TEATRO CARIGNANO, 18 – 30 NOVEMBRE 2025
GABRIELE LAVIA DIRIGE E INTEPRETA RE LEAR
DI WILLIAM SHAKESPEARE
TEATRO CARIGNANO, 18 – 30 NOVEMBRE 2025
RE LEAR
di William Shakespeare
traduzione Angelo Dallagiacoma e Luigi Lunari
con Gabriele Lavia
e con (in ordine alfabetico) Giovanni Arezzo, Giuseppe Benvegna, Eleonora Bernazza,
Beatrice Ceccherini, Federica Di Martino, Ian Gualdani, Luca Lazzareschi, Mauro Man-
dolini, Andrea Nicolini, Giuseppe Pestillo, Alessandro Pizzuto, Gianluca Scaccia, Silvia
Siravo, Lorenzo Tomazzoni
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
luci Giuseppe Filipponio
musiche Antonio Di Pofi
suono Riccardo Benassi
Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Effimera srl, LAC Lugano Arte e Cultura
Non resta che vivere in una tempesta. Ma la tempesta di Lear è la tempesta della sua mente. La tempesta della mente dell’umanità, la morte dell’uomo che ha abbandonato il suo Essere. Re Lear, diretto e interpretato da Gabriele Lavia per il Teatro Stabile di Torino, si svela come un’opera profondamente umana e disperata. Il pensiero di Lear, dopo aver rinunciato al suo regno (il “Non essere più Re”), è devastato dalla privazione e dall’abbandono. È un uomo defraudato barbaramente della sua dignità e della sua stessa umanità. La tempesta che sconvolge la sua mente è straziante, totale: è l’urlo di un essere disgraziato, che si ritrova improvvisamente vecchio, fragile, abbandonato da coloro che pensava lo avrebbero protetto. Quando il sipario si solleva, l’immagine che si presenta allo spettatore è quella di un teatro abbandonato: una luce fioca, che taglia il buio, illumina il centro del palco. Sedie rovesciate e scatoloni accatastati popolano uno spazio vuoto, carico di nostalgia e di decadimento. Gli attori entrano in scena, accompagnati dalle note di una cantilena suonata al pianoforte dal buffone del re. Uno dopo l’altro, iniziano a prepararsi, indossando lunghe vesti a sbuffo, che evocano un’epoca lontana, ormai dimenticata.
Re Lear, scritto da William Shakespeare, affonda le sue radici nelle leggende dell’antica Inghilterra. La tragedia racconta di un re che disereda la figlia minore, colpevole di non averlo adulato come le altre due figlie, esiliandola e dividendo la sua eredità tra le sorelle maggiori. La perdita, come sottolinea il regista, è il tema centrale dell’opera. Ogni personaggio è attraversato da questo sentimento e cerca, tra rovine interiori e difficoltà, una via per andare avanti. Lavia sceglie come scenografia un palco in disuso, quasi in rovina. In questa scelta si riflette l’anima della sua interpretazione: il teatro, che non cerca l’illusione scenica, ma si svela nella sua verità, mostrandoci le crepe e le cicatrici che si nascondono nelle parole e nei gesti degli attori. Il palcoscenico in disfacimento e il metateatro degli attori che si preparano davanti al pubblico sono elementi ricorrenti nel lavoro di Lavia. Questi momenti, che svelano l’intreccio fra il teatro e la vita quotidiana, suggeriscono come il palco e la realtà si rispecchino senza veli né artifici. La regia di Lavia sceglie di distogliere lo sguardo dalla spartizione delle terre e dai complessi meccanismi politici, per concentrarsi invece sull’essenza della tragedia: l’amore filiale tradito. Gli intrighi, che pure esistono, vengono ridotti a veri e propri tradimenti, dove l’ambizione di potere
divora ogni legame familiare. Goneril e Regan, inizialmente lodando il padre, lo abbandonano presto, facendo di Lear un vecchio folle che piange disperato per la sua miseria umana. Lo spettacolo si concentra sul viaggio interiore di Lear, accompagnato dal suo fedele Matto, unico personaggio che resta accanto al re nella tempesta del suo non-Essere. La figura del Matto, interpretata da Andrea Nicolini, è una presenza costante e significativa, che segue e accompagna il destino di Lear. Accanto a lui, si distingue anche il Conte di Kent e i fratelli Edgar e Edmund, figli del Conte di Gloucester, che arricchiscono ulteriormente il dramma con le loro interpretazioni
intense. La tragedia shakespeariana, scritta all’inizio del Seicento, si conferma una potente metafora della miseria umana e della brama di potere. Al termine dello spettacolo, ci si ritrova così profondamente immersi nella sua potenza emotiva che si fatica a tornare alla realtà. È la stessa resistenza che si prova quando, controvoglia, si cerca di uscire da un sogno che non si vuole lasciare andare.
Eva Lipari

