L'attore romano racconta le storie di chi è diventato, suo malgrado, un indifeso della società. Storie tratte dalle periferie romane come tante ce ne sono in Italia e nel mondo
Lo spettacolo portato in scena dall’attore Ascanio Celestini sul palcoscenico del teatro Politeama “Mario Foglietti” di Catanzaro è stato un atto di consapevolezza vero e proprio per dare peso specifico ad una realtà che, purtroppo, ai più sfugge.
Un modo per spingere verso una riflessione che va fatta necessariamente ed a cui non ci si può, né ci si deve, sottrarre in alcun modo. La debolezza cronica derivante dalla condizione in cui moltissime persone versano è diventato così il leif motiv per l’attore romano per ridare un po’ di attenzione in più a coloro i quali vengono considerati come gli “ultimi” su questa Terra, individui di cui non si sa niente e che vengono abbandonati al loro ineluttabile destino. Individui che spesso sono liquidati con due semplici parole: “Poveri cristi”!
Ecco dunque come “Poveri cristi” sia diventato il titolo più azzeccato con cui Ascanio Celestini s’è presentato al cospetto del pubblico catanzarese con il fisarmonicista Gianluca Casadei (che ha curato le musiche) e che ha rappresentato un suo segnale distintivo. Se, tra le altre cose, il teatro deve avere una funzione sociale degna di tal nome, ebbene, Celestini l’ha saputa incarnare appieno.
Sia pure con un’ironia amara lo scrittore romano si prende carico di questi cittadini “senza dimora” – prese dalle periferie romane – a cui viene pure negato il nome per renderli del tutto privi di personalità e di esprimere dei giudizi. Celestini pone in evidenza quanta tristezza sia presente in giro e che non può essere ignorata a prescindere, ed inoltre, di quanto grande sia la dignità che permanga in queste figure, nonostante le privazioni dovute ad una situazione non preventivabile ed in cui questi esseri umani si sono cacciati.
C’è la richiesta di un’umanità condivisa. Al “Mario Foglietti” nell’ambito del penultimo appuntamento di questa stagione teatrale guidata dalla sovrintendente e direttrice artistica Antonietta Santacroce, Celestini ha raccontato le storie vere di gente che ha conosciuto per poterle meglio identificare e dargli un ruolo affinché potessero diventare protagoniste e incidessero, in qualche modo, positivamente nella società cosiddetta civile.
Ha così tracciato la figura di una prostituta, il suo vissuto, la coerenza del cammino di una donna finita, suo malgrado, per strada che, senza chiedere nulla, è andata avanti sia pure con difficoltà per il suo percorso, non rinunciando mai ad essere sé stessa, con orgoglio, nonostante tutto.
E poi è continuato il racconto – sempre appassionato di Celestini – legato al caso di un immigrato giunto in Italia tra immani sofferenze e continui rischi di perdere la vita che riesce anche a superare le vicissitudini della traversata del mare aperto rischiando di essere “intercettato” come scafista, suo malgrado, finendo comunque con il lavorare facendo “il seppellitore” in un cimitero e poi pure il barbone distinguendosi, tra gli altri comuni mortali, perché un nome, lui, comunque ce l’aveva: Josef – e dunque finanche la dignità – nome che ha difeso strenuamente e che continua oggi, probabilmente a tutelare, sempre in ossequio della propria rispettabilità. Applausi convinti del pubblico al termine hanno concluso un’altra serata memorabile.

