui è possibile creare una seconda realtà.
Questo il messaggio di Punzo, che si è ispirato al Principio di Speranza di Ernst Block, in un’epoca di profonda crisi dei valori etici: come un demiurgo, nella sua tunica luttuosa, sancisce la fine del mondo trascorso e sentenzia che il nero è il colore di Dio, che il buio del futuro non rappresenta una minaccia, ma un orizzonte sconosciuto di possibilità. Così, guida il suo strampalato carrozzone di entità ultraterrene alla volta di una straordinaria ricerca, attraverso la filosofia, la matematica, le scienze, le arti, in un corteo che celebra la fertile materia oscura, quell’incognita di cui anche la scienza tenta di ipotizzare la composizione. Il velo di Maya che impregna tutte le cose di significati misteriosi, fino a lambire, in un body painting, anche i personaggi in scena, è illusione effimera delle apparenze e insieme elemento connettivo tra cosmo, natura e uomo.
Tra gli spettatori sparpagliati nell’area d’ora d’aria del carcere, intanto, scorrono come portali dimensionali e pianeti in rotazione, grandi dischi bianchi e neri sorretti da buffi damerini che, negli stravaganti costumi gotico – vittoriani di Emanuela Dall’Aglio, paiono pedine da scacchiera, arcani usciti da un mazzo di tarocchi o ballerini discesi da un vecchio carillon.
Tutta la scena è studiata per avviluppare gradualmente il pubblico e muoverlo con sé, in un divenire itinerante: la strana compagnia circense “caminante”, come una poesia di Antonio Machado, si propone in questo modo da punti di vista diversi a tutti i presenti e dunque, invita a interpretazioni diverse, suggerendo bene la stratificazione dei significati simbolici sempre tipica della fiaba.
Poi, proprio dove la fortificazione palesa la sua imponenza invalicabile, il pubblico è costretto ad arrestarsi e sedersi, senza poter procedere oltre, come accade ai reclusi attori; allora si palesa una nuova dimensione di spazio, con la rottura della quarta parete pirandelliana che svela l’ infinita mutevolezza della realtà. Un ampio palcoscenico, prima nascosto da pannelli, permette improvvisamente allo sguardo di perdersi sino alle lontane aree perimetrali di uno sfondo nero, allargando la prospettiva su un sinistro vuoto straniante, su un nuovo luogo di creazione, descritto da Punzo come il suo solo paese.
Uno spazio subito rianimato da Francesca Tisano, che rotea nella sua danza sufi di elevazione spirituale, secondo una singolare rivisitazione della tanoura, la gonna del derviscio, accompagnandoci in un suggestivo paesaggio scenico, non dissimile dagli scorci del dipinto di De Chirico, Mistero e melanconia di una strada.
Il palcoscenico si popola di indecifrabili personaggi e continue costruzioni e decostruzioni di luoghi – non luoghi che omaggiano la bellezza delle prospettive distorte di Maurits Escher, ma anche il Cubismo Analitico di Pablo Picasso, attraverso il continuo riassemblaggio di architetture mobili che scompongono e ricompongono prospettive astratte di case.
C’è musica negli intervalli tra le sfere dechirichiane che rotolano da una parte all’altra del piano e l’atmosfera è profondamente enfatizzata dal disegno sonoro di Andreino Salvadori, mentre si materializza l’esperienza trasformativa e psicomagica, attraverso un linguaggio visivo e onirico vicino a quello delle opere di Alejandro Jodorowsky, che cattura lo spettatore, in un clima di surreale misticismo e sfida alle convenzioni narrative.
Tutto l’allestimento sembra un riferimento archetipico a parti interne di un unico ecosistema, in una rappresentazione gestaltica, dove è l’inconscio che parla a viva voce ai partecipati assorti, confusi dal proliferare delle parole e incapaci di afferrare l’interezza dei contenuti di un mantra perpetuo, orchestrato dall’attore Paul Andrei Cocian.
La parola ronconiana del testo drammaturgico, nelle sue enunciazioni di evidente disamina del significato dell’esistenza, vuol forse dare proseguo a quel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, con cui Galileo Galilei stravolse l’ordine fittizio delle credenze del suo tempo, portando il suo sguardo oltre le colonne d’Ercole, per indagare quei territori sconosciuti che Punzo decifra secondo Arte, Scienza e Conoscenza.
Le atmosfere sono quelle di un’annunciata catastrofe cosmica, in cui tutto, forse, è destinato a perdere il suo ordine momentaneo per guadagnare nuovi equilibri, eppure, quest’ opera della fisica dell’anima non si gioca con la morte: compare la scacchiera, come fu ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, ma i protagonisti Punzo e Ferro ci camminano sopra, ricercando una posizione onnisciente, Vitruviana, in grado di unire arte e scienza, per simboleggiare la centralità dell’umanità nel cosmo.
Con quest’opera Armando Punzo smitizza il teatro dell’assurdo, rintracciando un significato in tutto quanto appare ancora incomprensibile: la sua Cenerentola, l’antica favola mistica di Rodopi e dell’ascesa iniziatica verso le vette della conoscenza, racconta il viaggio ancora incompiuto dell’umanità, convocando tutte le possibili discipline necessarie a comprendere gli assiomi di un sapere universale. Le sue fonti sono i classici immortali che appartengono al nostro immaginario più profondo, lontano da etichette e facili stereotipi e l’intento politico del suo teatro è quello di trascendere l’ordinario per attuare l’ideale, portarci da un’altra parte, farci scoprire nuovi orizzonti.
Come dichiara sulla rivista AT, Cenerentola è il nostro bisogno di arte, filosofia, poesia, bellezza e scienza: è noi, desiderosi di andare oltre noi. È il principio vitale che genera vita, guarda alla vita ed è per la vita senza nessuna fatica. È la curiosità che dovremmo avere e che dimentichiamo di esercitare, è la forza in divenire che ci sostiene.
L’ovvia estraneità del personaggio etereo alla dimensione terrena è un tentativo di sublimazione dell’umanità intera, un tentativo di valicare le sbarre di reclusione delle nostre prigioni, che in nulla ricorda i toni del rosso e della carne, nonostante metta in gioco la presenza fisica degli attori detenuti, per elevarli dalla loro condizione di ristretti.
Punzo dimentica di valorizzare i corpi e le espressioni, camuffandoli, truccandoli, manovrandoli come burattini di un gioco divino più grande di noi e del nostro libero arbitrio, ma la sua originale interpretazione di Cenerentola, da secoli personaggio chiave di riscatto nell’immaginario collettivo, è l’ultima di una lunga serie che, attraverso i fratelli Grimm e la Disney è giunta a noi, rinnovando le sue prospettive narrative e custodendo sempre una serie di rimandi significativi.
Punzo, con la sua cornice scenografica visionaria, incentrata intorno al simbolo cardine della casa e dell’angelo del focolare, omaggia la celebre produzione de La Cenerentola di Luca Ronconi, autore di una rilettura critica e scenicamente memorabile che già seppe conciliare alla fiaba sia realismo che astrazione, decontestualizzando la vicenda dai suoi ambienti tradizionali.
Certo, questa versione che si dota di soggetti clowneschi e bambole meccaniche, non lontani anche dalla Cenerentola di Emma Dante, ha il pregio di ricrearsi attraverso una nuova trama e all’interno di un particolare contesto: la Compagnia della Fortezza di Volterra è, ad oggi, la più longeva esperienza di teatro professionale all’interno di un istituto di pena e ogni sua rappresentazione acquista un valore che è lecito definire riparativo e terapeutico, sia per gli spettatori che per i detenuti.
Qui, i ristretti sono veramente impegnati in una riqualificazione formativa che ha il merito di decentrare il carcere dai suoi aspetti punitivi, a favore di una vera rieducazione, operata pure senza ammetterne la vocazione.
Cenerentola
L’arte, la scienza e la conoscenza
prima assoluta
regia e drammaturgia di Armando Punzo
musiche originali di Andreino Salvadori
scene di Armando Punzo e Alessandro Marzetti
Produzione Carte Blanche ETS/Compagnia della Fortezza, Teatro della Toscana
con Ciro Afeltra, Abbdssamad Karim, Lugi Ammendola, Abd Al Monsiff Abd Arahman, Khalif Bashik, Elisa Betti, Isabella Brogi, Valentin Bucur, Salvatore Buffone Giacomo , Casalati, Daniel Chukwuka, Biagio Cipparano, Paul Andrei Cocian, Giovanni Colombo, Pasquale Concas, Salvatore Costantino, Maurizio Di Bella, Maurizio Diotallevi, Paolo Dori, Romeo Bogdan Erdei, Eddahby Anouar, Vitale Esposito, Pietro Favasulli, Santoro Favasulli, Viola Ferro, Luigi Fontana, Carmine Fratepietro, Francesco Guardo, Nik Kodra, Urim Laci, Patrik Lacomare, Matteo Ladogana, Antonio Lanzano, Jie Lin Jin, Alessandro Lorena, Davide Mannarà, Luca Matarazzo, Bustos Tunoo Nay, Toni Nezhai, Antonio Nocera, Fernando Poruthoutage, Nunzio Proscia, Michele Privitera, Armando Punzo, Massimiliano Quartarone, Andreino Salvadori, Safri Zakaria, Antonio Saraceno, Ivan Savic, Salvatore Stendardo, Giuseppe Terzo, Francesca Tisano, Fabio Valentino, Tommaso Vaja, Stefano Vezzani, Wang Jie
Foto di Stefano Vaja

