C’è un momento, nel procedere ipnotico e scellerato di Metadietro, in cui ti accorgi che non stai guardando uno spettacolo. Stai guardando il precipizio. Antonio Rezza, in un’armatura blu elettrico che stride come un graffio su una lavagna, si agita in un naufragio che non è di legno e tela, ma di pura, inossidabile esistenza. È un ammiraglio di nulla, un comandante di vascelli fantasma che solcano il deserto delle nostre ambizioni, spalleggiato da un Daniele Cavaioli che gli “sta dietro” — fisicamente, spiritualmente, ontologicamente — con la precisione di un’ombra che ha deciso di staccarsi dal corpo per andare a comprarsi le sigarette. È il trionfo della preistoria moderna. Rezza e Mastrella non portano in scena una storia, portano in scena l’indecenza di essere vivi in un mondo che ha trasformato la libertà in un accessorio da catalogo. Guardare questo Metadietro è come ascoltare la tiritera di un mondo che, invece di guardare avanti, si è fissato sul cannocchiale, convinto che restringere il campo visivo possa salvare dall’orrore della vastità. Ma l’orrore non è la vastità, l’orrore siamo noi, formiche con la pretesa di essere architetti di un edificio costruito sul niente. C’è un’acidità sovrana nel modo in cui l’equipaggio stordisce l’ammiraglio con le ossessioni di un mercato che ha smesso di vendere oggetti per vendere vuoti. È la “crudeltà tecnologica” che permea i tessuti, quella che ci impone di parlare con l’inesistente mentre la nostra umanità diventa mansione mortificata. Non c’è eroismo, qui. C’è solo la consapevolezza che, in questo gran divario nello stare al mondo, l’unico gesto davvero rivoluzionario sarebbe l’ammutinamento contro la nostra stessa inerzia. Rezza è un acrobata del paradosso, un uomo che ha capito che l’arte non serve a garantire posti di lavoro, ma a smascherare il bavaglio spalmato di miele che ci nutre ogni giorno. La sua non è recitazione: è un’aggressione alla stasi. La Mastrella, dal canto suo, costruisce un habitat che sembra un’astronave pronta a disintegrarsi, un luogo dove la realtà non è mai uniforme e la fantasia è l’unica arma di distrazione di massa contro la morte — che sia quella di un essere umano o di un insetto, fa poca differenza, dato che il potere ci vuole tristi per meglio controllarci. Uscendo dalla sala, resta addosso quella sensazione di avere assistito a un naufragio necessario. Si ride, sì, ma è un riso diabolico, un riso che risveglia anziché lenire. Perché il pianto è per chi si accontenta di essere compreso, mentre il riso — quello di Rezza — è per chi ha ancora la forza di combattere contro l’oppressore di turno: ovvero, noi stessi.
Visto il 5 giugno 2026
Teatro Carignano – Torino
Metadietro
Di: Flavia Mastrella, Antonio Rezza
Con: Antonio Rezza e Daniele Cavaioli
Habitat: Flavia Mastrella
(Mai) scritto da: Antonio Rezza
Assistente alla creazione: Massimo Camilli
Luci e tecnica: Alice Mollica
Voci fuori campo: Noemi Pirastru e Mauro Ranucci
Montaggio traccia sonora: Barbara Faonio
Mix traccia sonora: Stefano Falcone
Macchinista: Eughenij Razzeca
Organizzazione generale: Tamara Viola, Stefania Saltarelli
Metalli: Cisall
Foto: Flavia Mastrella, Annalisa Gonnella, Giulio Mazzi
Ufficio stampa: Artinconnessione
Produzione: La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella

