In scena al Teatro Argentina di Roma fino al 18 gennaio 2026
Ironico, poetico, moderno e perfino grottesco. La rilettura di Filippo Dini destruttura il testo originale, intrecciando le angosce esistenziali con le nevrosi contemporanee, espresse anche attraverso brani pop cantati davanti all’asta di un microfono.
Il Gabbiano è uno dei capolavori più rappresentati di Anton Čechov. Al suo esordio nel 1896 a San Pietroburgo registrò un clamoroso insuccesso, poiché si staccava dalle convenzioni del melodramma allora in voga, tanto da indurre l’autore ad abbandonare la platea rifugiandosi dietro le quinte e a rinunciare a scrivere ulteriormente.
La rielaborazione del testo operata da Stanislavskij e Dančenko per il Teatro d’Arte di Mosca ne decretò il successo, favorendo il ritorno di Čechov alla scrittura teatrale.
Dramma romantico d’amore distruttivo, Il Gabbiano diede a Čechov l’opportunità di una riflessione sul teatro di cui riteneva necessario rinnovare la drammaturgia con nuovi spunti, pur comprendendo che le innovazioni avrebbero incontrato resistenze. E infatti Irina, affermata attrice teatrale, deride il testo scritto dal figlio Kostja come troppo innovativo e decadente, mostrando invece apprezzamento per lo scrittore suo amante Boris Trigòrin che ricalca antichi schemi rassicuranti, e anche Nina, di cui Kostja è innamorato, non comprende la sperimentazione e fugge dal suo amore come un gabbiano in cerca di libertà, preferendogli Trigòrin, anelando l’amore e il successo artistico.
Questo allestimento si distanzia dal contesto storico ottocentesco, ancorandosi a una realtà contemporanea, evocata dalla scenografia asettica di Laura Benzi con la veduta di un lago sul fondale che si riverbera su pareti riflettenti. Viene così delimitato uno spazio fisico di sofferenze e frustrazioni, tra meditazioni sull’arte e fragilità emotive, scontri generazionali e male di vivere, di personaggi a tratti eccessivi e caricaturali.
A sipario aperto e luci accese, accanto a un albero spoglio davanti a un telo bianco, Maša smanetta su un computer portatile, mentre dal fondo della platea giunge cantando a perdifiato una canzone d’amore il maestro Medvedenko. Irrompe con voluttuoso impeto Kostja, che sta provando il dramma scritto per Nina, giovane attrice che sogna la fama, di cui è innamorato.
L’eterogeneo gruppo di ospiti nella tenuta di campagna di Sòrin è oppresso da un destino di infelicità: Medvedenko ama Maša che ama Kostja che è innamorato di Nina, ammaliata da Trigorin, amante di Arkadina. Polina, moglie del grezzo amministratore Samràev, è l’amante del dottor Dorn, Sorin fratello di Arkadina è gravemente malato, Trigorin ama sé stesso.
In questa messa in scena, calata in una realtà contemporanea, sono moderni ed essenziali anche i costumi, ideati da Alessio Rosati, come gli shorts e la maglietta stampata della giovane Nina e i variopinti abiti estivi e occhiali da sole degli altri ospiti della tenuta estiva in riva al lago.
Ciascuno ancorato alla propria condizione, portatore della propria verità che si rifiuta di modificare. Nina, che tenta di inseguire il sogno dell’affermazione artistica, lo vedrà fallire come il gabbiano inerte, ucciso da Kostja, perché la libertà artistica, che ciascuno interpreta a suo modo, è minacciata.
L’atmosfera decadente della borghesia russa di fine ‘800, tra meditazioni su arte, teatro, scrittura e affetti, si mescola alle tematiche moderne che fanno affiorare, attraverso il lessico schietto e colorito dei nostri tempi, angosce esistenziali, conflitti interiori, fragilità emotive, adolescenziale voglia di emergere, scontro generazionale, incomunicabilità, male di vivere.
La regia di Filippo Dini ha aggiunto al testo momenti di comicità, esaltando tic e nevrosi, con qualche incursione nel contemporaneo anche nel linguaggio, che accentua l’incomunicabilità e la solitudine esistenziale nell’accavallarsi di battute dai toni esagitati.
Dini ha riservato a sé il ruolo di Boris Aleskseevič Trigorin, caratterizzandolo come meschino e inconsistente, caricaturale nelle logorroiche riflessioni sull’arte in cui ogni parola inciampa nella balbuzie, facendo tuttavia presa sulle aspirazioni e i volubili entusiasmi di Nina. E questa originalità espressiva solleva qualche perplessità sulla capacità di suscitare l’estatica infatuazione della giovane e agguerrita aspirante attrice.
Giuliana De Sio è Irina Nikolaevna Arkadina, madre anaffettiva e crudele, che si scoprirà nel finale inutilmente affettuosa. Elegante, determinata ed egoista, è l’emblema della volitiva donna moderna, che impone anche i sentimenti.
Il cuore di Kostja è occupato dall’amore non corrisposto per Nina e da quello viscerale per la madre che lo ritiene inetto, che Giovanni Drago esprime con passionale esaltazione.
Non altrettanto espressiva la Nina di Virginia Campolucci, più convincente nell’interpretazione di I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2.
Enrica Cortese esprime la propria frustata infelicità nella scena del matrimonio di Maša, con velo e pancione, col maestro Medvèdenko interpretando Skyfall, portata al successo da Adèle. Bravi tutti gli altri interpreti nell’esprimere l’individuale tormento interiore: Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Angelica Leo (Polina Andreevna), Fulvio Pepe (Evgeneij Sergeevič Dorn), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko).
Inedita la scelta di Dini di affidare la regia dell’iniziale “Spettacolo di Kostja” all’emergente Leonardo Manzan, che amplifica lo stacco tra generazioni ancorando il testo alla contemporaneità.
Le luci di Pasquale Mari sottolineano le fasi emotive dalla passione alla morte, accompagnate dagli arrangiamenti di Massimo Cordovani.
Nel secondo atto la tragedia si compie. Nina abbandonata da Trigorin, confessa le sue disillusioni a Kostja continuando a respingerlo, sostenendo che l’essenziale nella recitazione non è la gloria ma la capacità di soffrire.
Uno sparo condenserà lo sfacelo delle loro vite.
L’apparente frivolezza tramuta nell’ineluttabilità del dolore, i dialoghi leggeri si stemperano nel silenzio della morte, repentina e annunciata. Sulla commedia della vita sostenuta dalla finzione sociale, cala il sipario.
“L’immortalità di questo testo, e la sua bruciante contemporaneità, stanno nella descrizione di un’umanità alla fine: una società sull’orlo del baratro, che percepisce l’arrivo di un’apocalisse destinata a spazzare via il mondo così come lo abbiamo conosciuto. Di lì a pochi anni, infatti, arriverà la Rivoluzione, e con essa tante altre rivoluzioni in Europa, cause o effetti di una stessa crisi profonda – dichiara Filippo Dini – Tutta la drammaturgia di Čechov racconta una fine imminente. I suoi personaggi sono un popolo di ombre che tenta di resistere alla malinconia, alla tristezza, al torpore dell’anima. Lottano, si scontrano, si feriscono – tra di loro e con se stessi – per non soccombere. Le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie e sconfortanti. È come se il nostro Anton ci osservasse da lontano, con il suo sorriso ironico, in attesa che anche la nostra società, il nostro mondo, il nostro folle modo di vivere, arrivino all’esplosione. Proprio come la boccetta di etere del dottor Dorn”.
Tania Turnaturi

