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Recensioni/Articoli

Francesco Vannoni intervista

Emanuele Martinuzzi
Ultima modifica: 8 Novembre 2026 15:52
Emanuele Martinuzzi
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di Emanuele Martinuzzi

Francesco Vannoni, la poesia in vernacolo tra memoria, ironia e identità senese

Francesco Vannoni, per gli amici Checco, Senese Doc, classe 1975, è un poeta sensibile e radicato nella sua amata terra, un letterato dalla lingua antica che si pronuncia in versi, però con una profondità e ironia tutta contemporanea, è un Dante per leggiadria natio in terra senese. Giornalista pubblicista, ha lavorato nel campo della comunicazione e attualmente svolge la professione di bancario. Appassionato cultore della storia di Siena, si diletta a scrivere in vernacolo. Per la sua contrada, l’Oca, ha collaborato al progetto Ecomuseo scrivendo proprio sul sonetto come forma poetica particolarmente diffusa tra i contradaioli di Fontebranda. Con Betti Editrice ha pubblicato Tanto pe’ fa’ poesia, la sua prima raccolta di sonetti uscita nel 2014, Sonetti ne’ cassetti (2016), S’i’ fosse…C(H)ecco (2017), Così ’un si perde ̓l verso (2019). Con il sonetto “Amore e Amicizia” è stato inserito ne L’Agenda dei Poeti 2020 (Otma2 Edizioni). Il suo sonetto “La pausa di riflessione” è stato inserito nell’antologia del 4^ Premio Internazionale di Poesia ‘Maria Cumani Quasimodo’ (Aletti Editore). Con Betti Editrice ha pubblicato anche La commedia senese – tutto o quasi il nostro aldilà. Un viaggio… nell’oltremondo della sua città alla maniera del poema dantesco, con tre guide d’eccezione come Cecco Angiolieri, Provenzano Salvani e Santa Caterina. In precedenza aveva pubblicato la raccolta di poesie Un abbraccio a Siena (Terre de Sienne editrice 2005) e prima ancora firmato alcuni testi inediti: le raccolte Le mie composizioni, Di Siena ce n’è una sola (1997) e il racconto Palio, amore e…così sia (2002). Sempre con Betti Editrice ha pubblicato ultimamente Ve la dico ’n poesia 100 sonetti tra ricordi e siparietti. Si potrebbe aggiungere molto altro. Ma lasciamo che siano le sue parole a raccontarci qualcosa in più.

1. Partiamo dal tuo ultimo libro, ‘Ve la dico ’n poesia. 100 sonetti tra ricordi e siparietti’. Come nasce questa raccolta e che cosa hai voluto raccontare attraverso questi cento sonetti?

“Ho iniziato a pensare a questa raccolta in un momento non facile della mia vita. Le parole o, per meglio dire, i versi mi hanno ‘salvato’ ancora una volta. Volevo vincere la paura del silenzio; il timore di non saper più ‘giocare’ con le emozioni, le sensazioni della mia quotidianità. Appena ho provato a farlo, sempre e naturalmente in poesia, mi sono ritrovato e, benché, questo momento particolare non sia ancora del tutto superato, posso dire di essere riuscito ad afrontarlo con il ‘coraggio della leggerezza’ e la voglia di condivisione insieme a tutti i miei lettori. Devo anche ringraziare tanti amici, che mi hanno offerto il loro prezioso contributo per la realizzazione di questo libro: Caterina Manganelli, autrice della copettina e dei disegni interni che aprono ogni capitolo di quest’opera; Andrea Sguerri e Sofia Alessandri che hanno firmato rispettivamente la prefazione e la postfazione. Senza dimenticare Luca Betti, editore sempre attento alla promozione della vivacità culturale che Siena può offrire”.

2. Il titolo ha un tono diretto, confidenziale, quasi fosse una chiacchierata con il lettore. Che cosa significa per te «dirla in poesia»? E quanto contano l'ironia e il sorriso nel raccontare la realtà?

“Quando scrivo mi rifaccio, molto spesso, alla leggerezza. ‘Dirla in poesia’, significa per me riflettere e raccontare, ridere e ricordare cercando, ove possibile, di non prendermi troppo sul serio e provare ad ironizzare anche sulle difficoltà di ogni giorno. Non sempre è facile e a volte, componendo, si ha l’oportunità o il bisogno di guardarsi dentro; farlo attraverso la poesia è un po’ come curare le nostre preoccupazioni e sfidare le nostre incertezze con la ‘terapia dell’arte’ e una buona dose di passione: questa è il principio attivo che sta alla base della poesia”.

3. Nei tuoi versi il vernacolo senese non è soltanto una scelta linguistica, ma sembra custodire un mondo di ricordi, modi di dire, personaggi e tradizioni. Quanto è importante scrivere nella propria lingua e quanto temi che questo patrimonio possa andare perduto?

“Il vernacolo, per tutti noi poeti senesi, è uno strumento che ci permette di ‘ascoltare’ o ‘leggere’ la nostra Città; raccontarne i suoni e perfino la magia dei silenzi o degli spazi. A proprosito, poi di ricordi, modi di dire e personaggi, Siena è un microcosmo di Storia fatta di volti, parole, ‘frasi celebri’ che hanno fatto assurgere il vernacolo ad una vera e propria Lingua. A mio parere, coltivarne la conoscenza e diffonderne l’uso è fondamentale proprio per permettere, alle nuove generazioni di non perderne totalmente il contatto”.

4. Siena è spesso protagonista, dichiarata o nascosta, dei tuoi scritti. Che rapporto hai con la città in cui vivi? È soprattutto una fonte d'ispirazione, un luogo dell'anima o una comunità alla quale senti il bisogno di restituire qualcosa attraverso la poesia?

“La tua domanda inquadra perfettamente la complessità, ma anche la pienezza del rapporto che sento di avere con la città dove vivo e sono nato. Siena mi ha dato e continua a darmi molto. Lo fa in termini di amicizie, sentimenti e spirito di appartenenza; non solo alla mia Contrada, ma anche ai suoi valori identitari, innervati nel tessuto connettivo di una creatura unica al mondo. Nel mio piccolo cerco di ‘restituire’ alla Città tutto l’amore che ne ricevo. Provo a farlo raccontando la sua gente, le loro storie con la musicalità della poesia”.

5. Sei un appassionato cultore della storia senese e hai collaborato al progetto Ecomuseo della tua contrada, l’Oca, approfondendo proprio la tradizione del sonetto tra i contradaioli di Fontebranda. Che cosa rappresenta per te questa forma poetica e perché pensi che abbia trovato a Siena un terreno così fertile?

“La tradizione del sonetto a Siena inizia addirittura con Cecco Angiolieri, ‘Il Poeta Maledetto’ e questa forma poetica è stata spesso utilizzata nelle tenzoni tra letterati, nel motteggio, nella satira. Tra i poeti senesi che si sono distinti c’è senz’altro Momo Giovannelli, che ha sdoganato il vernacolo senese e che ha ispirato le generazioni successive (da Fernando e ‘Ghigo’ Giannelli a Carlo Fontani, Ivo Boscagli ed Ezio Felici), fino ad arrivare ai giorni nostri, con Francesco Burroni, Antonio Tasso e Silvia Golini”.

6. Nel tuo percorso hai attraversato registri e temi diversi, dalla poesia dedicata alla città fino al viaggio nell’aldilà senese de La commedia senese, con guide d'eccezione come Cecco Angiolieri, Provenzano Salvani e Santa Caterina. Quale filo lega queste opere e che cosa ti permette di sperimentare il confronto con la tradizione letteraria?

“Credo che la poesia abbia insite diverse accezioni: il tentativo di ‘giocare con i versi’ permette di aprirsi sempre a nuove esperienze, che cerco di sperimentare tenendo ben presenti le linee guida che da sempre mi ispirano: raccontare, ricordare, ridere e riflettere. Il ritorno ai sonetti è stato come ritrovare le mie origini e misurarmi con la voglia di ‘scattare’ istantanee della quotidianità”.

7. C’è un libro, tra quelli che hai letto o scritto, al quale sei particolarmente legato? E ‘è un poeta o un autore che ha lasciato un segno speciale nel tuo modo di scrivere?

“Tra i libri che ho scritto, ‘La Commedia Senese – Tutto o quasi il nostro Aldilà’ , uscita nel 2020 per Betti Editrice, è l’opera alla quale sono rimasto più legato. Fu una nuova sfida poetica, un ‘gioco in versi’ che, durante i momenti durissimi delle chiusure a causa del Covid, mi ha
permesso di misurarmi coun percorso poetico molto affascinante, che a distanza di sei anni, sembra ancora molto apprezzato dai lettori. Per quanto invece riguarda il poeta che più di tutti mi ha influenzato, devo citare proprio momo Giovannelli. La lettura dei suoi sonetti, pubblicati nella raccolta ‘Sena Vetus Nova, negli anni Venti del Novecento, è stata per me un’autentica ‘scintilla’ ”.

8. La poesia può sembrare, oggi, una forma espressiva lontana dai ritmi veloci della comunicazione contemporanea. Quale ruolo può avere la cultura nella società di oggi, soprattutto in un momento storico in cui la pace, la libertà e il dialogo sembrano valori tutt’altro che scontati?

“Sono convinto che la poesia stia, seppur lentamente, riconquistando spazi importanti nella società attuale e nei ritmi di oggi. È vero che il poeta viene visto ancora come una figura un po’ ‘atipica’, lontana dal target culturale del nostro tempo, eppure l’immediatezza degli strumenti comunicativi odierni può esere, a mio parere, preziosa alleata della poesia e per il poeta opportunità di grande valore per ‘uscire’ dall’immagine collettiva di ‘uomo solo’ con i suoi sentimenti, i suoi tormenti, le sue emozioni”.

9. Che cosa pensi della collaborazione e della condivisione tra artisti e scrittori, anche attraverso i social network? Possono diventare strumenti per avvicinare nuovi lettori alla poesia e alla cultura?

“Ritengo che i Social siano uno strumento utilissimo per la diffusione della cultura in generale e della poesia in particolare. Ciò che è fondamentale è imparare ad usarli bene. Condivido spesso i miei versi nel mondo virtuale: è il modo più immediato per farli conoscere; per offrire, a chi deciderà di leggerli, spunti di riflessione, idee da sviluppare o ancora temi da approfondire. Ben venga, dunque, ogni possibile opportunità di collaborazione o di scambio tra voci, tratti e suoni diversi; l’arte può e deve essere un mezzo per costruire e promuovere dialogo e sinergia”.

10. Hai un tuo sonetto al quale sei particolarmente affezionato, magari uno che ti rappresenta più degli altri? Ti va di raccontarcene la storia e di condividere qualche verso con i nostri lettori?

“In momenti differenti e per ragioni diverse, sono legato a molti dei miei sonetti, ma se ne dovessi scegliere uno che mi rappresenta più degli altri, mi piace citare il primo dei due sonetti che fanno parte dell’ ‘Epilogo’ della mia ultima raccolta, perché è quello che mi racconta più fedelmente e che spiega nella maniera più autentica il mio rapporto col sonetto e la mia particolare predilezione per questa forma poetica. S’ intitola ‘Io mi ci so’ divertito’ e qui lo riporto integralmente:

Io mi ci so’ proprio divertitoa rimette a posto ʼ mi’ sonetti,
ma no mi’a pe’ esse’ insuperbito
o pretende che fossero perfetti.

Anzi, mi ci so’ sbizzarrito
a vede’ di corregge i difetti,
e col tempo lo sai che ho capito,
quando piano piano l’ho riletti?

Che oltre – lo sai – a appassionammi,
fra le forme ʼonosciute di poesia
so’ l’unici capaci a raccontammi:

voglio di’ che mi sanno descrive:
se piango, se rido, se torno o vo via,
loro so’ un po’ la voce del mi’ vive.

11. Parliamo di teatro: qual è il tuo rapporto con questa forma d'arte? Ti piacerebbe vedere un tuo testo portato sul palcoscenico, magari attraverso una lettura scenica o uno spettacolo in vernacolo senese?

“Sono appassionato di teatro. Amo molto il teatro vernacolare e voglio ricordare il bagaglio di esperienza e di memoria che ha rappresentato, in questo senso, l’epopea decennale de Il Vernacolo Clèbbe’ la Compagnia tutta formata da senesi e contradaioli fondata da Bruno Tanganelli (per tutti ‘Tambus’) che tra la seconda metà degli anni Settanta e la fine degli Ottanta, portò in scena testi indimenticabili, spaccati quel ‘piccolo mondo antico’, legato ad una Siena che non c’è più e verso cui capita di provare profonda nostalgia. L’auspicio è quello che, anche attraverso il lavoro di ricerca o di riscrittura del testi storici del vernacolo, la ricchezza vocale e culturale di questo patrimonio possa arrivare alle nuove generazioni. Alcuni attori componenti di una Compagnia amatoriale molto conosciuta a Siena, aveva iniziato a lavorare sulla trasposizione teatrale della ‘Commedia Senese’, ma al momento il progetto si è fermato”.

12. Guardando al futuro, ci sono nuovi progetti letterari a cui stai lavorando? E che cosa ti piacerebbe raccontare, in versi, che ancora non hai avuto occasione di raccontare?

“Adesso mi concedo un breve periodo di riposo. Chissà che, proprio in questo frangente, non arrivi l’imput giusto. Vivere ’in poesia’ significa essere costantemente in attesa, perché le corde delle emozioni sono sempre pronte a ricevere la fonte di nuove ispirazioni. Il sogno nel cassetto sarebe quello di scrivere la Storia di Siena raccontata col sonetto. Potrebbe essere l’occasione per un lavoro a più mani con il coinvolgimento di altri poeti locali…”

Emanuele Martinuzzi

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