In scena al Teatro Quirino di Roma fino al 19 aprile 2026
Il capolavoro del teatro rinascimentale rivisitato in chiave moderna, trasposto in un presente dominato da finanza e profitto, seguendo dinamiche egoiste e opportuniste.
La commedia di Niccolò Machiavelli, potente satira sulla corruttibilità della società dell’epoca, suscitò molti entusiasmi e fu ampiamente rappresentata.
Ambientata dall’autore nella Firenze del 1504, narra della passione di Callimaco per Lucrezia, moglie del ricco notaio Nicia, anziano e credulone. Con l’aiuto dell’amico Ligurio e del servo Siro, mette in atto uno stratagemma per convincere messer Nicia a somministrare alla moglie una pozione di mandragola, pianta che favorisce la fertilità, e poi giacere con la donna fingendosi un mendicante raccolto per strada per attirare su di sé gli effetti letali della pianta e salvare così il marito, che potrà finalmente avere il tanto sospirato erede.
Nicia accetta, non rendendosi conto dell’inganno. Lucrezia, dal canto suo, viene incoraggiata da Fra Timoteo, corrotto con l’esborso di molti fiorini, ad assecondare la decisione del marito, col sostegno anche della madre Sostrata che la incita ad abbandonare ogni scrupolo.
La beffa raggiunge il culmine quando, in guȇpière al talamo nuziale, la donna riconosce nel mendicante Callimaco e gli si concede con entusiasmo. Nicia, per riconoscenza verso colui che ritiene essere il medico che ha salvato il suo casato, lo ospita in casa, favorendo inconsapevolmente la relazione fra i due.
Dopo il prologo recitato da Massimo Venturiello che introduce la commedia di messer Niccolò Machiavelli come una favola allegra, l’adattamento di Guglielmo Pepe si apre su una messinscena sorprendente: un centro benessere con lo sfondo di un acquario, dove Callimaco, manager rampante, viene massaggiato dal servo Siro, e intanto disquisisce della sua passione per Lucrezia.
Cambia il contesto: sui pannelli si stagliano la cupola del Brunelleschi e i grattacieli della City con due megaschermi laterali che trasmettono sequenze di news arabe sulla “Crisis in the Middle East” e sull’andamento dei mercati finanziari (scene di Fabiana Di Marco, luci di Rosario Calvagna).
La satira si sposta sul potere e sulla ferocia del capitalismo contemporaneo, disumanizzante, dove l’inganno è modalità professionale orientato al profitto.
Messer Nicia, in abito blu e cravatta rossa, è un Ceo dell’alta finanza smanioso di avere un figlio dalla giovane moglie. Il faccendiere, lobbista o intermediario d’affari, Ligurio, gli suggerisce di affidarsi al medico di fama internazionale Callimaco, con tutto ciò che ne consegue.
Il filo conduttore è che il fine giustifica i mezzi.
I personaggi sono quelli di Machiavelli, l’intreccio della burla è il medesimo, ma il tema della credulità di un uomo aduso a muoversi tra gli squali dell’alta finanza, suscita perplessità.
Nicia gioca a golf con Ligurio, col supporto di un videogioco sui pannelli del fondale che conteggia anche il punteggio, indossa abito blu e cravatta rossa, è ricco, calza un cappellino rosso con visiera, assume qualche atteggiamento sbruffone… La giovane moglie è bella ed elegante nel suo tailleur rosso brillante, con ampio cappello (costumi di Adele Bargilli). Alludono vistosamente a personaggi dell’attualità e del sistema dove chi è più spregiudicato vince, distanti dai parametri machiavelliani.
Nel finale tutti i personaggi si agitano ritmicamente sulle musiche di Massimiliano Pace.
Il Fra’ Timoteo di Maurizio Micheli indulge in battute che attingono all’attualità con qualche forzatura di senso e qualche anacronismo, come fare riferimento ai marchi della Germania, che nel ‘500 adottava il fiorino e oggi l’euro, e l’esternazione “ho sempre sognato di fare il marines americano nella Firenze del ‘500”.
Massimo Venturiello è il disinvolto notaio Nicia, elegante e abile negli affari e tuttavia allocco. Marco Imparato è un esagitato Callimaco, Guglielmo Poggi è l’abile manipolatore Ligurio, Martina Fatighenti è Lucrezia, Antonella Piccolo nel ruolo di Sostrata entra in scena rapida come una meteora per incitare la figlia a dissolvere gli scrupoli, ancheggiando in minigonna.
Completano il cast Enrico Spelta e Matilde Pettazzoni, nel ruolo rispettivamente di Siro e di una giovane donna che va da Fra Timoteo fasciata in un abito sensuale.
È una Mandragola parecchio stravolta, nello spirito e nella lettera, proiettata dalla Firenze rinascimentale all’America dei nostri giorni, ma rimane un classico della drammaturgia italiana.
Dalle note di regia: “Messer Nicia CEO anziano, ossessionato dall’eredità e dalla reputazione. Non comprende il mondo che cambia, ma è disposto a tutto pur di lasciare un “successore”. È ridicolo e tragico insieme, simbolo di un potere vuoto. Lucrezia è una donna intelligente, intrappolata in un matrimonio di convenienza e in un sistema che la vuole “perfetta”. La sua resa finale non è debolezza, ma lucida scelta di sopravvivenza e di potere. Fra Timoteo, diventa un consulente etico, un leader spirituale mediatico. Usa il linguaggio della morale per giustificare qualunque azione. È la figura più pericolosa perché legittima il cinismo con parole rassicuranti. Mentre Ligurio è facile da immaginare come faccendiere, lobbista o intermediario d’affari. È il vero motore dell’azione: sa come funzionano i meccanismi del potere e li sfrutta senza mai esporsi. Mentore della rappresentazione del fine che giustifica i mezzi. Il potere come manipolazione. La morale come strumento retorico. Il corpo e il desiderio come merce. La vittoria dell’intelligenza amorale”.
Tania Turnaturi

