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Reading: Teatro dell’Opera di Roma, “L’angelo di fuoco” di Prokof’ev nella visione di Emma Dante
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Teatrionline > Blog > Opera > Teatro dell’Opera di Roma, “L’angelo di fuoco” di Prokof’ev nella visione di Emma Dante
Opera

Teatro dell’Opera di Roma, “L’angelo di fuoco” di Prokof’ev nella visione di Emma Dante

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 4 Giugno 2019 09:27
Fabiana Raponi
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L’angelo di fuoco
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L’angelo di fuocoIl diavolo? Certamente si addice, e non poco, ad Emma Dante alla regia potente e cupa di un’opera rara, se non misconosciuta, L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev in scena al Teatro dell’Opera di Roma (ultima recita 1 giugno alle ore 18) in un nuovo allestimento del teatro capitolino con l’eccellente direzione musicale del maestro Alejo Pérez.

Cinque recite sempre affollatissime per un’opera in russo (con i sovratitoli), con la musica dirompente di Prokof’ev diretta con maestria analitica da Pérez (non a caso esperto di sinfonismo) e già apprezzato diverse volte a Roma (anche per Lulu di Berg, Il Naso di Shostakovich, Cenerentola di Rossini) che non teme di affrontare un’opera psicologica e ricchissima per dipingere “la forza della libido con i suoni” come ricorda il direttore, offrendo “la musica più forte che Prokof’ev abbia mai scritto per l’opera”.

Il direttore segue la partitura sollecitando alla perfezione l’orchestra e non lasciando mai un momento di pace allo spettatore continuamente travolto dalla musica e da un quantitativo enorme di strumenti, dai volumi molto alti (all’occorrenza) quasi a sovrastare (di proposito) le voci fino a precipitare verso il finale.

Pochissime le rappresentazioni dell’Angelo: tratto dall’omonimo romanzo di Brjusov non ebbe affatto vita facile. La composizione fu lunga e travagliata (dal 1919 al 1927), ritrovata solo dopo la morte di Prokof’ev e debuttò a Parigi in forma di concerto nel 1954. Pochissime le rappresentazioni anche in forma scenica, l’ultima delle quali nel 1966 al Costanzi.

Ma la visione di Emma Dante è portentosa, fra pulsioni, desiderio e visioni, senza rinunciare alla fisicità del suo teatro, è aderentissima alla musica senza tradirla mai in un equilibrio prezioso che trasforma l’opera in una cupa fiaba per adulti.

La ricchissima drammaturgia si costruisce intorno a una vicenda quanto mai movimentata ambientata nella Germania del ʼ500, che non risparmia duelli, premonizioni e stregonerie, monache, streghe e demoni.

Fulcro della storia è la tormentata Renata, donna ossessionata da un angelo – demone, alle prese con visioni, magia amore e desiderio, senso del peccato.

Le scene (non facili per cinque atti e sette quadri) del fidato collaboratore Carmine Maringola con le luci di Cristian Zucaro restituiscono un allestimento che poco o nulla a che a che fare con il richiamo storico (seppure evocato dai costumi di Vanessa Sannino), ma che lasciano precipitare lo spettatore in un mondo quasi viscerale e misterioso fra realtà e visioni demoniache.

Il risultato è sempre ipnotico: la musica è travolgente ed enfatizza le scene potentissime da un punto di vista estetico perché la regista riesce a trasmettere un incessante senso di disagio, inquietudine, angoscia che deriva non solo dalla consapevolezza della dicotomia di cui è vittima Renata, ma che viene concretamente e fisicamente realizzato dagli attori della Dante che danno corpo alle visioni, ora figure con i veli da sposa, ora demoniache figure con i lunghissimi capelli. La regista poi gigioneggia volentieri anche nel registro più grottesco dell’opera con Faust e Mefistofele in scena passando rapidamente e con autorevolezza da un tono all’altro.

Le scene spaziano dalle tombe dei Cappuccini ai richiami di De Chirico, fino agli ambienti degli interni più naturalistici. Ma tutto contribuisce a creare la sensazione di abisso in un confine labilissimo fra vita e morte a cominciare proprio dalla locanda con i letti-loculi e una nicchia al centro o con il convento popolato dalle monache (scheletri con abiti di porpora) e un Cristo ossuto con il volto di donna al centro della nicchia.

È qui che si consumano il violento finale dell’opera riletto con sguardo personalissimo dalla Dante: Renata non viene condannata sul rogo, ma precipita verso la morte come martire agghindata da madonna e trafitta da sette spade, liberandosi e annientando (finalmente) l’angelo-demone che l’ha ossessionata per tutta la vita.

D’altra parte è proprio il dualismo la chiave di lettura dell’opera secondo Emma Dante intenta ad alternare naturale e sovrannaturale, divino e demoniaco a cominciare da Madiel, che per la regista diventa proiezione del male e del bene, dell’amore e della passione carnale, ma talmente sui generis che (in bianco o in nero) è un danzatore di break dance che vede e vive il mondo quasi sempre capovolto, calpestando il cielo (e il divino).

In un dramma che la regista ha definito “più passionale che etico” con una sensualità di fondo e una passione carnale impossibile da gestire, tutti viene giocato sui contrasti: la vita e la morte, la duplice naturale di Madiel, angelo e diavolo, bianco e nero, l’amore e la passione, il paradisiaco e il demoniaco, ma anche la razionalità e l’irrazionalità, la realtà e la visioni. Le invenzioni di regia sono innumerevoli distribuite su un’imponente la massa che la regista si trova a gestire (12 cantanti, 8 attrici e 7 attori della sua compagnia, 44 artiste, e 8 artisti del coro), popolando, ma non sovraffollato mai il palco neppure nella concitata scena finale della possessione e del martirio. Non manca neppure qualche tocco personalissimo che travalica il libretto: gli attori della compagnia intrattengono durante i cambi di scena con siparietti e sequenze, leggono libri a voce bassa, si riuniscono come in preghiera per gli esercizi spirituali oltre ad incarnare le visioni di Renata. Un ruolo quasi massacrante che ha visto brillare a Roma il bravissimo soprano Ewa Vesin al debutto come Renata, fragile, forte, disperata creatura che si è distinta per una parte vocale molto difficile con tante sfumature vocali ed un’eccellente interpretazione.

Ultima recita di oggi con la specialista del ruolo, Elena Popovskaya. È affidata alla voce del tenore Leigh Melrose, specialista del repertorio del Novecento, la parte molto difficile del cavaliere Ruprecht, ambiguo individuo che vorrebbe approfittare della fragole Renata e finisce per proteggerla.

Maxim Paster è Mefistofele, Andrii Ganchuk è Faust, Goran Juri è l’Inquisitore, Mairam Sokolova è l’Indovina, Sergey Radchenko è Agrippa, tutti bravissimi. Ultime replica stasera ora 18, poi torna in scena al Costanzi la Cenerentola di Rossini (dall’8 al 13 giugno) nell’allestimento di successo di Emma Dante: nuovo cast con la direzione di Stefano Montanari. Info su operaroma.it.

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