Andato in scena presso il Teatro di Rifredi di Firenze
Chi sono, oggi, i nostri supereroi e perché abbiamo ancora bisogno di loro?
Diretto dal Premio Ubu Antonio Latella e scritto in collaborazione con il drammaturgo Federico Bellini, Wonder Woman, andato in scena presso il Teatro di Rifredi di Firenze, è l’ultimo capitolo di una trilogia che recupera il mito dei supereroi in chiave contemporanea.
Zorro, I tre Moschettieri e Wonder Woman, sono tre opere, scritte dapprima per il teatro tedesco, che intrecciano cronaca e finzione per indagare le ferite, le disuguaglianze e le battaglie del nostro tempo, ispirandosi a fatti concreti e realistici per riflettere, attraverso il teatro, sui temi del potere, delle ingiustizie e della violenza.
Latella, dal 2004 residente in Germania, dove ha avuto grande successo, ha poi riadattato Wonder Woman per il teatro italiano, rivedendo la struttura del testo scenico che in origine era grottesca e ironica, per incentrarla, secondo una cifra più essenziale, su una celebre sentenza emessa dalla Corte di Appello di Ancona, che aveva assolto gli imputati di un caso di stupro.
Il caso aveva suscitato grande clamore perché le giudici, appoggiando la tesi difensiva, non avevano reputato credibile la ricostruzione dei fatti raccontati dalla vittima, troppo mascolina e quindi non abbastanza attraente per poter essere ritenuta oggetto sessuale.
Soprannominata il vikingo dagli stessi aggressori, la giovane, dopo aver denunciato, aveva paradossalmente subito un processo giudiziario e mediatico vergognoso, che aveva replicato, con parole umilianti, una ulteriore forma di violenza nei confronti della sua dignità di persona offesa.
La sentenza discriminatoria, poi annullata in Cassazione, è divenuta emblematica, perché ha chiaramente dimostrato come anche la giustizia possa ancora essere condizionata da stereotipi e pregiudizi profondamente retrogradi, che spesso hanno drammaticamente giustificato, o addirittura negato, gravi atti di violenza.
La vicenda ha generato profonda indignazione e una risposta unanime dalla rete femminista Rebel Network, il Comitato Marche Pride, le associazioni Agedo Marche, l’Arcigay, l’Associazione Nazionale Atlete, Ggil, Cisl, Uil e molte altre realtà impegnate nella salvaguardia dei diritti e della parità di genere.
Bellini e Latella si sono uniti volutamente a questo coro, con l’intenzione di prendere una posizione, denunciare l’arretratezza della cultura italiana in materia di parità di genere e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza: la loro Wonder Woman, (ispirata al personaggio dei fumetti creato da William Marston, l’ inventore della macchina della verità), è una donna di cui hanno voluto raccontare la storia, per dimostrare come da vittime di abuso sia possibile trasformarsi in protagoniste coraggiose di una risposta proattiva, capace di rivendicare la verità e rovesciare il trauma in occasione di formazione e valorizzazione della propria identità.
Tutto l’iter giudiziario è stato rivisitato e immaginato secondo i caratteri inquisitori testimoniati, negli anni, da diverse vittime di stupro, spesso sottoposte a interrogatori vessatori, diretti ad accertare le loro responsabilità nei fatti denunciati.
La confusione che segue al trauma e non permette di ricostruire facilmente la dinamica degli accaduti davanti alle forze dell’ordine, le indagini cliniche che debbono necessariamente coinvolgere l’abusata nella sua più delicata intimità, le pressioni psicologiche e le domande tendenziose di certi ispettori, il dolore delle lacerazioni e il dolore arrecato alla famiglia, non sono che il prologo di un processo giudiziario che espone la protagonista e la mette in condizione di dover convincere i giudici della sua innocenza, prima che della colpevolezza degli imputati.
Le giovani attrici prescelte dal regista nelle scuole di recitazione, (Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti), negli abiti di scena di Simona D’amico, sono le coreute nere, dalle scarpe rosse come il sangue, che narrano i fatti, li commentano, li rappresentano, manifestando indignazione, paura, rabbia, attraverso il metro lirico di un racconto che emula, sincopato o riflessivo, il battito e il respiro della ragazza.
Nonostante questa ci sia effettivamente sconosciuta, viene profondamente evocata attraverso un canale testuale di enunciazione documentale, ma anche poetica, che ricorda, per certi tratti, il linguaggio stilistico sperimentale, ritmico e senza filtri di Allen Ginsberg.
L’uso, l’abuso, la ripetizione della parola, l’attenzione alla sonorità, l’incisività dei toni, la frequenza dell’onomatopea e la qualità politica espressiva del gesto corporeo, per i movimenti coreografici di Francesco Manetti e Isacco Venturini, sono accompagnati dalla musica di Franco Visioli, che contribuisce ad uniformare la coordinazione difensiva di questo branco di agguerrite creature amazzoni, vere antagoniste del branco predatore.
Le fantastiche quattro sono unite da un fil rouge, il lazo della verità di Wonder Woman, l’arma costrittiva che sapeva estorcere la verità ai nemici, anche cavo dei microfoni che danno voce alla protesta e Filo di Arianna, che permetterà alle artiste di uscire indenni dal labirinto del Minotauro.
Così Latella, che da sempre rivisita in modo provocatorio i grandi classici, organizza un processo ai processi per stupro, secondo i canoni del teatro tragico greco, senza l’ausilio di alcuna scenografia, a luci completamente accese, sul palco e sulla platea, mettendo sotto accusa l’intero impianto socioculturale italiano, in una disturbante e penetrante atmosfera di tensione collettiva, che non permette a nessuno di nascondersi, di non essere visto, di sentirsi tirato fuori.
Le fasi degli appelli processuali rappresentate sono una preghiera d’appello alla nostra umanità e ricordano le stazioni di una processione per l’espiazione dei peccati, una tortura reiterata, fino ad essere riconosciute come veri e propri gironi infernali, di tormento, di prova, di resistenza.
La testimonianza del processo inquisitorio culmina nella vestizione rituale delle attrici con monili e amuleti e nella danza Haka maori, simbolo di forza e unità, ma anche di sfida e orgoglio; poi la suggestione tribale evolve nel canto cileno Un violador en tu camino, el violador eres tú, un famoso inno di accusa alle istituzioni, ancora subdole promotrici della violenza di genere.
Le ipnotiche danzatrici, venute a rivendicare giustizia per la loro eroina, di cui hanno cantato le gesta, si pronunciano in una diretta critica contro lo stato maschilista e gridano impetuose, puntando il dito al pubblico, contro chiunque non prenda posizione a favore di una giustizia autentica.
Oggi, in un paese ancora profondamente vincolato alla retorica, in cui spesso le donne non denunciano la violenza subita per la paura di mettere ulteriormente in pericolo la propria incolumità, è necessario rammentare che, fino al 1981, allo stupro spesso seguiva il matrimonio riparatore e che solo nel 1996 il reato di violenza sessuale è stato riconosciuto come delitto contro la persona e non come puro atto contro la morale.
Il modello maschilista e la relazione predatore/preda sono certamente eredità filogenetiche che ancora conserviamo nella nostra struttura biologica e che risultano difficili da estirpare attraverso canali che promuovono una superficiale sensibilizzazione.
Restano ben integre, infatti, dinamiche relazionali inconsce di gestione del potere, ambiguità ancora sostenute dal pensiero dominante, ipersessualizzato e competitivo, in cui il corpo ha un suo valore strumentale.
Wonder Woman celebra il coraggio della pulzella che si immola ingenuamente contro la freddezza della macchina giudiziaria, ma non si addentra a considerare che sono i modelli socio-educativi e gli stili di attaccamento affettivo a dover essere indagati, per consentire alle giovani generazioni di acquisire una maggior consapevolezza, attraverso una specialistica alfabetizzazione emotiva e sessuale.
Non si tratta certo di demonizzare gli uomini o di vittimizzare ulteriormente le donne, acuendo così, paradossalmente, processi discriminatori già in essere, ma di educare le potenziali vittime a non essere tali e i carnefici a riconoscere che sono stati a loro volta vittime di credenze culturali arretrate e violente, che mentre incoraggiano l’indole predatoria e l’aggressività, come simboli di forza, dimostrano invece una fragilità relazionale ed emotiva.
Wonder woman
di
Antonio Latella, Federico Bellini
con
Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
costumi
Simona D’amico
musiche e suono
Franco Visioli
movimenti
Francesco Manetti, Isacco Venturini
regia
Antonio Latella
produzione
TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con
stabilemobile
foto
Andrea Macchia

