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Il cielo e il sangue

Giada Caliendo
Ultima modifica: 13 Giugno 2025 09:07
Giada Caliendo
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Maximilian Nisi in un dialogo immaginario tra due geni del Seicento: Artemisia Gentileschi e Galileo Galilei

Maximilian Nisi in un dialogo immaginario tra due
geni del Seicento: Artemisia Gentileschi e Galileo Galilei

“Il cielo e il sangue” è il nuovo spettacolo di Maximilian Nisi, attore conosciuto a livello internazionale con più di 25 anni di carriera, lo
intervisto in occasione del grande evento di Parigi.

Il 23 giugno porti in scena il dialogo tra Galileo ed Artemisia a Parigi all’Istituto di cultura italiana che è molto attivo e propone sempre eventi interessanti, non è la tua prima volta li, vero?

No, infatti, ci sono stato parecchie volte con il Don Giovanni con la regia di Maurizio Scaparro del teatro di Roma, con Peppe Barra che faceva
Pulcinella, poi ci sono stato anche con l’Avaro di Savarì. Ed anche altre volte, a Parigi c’è sempre un fermento molto vivace e ci sono tantissimi italiani.

Un luogo particolarmente prestigioso dove incontri persone che seguono con grandissimo coinvolgimento. So che comunque gli spettacoli vengono tradotti in francese con dei display per gli italiani che sono accompagnati da amici francesi interessati.

Si, infatti. Il testo scritto da René de Ceccatty, un autore francese di grande finezza è un dialogo intenso e poetico, nato da una profonda
ricerca storica, che immagina l’amicizia tra due spiriti liberi e rivoluzionari, realmente incontratisi all’Accademia del Disegno di Firenze
nel 1618. Ne è nata un’amicizia intellettuale forse anche un po’ polemica è c’è un bellissimo scontro dialettico tra di loro.

René de Ceccatty è lo stesso autore che ha scritto altri due dialoghi oltre questo e cioè quello tra la Callas e Pasolini e tra
Eleonora Duse e Gabriele d’Annunzio. Molto interessante il rapporto tra Artemisia e Galileo

Vi erano delle analogie nelle loro vite, perché entrambi erano stati processati, lei per lo stupro e lui perché sospettato di eresia. Ad entrambi era negata in qualche modo la libertà di espressione.

Molto intrigante questo loro rapporto che evoca il periodo del barocco tra Firenze e Roma. Interessante il mondo della scienza e il mondo della pittura. Il desiderio di mettere luce e profondità. Come mai è stato scelto questo testo?

Perché in questo momento a Parigi c’è una mostra su Artemisia Gentileschi molto importante ed Antonio Calbi, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, ha organizzato delle manifestazioni a 360 gradi ed ha invitato Viola Graziosi per questo reading. Lei è un’ attrice,
molto brava, con cui ho lavorato in questi ultimi tempi, ed è stata proprio lei a propormi di interpretare Galileo Galilei. C’è inoltre il contributo di un pianista, Carlo Bonetto.

Come vivi da attore navigato il fatto che devi recitare un personaggio così complesso in un unica serata?

A dire il vero capita più spesso di quanto vorrei, diciamo che questa è una performance. A me piace molto l’incontro con il pubblico ma quello
che mi stimola di più è lo studio.

E’ proprio quello che dicevo, tu studi ed approfondisci quel personaggio per interpretarlo una sera sola.

E’ un’amore fugace ma non meno profondo infatti ho potuto approfondire lo studio su Galileo Galilei. Ho compreso quanto abbia sofferto il silenzio, per non aver avuto la possibilità di essere preso sul serio. Poi arriva la cecità, a un certo punto diventa cieco ed è forse la cosa che lo ha sconvolto maggiormente in quanto non riesce più a comprovare la sua verità. Come se in qualche modo gli fosse negata. Poi non sapevo neanche molto di Artemisia, la conoscevo come artista, con questi quadri pieni di sangue e violenti.

Una donna forte e determinata che ha denunciato una violenza

Si ed oltre a subire ciò è stata accusata di aver provocato tale barbarie in quanto all’epoca lavorare a contatto con gli uomini l’aveva di fatto
messa in una situazione di rischio.

Che rapporto hai con il tuo mestiere?

Io ringrazio sempre il mio lavoro perché mi dà la possibilità di conoscere ed approfondire argomenti che non avrei avuto modo di vivere. Ricordiamoci sempre che l’ottantacinque percento delle opere d’arte del mondo sono italiane e portare a Parigi due personaggi come Artemisia e Galileo sono una grande occasione che mi onora.

Dal punto di vista teatrale, recitando tanti ruoli, sei legato ad uno in particolare o ad un genere, ad esempio il teatro classico, il moderno o il contemporaneo?

Guarda, io sono innamorato dell’umanità e tutto quello che non mi riguarda, mi interessa perché mi dà la possibilità di prendermi un po’ la
vacanza dalla mia vita per andare a soggiornare da qualche altra parte. Mi piacciono i personaggi contrastati, i personaggi che hanno delle
tematiche da esorcizzare perché attraverso loro forse riesco a esorcizzare anche le mie problematiche. Ho bisogno, come un mantra,
come una pratica buddista e lo faccio lasciando attraversare la mia mente e il mio cuore da parole che non mi appartengono completamente e che riguardano la vita di qualcun altro.

Quanto è difficile recitare un ruolo, essere un personaggio?

E’ difficile elevarsi completamente verso un personaggio e spesso ci si incontra a metà strada ed i mezzi per raccontarlo sono i miei: sono la
mia voce, sono il mio corpo. Strehler diceva che i personaggi vivono sull’Olimpo, al di sopra di noi e molti attori amano prendere questi
personaggi e trascinarli, portarseli via dall’Olimpo, però li portano in una dimensione in cui il personaggio poi non ha una grande vita perché sei tu, attore, che fai quel personaggio e poi ne fai un altro ancora, con il rischio che diventino tutti uguali. Invece, se ci si eleva verso quel
personaggio dal punto di vista creativo, si fa un lavoro più articolato perché si ha la possibilità di raccontare con il tuo corpo di attore personaggi diversi e la gente che ti viene a vedere è più interessata al tuo lavoro perché è un lavoro più variegato e creativo. Bisogna trovare il
modo di stupirsi e di stupire, questo rende interessante il nostro lavoro.

Si sa, il teatro è catartico ed il pubblico stesso ha bisogno di immedesimarsi e di trasformare qualcosa che vede fuori con
qualcosa che ha dentro di sé.
Certo perché nel teatro, anche nella commedia lo spettatore si rispecchia in ciò che vede in quanto si narra dei vizi dell’uomo. Il teatro
può far anche ridere ma a un certo punto ti trovi a riflettere. Quindi il divertimento se non inteso come fine a se stesso ti porta oltre a quello
che sei.

Vorrei chiederti qualcosa sullo spettacolo messo in scena a Trieste al teatro la Contrada di cui hai fatto la regia “Donne in fuga” con protagoniste Ariella Reggio e Marzia Postogna

Certo. E’ una brillante pièce comica tratta da Le Fugueuses di Pierre Palmade e Christophe Duthuron,  un’opera avvincente, una delle
commedie del teatro francese più rappresentate nel mondo. Un gioiello, un testo scritto con ironia ed estrema arguzia. In scena le avventure impreviste di due donne di età diverse, tra umorismo e momenti di genuina emozione esplorano temi come la libertà, la compagnia e la ricerca di conforto in legami inaspettati. L’amicizia è sempre qualcosa di intrigante perché spesso le donne quando si incontrano in un primo momento si odiano, poi si amano, poi si riodiano, è sempre qualche cosa di molto dinamico, il rapporto tra due uomini è molto più semplice e più noioso. Tra donne invece si sviluppa la competizione e solidarietà femminile. L’opera illustra splendidamente come esperienze e vulnerabilità condivise possano portare a connessioni profonde tra individui.

Una commedia che narra di legami inusuali, casuali, inaspettati, ma
che in qualche modo riguarda tutti noi.
Certo, lasciare la libertà ad uno sconosciuto di entrare nella tua vita e dargli la possibilità di essere un sostegno, o una speranza è in qualche
modo una via di fuga. Nello spettacolo sembra tutto molto semplice, i dialoghi, i movimenti, anche la musica (scritta appositamente da Stefano De Meo) in realtà quella semplicità è un punto di arrivo.

E’ stato uno spettacolo molto acclamato, con ogni sera il pienone.
Proprio oggi mi hanno scritto dal teatro La Contrada di Trieste dicendomi che ancora adesso, a quasi un mese di distanza, ricevono
moltissime mail e telefonate di altissimo gradimento. Il valore del teatro è importantissimo. Io come direttore artistico del Festival di Borgio
Verezzi lavoro affinché la teatralità venga salvaguardata. Rispetto delle competenze, c’è chi scrive, chi traduce, chi dirige, che recita, chi veste,
chi musica, ognuno fa il proprio lavoro. Il teatro è un’esperienza collettiva formativa sia per chi lo fa che per chi lo guarda.

Allora Maximilian in bocca al lupo per domani con Galileo ed Artemisia e speriamo di vederti presto di nuovo a Trieste.

 

S

 

 

 

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