In scena al Teatro Sala Umberto di Roma fino al 1 febbraio 2026
Rappresentata per la prima volta il 10 febbraio 1673, il successivo 17 febbraio Molière muore poco dopo la chiusura del sipario, dopo quattro rappresentazioni in cui, pur gravemente ammalato, interpretava Argante. L’opera assurge a suo testamento spirituale e morale.
Il filo conduttore farsesco offre modo al commediografo di esternare le sue amare riflessioni sulla società dell’epoca e le disillusioni circa la capacità professionale dei medici, categoria di uomini che hanno la presunzione di poter guarire altri uomini con la loro sapienza, che egli giudica insipienza.
Figure torve e ridicole nel nome e nel linguaggio (dottor Purgone, dottor Diarroicus, farmacista Olezzanti) speculano sull’ipocondria del ricco borghese Argante, fiducioso nelle arti mediche di sedicenti dotti che fanno sfoggio di latino per argomentare in tono ampolloso, pomposo e futile e farmacisti pronti a ricavarne lucro.
Argante è deciso a dare la figlia in moglie a un medico, così da assicurarsi per sempre le cure. La ragazza è però innamorata di un altro e, con l’aiuto della scaltra domestica Tonina, pianifica uno stratagemma.
Fa da contraltare a tanta ipocrita e formale condotta la sagacia di Beraldo, che tenta di ricondurre il fratello alla ragione, aprendogli gli occhi sugli intrighi familiari orditi dall’opportunista moglie a danno della figlia e dai medici saccenti e ciarlatani a discapito della sua salute.
Attraverso le parole di Beraldo, Molière sconfessa il valore scientifico dell’arte medica che definisce “una follia a cui l’essere umano si aggrappa per sua debolezza” senza poter nutrire speranza di guarigione, essendo ridicolo che un uomo guarisca un altro uomo. Il corpo umano, al contrario, reagisce al male trovando in sé gli elementi per il suo risanamento.
La perfetta struttura comica, a tratti farsesca, si contrappone e si interseca con la valenza filosofica e antropologica della solitudine esistenziale e dell’ipocrita e cinica morale della società dell’effimero, in cui perfino i medici perseguono vantaggi fraudolenti sfruttando la malattia e i personaggi della commedia sono caricaturali.
Per risolvere definitivamente le sue patologie ad Argante viene consigliato di laurearsi in medicina. Esilarante la scena con la cerimonia in un latino da gramelot, satira feroce sulle fragilità umane.
Il teatro realistico di Molière sollevava polemiche poiché alcuni cortigiani si riconoscevano nei personaggi, e la fortuna artistica iniziava a scemare. Re Sole lo proteggeva, ma pretendeva che inserisse nelle commedie intermezzi ispirati al balletto, sua passione.
Il malato immaginario nasce mescolando teatro, musica e danza. Gli intermezzi musicali voluti dal Re sono stati mantenuti dal regista Andrea Chiodi, con rimandi al cabaret berlinese, proponendo gli attori in guêpière, piume di struzzo e sottoveste all’inizio a sipario ancora chiuso e nel gran finale in cui ognuno si libera degli abiti di scena (Costumi di Ilaria Ariemme, luci di Cesare Agoni). Il testo è presentato integralmente e include la supplica di Molière al Re, in cui chiede di poter continuare a scrivere e a rappresentare.
Il regista Andrea Chiodi, nell’adattamento e traduzione di Angela Dematté, trasforma la commedia in un dramma psicologico che dialoga con l’attualità, in cui Argante è lo stesso Molière, uomo malato che teme la morte e scrive dentro una vasca da bagno.
Una parete di mattonelle bianche, una vasca, un water per gli umori del protagonista, un grande lampadario settecentesco. L’essenzialità della candida scenografia di Guido Buganza mette ancor più in risalto la condizione del protagonista, relegato in un asettico bagno in cui i ritmi sono scanditi dai clisteri e dalle ossessioni.
Argante scrive a macchina dentro la vasca, la figlia ascolta la musica nelle cuffie, al pianoforte vengono eseguite le musiche di accompagnamento di Daniele D’Angelo.
Tindaro Granata, avvolto in una svolazzante vestaglia nera, si cala nelle ossessioni di Argante, in bilico tra realismo e delirio, conferendo al personaggio una comicità beffarda e sprovveduta, preda di una moglie cinica che anela ad impadronirsi dei suoi averi.
Lucia Lavia è l’effervescente e lungimirante serva Tonina, perno della vicenda, che orchestra e ribalta con instancabile determinazione e vivacità recitativa.
Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo gli altri interpreti di questo mondo grottesco.
Note di drammaturgia di Angela Dematté: “Mi sembra che l’autofiction in cui tutti noi esseri umani siamo caduti da qualche tempo, questo nostro rappresentarci continuamente anche nei nostri malanni più intimi, sia molto simile alla malattia di Argante/Molière.
Vogliamo mostrarci malati, immolarci, morire in scena per trovare disperatamente qualcuno che ci accudisca, compatisca, perfino che ci derida o che ci odi: cerchiamo un qualsiasi sguardo genitoriale che ci permetta di esistere. Il re Luigi/padre sta già sostituendo Molière con un nuovo musicista/figlio, più furbo, leggero e di moda e – paradossale – con il suo stesso nome: Gianbattista. Molière non sarà più il commediante del re. Quello di Argante/Molière è un ultimo, disperato sforzo. Morendo, Molière ci deve aver detto qualcosa d’essenziale, di vicinissimo a noi. Si esiste solo se si è guardati. Si muore, talvolta, per esistere”.
Note di regia di Andrea Chiodi: ““Io sono il malato!”, così grida Argante al fratello Beraldo e alla serva Tonina: “Io sono il malato!” …
Mi sono chiesto se questo grido non fosse il grido disperato di un autore teatrale che, mentre scrive, si sente messo da parte, ridicolizzato dalla società, non più di moda e, nel caso di Molière, non più accettato a corte.
Con questo lavoro ho cercato di mettere in scena questo grido disperato, il grido di un artista, la domanda di un artista, la domanda di chi cerca di far capire a chi parla la sua arte, il suo teatro, fino a morirci dentro, fino a decidere di essere malato per proteggersi dalla durezza della realtà. L’abbiamo fatto con il testo integrale e fedele con la sola aggiunta della supplica di Molière al Re, supplica in cui domanda: “Allora ditemi sinceramente, mio sovrano Signore, se volete che io scriva ancora delle commedie. Io non voglio dar fastidio a nessuno. Preferirei morire piuttosto che pensare che il teatro di Molière disgusta tanto da detestare il solo sentirlo nominare””.
Tania Turnaturi

