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Una lettera d’amore alla maniera di Nani

Ines Arsì
Ultima modifica: 2 Dicembre 2025 19:50
Ines Arsì
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Andato in scena presso il Teatro di Fiesole

 

Carta e penna sono sul tavolo, accanto ad un bicchiere, una bottiglia e una vecchia foto in cornice;  tutto è corredato solo da una sedia.

Paolo Nani entra in scena sotto una soffusa luce blu che suggerisce un clima di fredda solitudine; si siede, si versa da bere, assapora brevemente la bevanda mentre legge l’etichetta della bottiglia e, colpo di scena, la rigetta con forza e disgusto, come potrebbe altrimenti solo un nebulizzatore a compressione.

Il pubblico risponde al comico cliché con una risata corale e poi si ricompone insieme al protagonista che provvede ora, con un certo impegno, a stendere una lettera, imbustarla, affrancarla e infine, dubbioso, a riaprirla, constatando con sgomento che il foglio è ancora immacolato. Subito, l’ennesima buffa sventura suscita schadenfreude e la platea torna immancabilmente a ridere, mentre il maldestro scrivano abbandona il palco, visibilmente contrariato.

Questa la trama dell’opera, che si ripeterà ancora per ben quindici variazioni degli stessi eventi, rivisitati in diversa prospettiva e secondo imitazioni, sempre comiche, che attraversano l’horror, il cinema muto e quello western, ma anche classici espedienti di certa clownerie, declinati alla maniera unica del loro poliedrico creatore.

Emergono fantasie oniriche, scherzosamente definite freudiane, ma seriamente inclini ad esserlo,  quando sono delle verdure a sostituire simbolicamente l’allestimento scenico; emergono sguardi visionari, che esplorano l’ambiente da punti di vista insoliti, quando l’attore riproduce la scena in reverse; emergono geniali intuizioni, quando si rievoca il codice espressivo di certa cultura della storia del cinema sedimentata nelle pieghe della nostra memoria collettiva.

Ogni variazione è presentata da un arrangiato cartello di intertitolo che ha la precisa funzione di introdurre lo stile della scena che segue, ma tema centrale di ogni prova attoriale è il paraverbale, capace di costruire, attraverso un sapiente uso del vocabolario gestuale extraquotidiano, un intensissimo dialogo sotterraneo con gli spettatori, fatto esclusivamente di smorfie, mugugni, mezze parole e modulazioni tonali onomatopeiche che traducono i loro significati emotivi attraverso la prassi corporea.

Ne viene un gioco delle parti in cui la platea assume il ruolo fondamentale di vera e propria guida del ritmo scenico, perché è la connessione che intercorre tra tutti i presenti a rappresentare  il movente dei delicatissimi equilibri di reazione e improvvisazione dell’attore.

Dunque, seppure l’ossatura tecnica dello spettacolo è robusta e ben studiata sino ai dettagli,  è la spontaneità il canale di trasmissione che alimenta effettivamente l’intensità comica dell’interpretazione, secondo un esercizio empatico che ascolta e asseconda l’interazione, arrischiandosi nell’ignoto dei possibili risvolti comunicativi, pur replicando ancora e ancora la medesima trama.

Il fenomeno, che sembra essersi addirittura sbrigliato dalla regia originaria di Nullo Facchini, per diventare organismo autonomo e plastico, è frutto di una stratificazione del personaggio che cresce insieme all’attore da oltre trent’anni, accompagnandolo come un alter ego e maturando insieme a lui; La lettera si dota fisiologicamente di aspetti generati dall’esperienza della vita e del palcoscenico, amalgamandone le dimensioni in modo imprescindibile.

Lo spettacolo si ispira a Esercizi di stile di Raymond Queneau, una raccolta di racconti pubblicata per la prima volta nel 1947 e tradotta in Italia da Umberto Eco; il libro, che racconta la medesima storia in 99 versioni diverse, recupera la tecnica retorica cinquecentesca suggerita  da Erasmo da Rotterdam per arricchire il vocabolario letterario e ha, per questo, ulteriori particolari analogie con la drammatizzazione pedagogica di Nani, che ha tutte le caratteristiche di una ricerca sul linguaggio attoriale implicito.

Ma l’esibizione, nel tempo, ha guadagnato anche uno spessore sociologico, perché nella sua avventura itinerante vanta oggi ben oltre il migliaio di repliche, ha toccato quarantaquattro paesi del mondo e varia sensibilmente al variare del contesto ambientale, dotando il girovago interprete di un vero e proprio archivio immateriale di diversi codici culturali che influenzano la percezione dell’umorismo.

La sua comicità è sostenuta da una latente traccia tragica, ma non si caratterizza, in questa celebre e fortunata combinazione, secondo la più tradizionale rottura delle aspettative, nutrendosi semmai di attese ipnotiche ed escogitando sorprese che  individuano negli osservatori  forme emotive primitive di partecipazione. In uno sfoggio ben padroneggiato di calibrate abilità acrobatiche, espressive, mimiche, si fa spazio anche il puro e curioso problem solving; nello sketch in cui si imbusta la lettera senza mani, i metodi circensi non intrattengono solo per divertire, ma coinvolgono in una autentica situazione di expertise capace di suggerire la possibilità di sperimentare, anche quello che sembra apparentemente impossibile.

Certo è che se tutto l’allestimento scenico sta dentro una valigia, come questo viaggiatore del tempo ha spesso rammentato in diverse dichiarazioni, il suo bagaglio formativo è invece tale da potersi esprimere compiutamente solo in teatro, più che in qualsiasi altra narrazione biografica; un linguaggio universale e transculturale che cerca evoluzione e autenticità espressiva oltre la parola, la commistione tra saperi artistici tradizionali e antichissimi, che affondano sino alla Commedia dell’Arte, ne sono viva testimonianza, insieme ad una scelta di vulnerabilità, di permeabilità, che alimentano incessantemente personaggio e persona.

In tanti agiti che coinvolgono gli oggetti più insignificanti, sino alla gomma da masticare trovata sotto il tavolo, l’agito interrotto è però uno solo: La lettera di cui non conosciamo il contenuto e il destinatario, La lettera che non si compie, non si spedisce e mai si scrive.

La poetica profonda dell’opera dell’assurdo è una manifestazione di intenti: nella ciclicità della vita, nella sua monotonia, che sembra arenarsi e non progredire, Nani non vuole lasciare traccia definitiva, non vuole finire di esprimersi e in ogni circostanza, in ogni variazione, si replica sempre diversamente, sempre si trasforma, ma non si conclude.

 

LA LETTERA

Con Paolo Nani

ideato da Nullo Facchini e Paolo Nani

regia Nullo Facchini

produzione AGIDI

 

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